31/08/2004
Menomale
Benigni sta iniziando, in questi giorni, a girare un nuovo film.
Parla di un poeta che ama non ricambiato una donna, sullo sfondo dell’inizio del conflitto iracheno,
a Bagdad.
Lui come sempre Benigni, lei Nicoletta Braschi.
Dopo l’umanità ed il sorriso amaro di fronte all’olocausto con la vita è bella, ora l’Iraq,
visto dagli occhi innamorati di un poeta, quale lui realmente è.
Quando oggi ho preso in mano Repubblica e ho letto quasta notizia ho sentito una stretta al cuore.
Tutto quello che in questi giorni mi pesa nel petto, nello stomaco
lo sconforto, l’amarezza di fronte alla desolazione che ci gira intorno, e che si accumula dentro,
per un attimo si è sciolto, si è aperto, respirando.
Per un attimo ho sentito un calore, una rassicurazione in mezzo a una continua disillusione che logora.
Le persone come Benigni io le sento come il sano, il buono, che c’è, che resta.
Che, in qualche modo, preserva, custodisce la qualità, la mente, il cuore, che continua ad esistere, malgrado tutto questo.
Il bianco in mezzo al grigio che ottunde, all'aridità che governa i media e non solo.
Occhi ancora limpidi che guardano, che ti fanno vedere, che sanno ancora cogliere quello che c’è infondo, con intelligenza, con dolcezza.
Che lavorano per cercarlo, per mostrarlo, se si può.
E non ce ne sono molte, di persone così. C’era Gaber. C’era.
C’era, anche se in modo diverso, Troisi, che secondo me era un’anima bella, tanto.
Ci sono persone come i fratelli Guzzanti, come Enzo Biagi, come Lorenzo-Jovanotti, che io sento come cielo azzurro, luce, in mezzo alle nuvole.
Che vedo e mi viene sorridere e pensare menomale.
30/08/2004
La Sicilia. Forse ma forse...
Voglio trovare un senso a questa voglia
anche se questa voglia un senso non ce l’ha...
Sai che cosa penso
che se non ha un senso
domani arriverà
domani arriverà lo stesso
Senti che bel vento…
Riempie i sensi e la mente, non resta nient’altro
a cui pensare
nessuno spazio vuoto
nessun bisogno che va oltre
a quello che c’è
oltre a quello che vedi e che respiri.
La Sicilia è pura, è diretta, è ingenua
non filtrata.
Ma è un’imponenza che sovrasta
una storia al di là di quello che puoi comprendere.
a cui ti puoi affidare, da cui ti puoi far cullare.
Non ho respirato fuori
da quei colori, dalle strade, dalla pietra solida:
loro la responsabilità, il senso di tutto.
E’ la natura che sola dà forma
apre e limita
segna i confini del possibile
di quello che è vita e di quello che non serve.
In Sicila quasi mai si può vedere i confine tra mare e cielo
l’orizzonte.
L’azzurro mostra solo leggere sfumature alla vista.
Durante una delle prime lezioni di filosofia
il mio professore del liceo diceva che il confine non c’è
infatti spesso neanche lo si vede.
La Sicilia insegna questo.
In questa vacanza da sola
sola con la mia famiglia
avevo intenzione di prendermi del tempo
per riflettere, pensare, capire.
Invece l’unica cosa che ho capito
è che non è possibile farlo.
Io non riesco a pensare per capire
io non riesco ad imparare
a tirare le somme
a costruire strade, nuove vie, col pensiero.
Tempo fa, posta all’inizio di un articolo sul manifesto
c’era una frase:
Mai che venga il momento di sedersi sull’argine del fiume
e piangere
o ridere.
Ed è così.
Io credo che i cambiamenti, la comprensione, gli sviluppi
avvengano sotto-pelle, sotto-coscienza, latentemente.
Io credo che noi siamo capaci di elaborare molto più di quanto crediamo
molto più rispetto a ciò di cui possiamo accorgerci.
Io non posso imparare stando seduta a riflettere.
Imparo camminando, vedendo, facendo delle cose.
Se mai imparo qualcosa.
Se non sono, come sembra, come onde che si infrangono
continuamente
ritmicamente
sulla riva
sempre uguali
In Sicilia mi sono riempita gli occhi e l’anima di bellezza.
Ho visto Noto, Taormina, Siracusa, Catania, la sabbia nera ed il paesaggio lunare dell’Etna.

Ma la cosa più bella che ho visto
la dolcezza, lo stupore più grande
è stato nel camminare per le strade di Acitrezza.
Acitrezza è commovente
è fragile nel suo essere senza difese
senza schermi di fronte all'evoluzione del mondo
quello che si chiama comunemente modernità.
Acitrezza è ancora il paese dei Malavoglia
un porto di pescatori, di gente di paese
radunata nella piccola piazza e in negozietti che contengono tutto
in pochi metri quadrati.
Gente pura, senza costruzioni superflue
così le case, così le barche colorate
semplici, "povere", ma di una "povertà" dolce,
poetica, bella.
Acitrezza sprigiona poesia, secondo me.
Da sola vale un viaggio in Sicilia.

Ma forse Sally è proprio questo il senso.. il senso
del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire
alla fine un po’ male.
Sono stata anche sotto il leggendario Castagno dei Cento Cavalli
il più vecchio d'Europa, esiste da 3000-4000 anni.
La cosa più importante di quest'albero
è che lì sotto passa le giornate, da 11 anni
un uomo, sui 35, che fa il volontario
come custode del millenario castagno.
Nessuno gli dice di farlo
il suo non è un ruolo ufficiale, nè tantomeno pagato,
ma lui sta lì.
Passa le giornate raccontando ai turisti la storia dell'albero
ripittura la ringhiera, pulisce il prato intorno.
Conosce ogni centimetro di quel tronco
e mostra alle persone figure di animali formate dalle incavature del legno
un orso, un leone, un coccodrillo e anche la faccia di e.t.
La sua vita gira unicamente intorno alla valorizzazione, come dice lui, del posto
e alle chiacchiere con i turisti.
Una vita che mi ha fatto pensare a un monologo di Novecento
Il protagonista dell'omonimo libro di Baricco.
"Non e' quel che vidi che mi fermo. E' quello che non vidi.
Puoi capirlo fratello? E' quel che non vidi ...
lo cercai ma non c'era, in tutta quella sterminata città c'era tutto tranne...
c'era tutto ma non c'era una fine.
Quel che non vidi e' dove finiva tutto quello, la fine del mondo.
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono.
Ti sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro.
Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita e' la musica che puoi suonare.
Loro sono 88, tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.
Ma se tu, ma se io salgo su quella scaletta,
e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti,
milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa e' la verità,
che non finiscono mai e quella tastiera e' infinita...
Se quella tastiera e' infinita, allora su quella tastiera non c'e' musica che puoi suonare.
Tu sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello e' il pianoforte su cui suona Dio.
Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade.
Ce n'e' a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra,
un paesaggio da guardare, un modo di morire.
Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n'e'.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla,
quell'enormità', solo a pensarla? A viverla...
Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila per volta.
E di desideri ce n'erano anche qui,
ma non piu' di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa.
Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella e' una nave troppo grande per me.
E' un viaggio troppo lungo. E' una donna troppo bella.
E' un profumo troppo forte. E' una musica che non so suonare.
Perdonatemi, ma io non scenderò.
Lasciatemi tornare indietro, per favore."
Ed un pensiero le passa per la testa
forse la vita non è stata tutta persa
forse qualcosa s'è salvato
forse davvero non è stato poi tutto sbagliato
forse era giusto così
forse ma forse ma si...
21/08/2004
Pardonne, n'oublie pas

Questa è una frase che ho amato
incisa nelle mura del monumento dei deportati
di Parigi.
21/08/2004
Parigi, per non tornare più.

Io a Parigi ho trovato questo.
E forse non servirebbe aggiungere altro.
Tranne che era come quello delle favole,
nasceva dietro ad un tetto a sinistra
finiva sopra ad un altro a destra
una mezza luna di completezza e stupore.
Di quelle che se andavi a scavare nella terra
proprio nel punto in cui l'arcobaleno finiva
trovavi di sicuro una pignatta piena d'oro
e di chissà quali altri tesori.
Io per ora lo sto seguendo
e si sa
chi ben inizia...
15/08/2004
9-10-11 Agosto 2004 Gallipoli-Otranto-Brindisi
A Gallipoli siamo arrivate di notte, affamate
e senza un tetto sopra la testa
ché avevamo prenotato un albergo
rivelatosi all’ultimo un centro di fitness e congressi
da cui rifuggire anche rischiando il vagabondaggio
Love, love me do
You know I love you
I'll always be true
So please, love me do.
Someone to love, Somebody new.
Someone to love, Someone like you.
Abbiamo conoscito un artista
l’artista del legno intarsiato e della seduzione
di occhi di lampi e scintille
e il suo amico preside di liceo classico
Un gatto e una volpe
improvvisatosi agenzia di viaggio della follia
nella Gallipoli dei pescatori
delle reti tristi di mio padre (numero cinque)
Di uomini seduti ai bordi componendo cesti di vimini
un bimbo dallo sguardo svelto
veloci i conti che sa fare
seduto al piccolo banchetto di spugne
Delle barchette colorate
accatastate proprio nel mezzo
all’ingresso del centro storico
o proprio sotto un enorme palazzo a specchi
Che c’era anche, sola e fiduciosa
e fluttuante
la barchetta azzurra dal piccolo disegno di ondina sui lati
che forse tra un po’ arriverà nel giardino di G.
raccolta e sognate e adottata, semplicemente

Amore, non mi provocare
arrivero' fino alla fine dl te
amore, mi dovra' passare
per restare libero, cambiare.
Io a Gallipoli ho anche visto uno squalo
ho visto il cuore che batteva da solo
tagliato e buttato per terra
il pavimento buio lavato, indifferente, di sangue
gelato
Un animale grande temuto
feroce nei racconti di bambina
su un pavimento al neon
in gossi pezzi sofferenti e freddi
E’ una scossa, allucinata

God is a concept by which we measure our pain
I'll say it again
God is a concept by which we measure our pain
The dream is over
What can I say?
The dream is over
E John Lennon matto Yogo (!)
Il rock in macchina nonostante G.
e soprattutto G.
La sera stanca sugli scogli a strillare ditese e precarie a chi
di doppie voci improbabili e deliranti
Un bagno in un’acqua altrettanto folle
gelata in superficie e calda sotto
induttrice di euforia impazzente
Cantare ossessivamente Guccini, non andare stai
non restare vai, non parlare parla
e poi non alzarti alzati, non fare il bagno fallo
e così infinitamente, ipnotizzate e farneticanti
Domandare a un gruppo di pescatori
che sgusciano vongole e cozze nel loro garage
che ha vinto le elezioni a Gallipoli, quest’anno
Sognare poi la notte una cena da D’Alema
un bacio sulla guancia
Yesterday I was the Dreamweaver
But now I'm reborn
I was the Walrus
But now I'm John
And so dear friends
You'll just have to carry on
The dream is over
Torniamo poi nella vecchia Otranto
ché il mare non ha confronti
e le cicale neppure
ché lì fanno festa come nessun altro luogo può vantare
Lì la grotta della poesia vede infine la nostra prodezza
Tuffi da
anche se dopo un’ora di sguardo fisso nell’abisso
Farneticando su una fine della vacanza in tragedia
Hey puoi veder la mia corona? Guarda il colore rosso del mantello
e questo trono ed il tappeto guarda io sono il re e questo è il mio castello
E poi c’è una cosa fragile e luminosa
Ché io ho visto un segreto
Insomma…
che c’erano alcune persone che si tuffavano
e nell'acqua percossa dal tuffo veniva fuori un arcobaleno
piccolo, o grande
ma solo ad alcuni
E a una ragazza simpatica
a lei è venuto
e io lo sapevo.
Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
Per capire cosa succede dentro
e cos’è che lo muove
Da dove viene ogni tanto questo strano dolore
Vorrei capire insomma che cos’è l’amore
Dov’è che si prende, dov’è che si dà.
14/08/2004
6-7-8 Agosto 2004 Lecce-Leuca
addormentate ci precipitiamo fuori, raccogliamo asciugamani e costumi
fradici
e torniamo a dormire
Oggi niente mare, si va a Lecce.
Penny Lane
There beneath the blue suburban skies
I sit, and meanwhile back
Lecce ha un castello pieno di capperi sulle pareti
gli stessi che da bambina andavo a raccogliere in romagna coi miei nonni
Che G. con la luce della sfida negli occhi ha detto trionfante
Eh, vediamo se sapete cosa sono quelli!
E io, spegnendola inesorabilemente con un semplice: capperi
le ho dato la più grande delusione della sua vita
It's like rain on your wedding day
It's a free ride when you've already paid

Lecce è anche fatta di una pietra rosata e semplice, che è bella.
E ha un piccolo parco con una cupoletta di scaglie verdi splendenti
che io l’ho amata di un amore a prima vista.
E poi mi sono distesa su una panchina
e ho sofferto un po’
Ché il male fisico e il dolore per un piccolo fiore che non c’è più
in nessuno dei tuoi pianeti
a volte va ascoltato distendendosi su una panchina
guarando le foglie dei rami in alto
e pensando io sto male, male.
O scrivendo un messaggio a una persona
che una volta ti ha detto “cosa posso fare per te
affinché si riesca a riportare almeno un paio di cose sulla terra?”
e io ci penso spesso a questa cosa
di riportare almeno un paio di cose sulla terra.
Quali, però?
Di sicuro non il mio fiore.
It's the good advice that you just didn't take
And who would've thought, it figures
Lecce mi comunica un senso di vuoto
che mi fa paura
Non so cos’è
forse la mancanza di un centro.
Poi però trovo un posto stupendo.
E’ un negozietto.
Ma non un negozio normale.
E’ un posto pieno di cose piccole
quadretti, tazzine, campanelle
di colori pastello
fatti da un signore che si chiama Sandro Greco
E nel negozio c’è sua moglie
una signora che se ti fai preparare da lei delle collanine
di perline di terracotta pitturate
ti dice continuamente “mi sta piacendo…”
E per me sono importanti, le collanine.
Well life has a funny way of sneaking up on you
when you think everything's okay and everything's going right
And life has a funny way of helping you out
when you think everythin’ gone wrong and everythin’ blows up in your face
A Leuca ci sono dei gatti orrendi
come quello del racconto di Aldo Nove.
Gatti orrendi e pecore orrende, anche.
Comunque arriva appena un timido respiro di mare
come un odore di scogli, di muschio e di sale
questa è Leuca che ci chiama dal retrovisore
siamo partiti da poco e già mi sembrano ore. 
C’è un piccolo bar azzurro sulla spiaggia
E’ il bar di un vecchio pescatore
che è sfuggito allo sfratto
è diventato famoso
ed è andato sul giornale anche
un trafiletto che ora è stampato dietro a tutti i menù.
Il bar azzurro del pescatore è abbastanza romantico
una rosa in tutti i tavoli
piccole luci, lucciole nel tramonto
fuori le barche, una spiaggetta che ha qualcosa di dimesso
e malinconico.
Così proseguo questo viaggio in questa Puglia infinita
e inizio inevitabilmente a ripensare alla vita
non ho la forza di soffocare i pensieri
chi sa se accelerando tornano un po' più leggeri
A Leuca c’è anche il capo
un faro, una chiesa bellissima per sposarsi, rosa-arancione
anche se io non mi ci sposo, in chiesa.
E invece niente, niente, niente, niente da fare
c'è qualcosa dentro che spinge e che fa male
A Leuca devi stare attento dove parcheggi, soprattutto.
Ché lasci la macchina in una strada
e stai sicuro che non la trovi più.
Sarà che la nostra macchinì era anche una rompipalle.
Ché qualsiasi cosa fai suona, e suona.
Soprattutto visto che G. ha questa strana abitudine
di non chiudere la porta posteriore al conducente aperta
se proprio dobbiamo dirla tutta.
E invece niente, niente, niente, niente da fare
c'è qualcosa dentro che spinge e mi costringe ad urlare
Me fece mele a chepa
Ma la cosa più importante
è che se vai in un paesino sopra Leuca
Castrignano del Capo
trovi un vecchio barbiere
si chiama Blemando, e ha gli occhi azzurri
e lo sguardo luminoso
e la pelle arrossata dal sole
La sua bottega è una di quelle che potresti trovare
in una vecchia foto in bianco e nero
degli anni ’50.
G. quando ci siamo passate davanti si è illuminata
e colta da un raptus ha detto oh, adesso mi taglio questi capelli
che mi danno fastidio
Ora non è molto contenta
ma è stato romantico
Il momento più alto della vacanza
a quanto si dice.
13/08/2004
Brindisi-Ostuni-Otranto 4-5 agosto 2004
Ho sentito la libertà di un volante in mano
e di strade e ulivi scuri e mare all’orizzonte che scorrevano fuori
di potenzialità infinite e non pensate
di luoghi non immaginati
Parigi, Parigi a me va bene per non tornare più
così dicevi perché i miei occhi pieni di stazioni e chiese
ritornassero blu
Una città di un bianco abbagliante e puro
Fame di vedere e di toccare
di assorbire dentro occhi sgomberati di tutto
senza niente da desiderare e tutto da afferrare
Le mani, le mani già lo sanno che non vivranno qui
e, mi spiegavi, per questo vedi amore non si fermano un momento
e tremano così.
Un signore che passa, noi sedute sul ciglio della strada
gli occhi pieni del verde scuro e infinito e arso intorno
lui con indosso una maglietta che propone una semplice, sintetica, soluzione
“No drinks no drugs no problems”.
Così io ti prendo per mano e ti porto con me
perché a darsi un appuntamento che speranza c'è
La piccola bottega di un artigiano
sa della vecchia cantina di mio nonno
Lui fa i mestoli, di ulivo
gli occhi azzurri e la voce cauta
Questi però ve li devo spiegare io, dice.
Io ora ho un mestolo a punta
che così il sugo non si attacca ai bordi delle pentole
Le strade, le strade dei francesi che non ho visto
Eh
in quello che sai...
Terra fresca e scura, la vegetazione intensa
basta a respirare, da sola
Non c’è altro
che una piccola terrazza in un agrumeto che respira umido
E allora adesso che ogni cosa ha un nuovo nome
e questo nome me lo insegni tu
com'è che vivo ancora tra una chiesa e una stazione
e i miei occhi, i miei occhi, non ritornano blu...
Ma Otranto è una rocca caotica, turistica
di borsette a sandali colorati
di mare sotto alla strada
che non vedi
che non comprendi con lo sguardo
Tutto addensato senza pudore
in un insieme di luci e grovigli
Anche se le pucce.
And here's to you, Mrs. Robinson
Jesus loves you more than you will know, wo wo wo
God bless you please, Mrs. Robinson
Heaven holds a place for those who pray, hey hey hey
Hey hey hey
Senza pudore anche i due poliziotti come pescatori
avvicinati a noi mentre cantavamo raccolte nella scogliera buia
Che parlare di cose serie è sbagliato
che ti mostro una cosa così capisci subito senza tante spiegazioni
E’ una foto sul cellulare, una scritta che cita pesto alla genovese
dietro l’immagine di un poliziotto corazzato
che preme un ragazzo a terra con il ginocchio
Io che gli dico eh, io sono quello lì sotto
Sguardi chiusi, un saluto dietro a una scusa mal celata
E si chiama l’incomunicabilità
Lasciami andare, non mi stringere più
you've asked me to hold you but the holding is through
Ti ho visto leggermi la mente, era un dolore sconvolgente
perché non provi a fare un po' più piano dai.
Le risate e le lacrime per ore, ilarità senza filtri
per un messaggio che diventerà il tormentone estate 2004
Precisamente ciao bella come ti va
Io
E allora G. per tutta la sera: io
Non ci credevo, ho detto: "è lei o no?"
tra tanti amici non ti aspettavo qui
solita sera e la solita tribù
tu che mi dici: "stai sempre con i tuoi?"
e ti accompagnava, un emozione forte
e ti accompagnava ancora, la solita canzone
Poi il mare più trasparente più liberatorio
nuotare nell’acqua limpida e inglobante
accogliente come fosse il più naturale degli ambienti per un corpo umano
sensazione di ritorno alle origini, alla pace, alla fusione
nudità liscia, liberata
capelli allegri lucenti
io e M. che nuotiamo insieme, lei aggrappata e me
come in una pancia in cui vivere simbioticamente
I am just a poor boy
Though my story's seldom told
I have squandered my resistance
For a pocketful of mumbles
Such are promises
La malinconia ritrovata nella penombra
La mancanza che c’è dietro
che resta sempre, come un residuo
nel letto dell’acqua che scorre e sta
E pulsa
nelle piccole foglie appuntite e scure e vive
che spiccano dal cielo chiaro
di strisce lontane di luce stanca, di futuro
di vento leggero che non accarezza
Quando ridi quando sei da sola
Laying low, seeking out the poorer quarters
Where the ragged people go
Looking for the places only they would know
Lie la lie...
12/08/2004
Puglia
Io oggi sono tornata da qui
E da qui

E qui

Passando per qui

...

..che poi vi racconto...
03/08/2004
Incontro
Vorrei scrivere di lui, vorrei scrivere di me, di ieri, quello reale e quello lontano, nella nausea e nella stanchezza di una sveglia troppo tardi, di una telefonata troppo vicina.
Di un salto troppo lungo, di una me stessa diversa o troppo uguale.
Del tempo che passa e che rimane. Ché gli elementi ritornano e combaciano e si sovrappongono negli anni, nei momenti più diversi, più lontani, dopo le curve più strette e le svolte più cieche. Aggirato un tornante, 180 gradi in salita percorsi attraverso gli anni, svolti l’angolo ritrovi un orizzonte che riconosci.
E’ lo stesso della partenza.
E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei,
la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due.
E’ la stessa sabbia sotto i piedi, lo stesso mare di notte, gli stessi occhi verdi che conosci bene, a cui mille volte hai pensato, a cui mille volte hai voluto bene.
Gli stessi occhi allegri ma troppo tristi, ma troppo adulti, ma troppo stretti da tutto quello che hanno visto, dalla crudezza, dalla vita iniziata troppo presto.
Gli stessi occhi senza filtri, gli occhi furbetti che si illuminano spavaldi in un gioco sempre uguale o che si oscurano, lucidi, dicendo la verità. Di un’infelicità, di una non appartenenza, di una non comprensione, dell’ennesimo schiaffo. Di una durezza che non lascia spazio per.
Di una consapevolezza che io non ho dovuto mai.
Quella stessa dei diciotto, dei diciannove, dei venti anni, che io ragazzina con gli occhi pieni di parole e sogni capivo da lontano. Che io percorrevo attraverso frasi di canzoni, attraverso immagini sublimate.
Ti ricordi quell’estate, in moto anche se pioveva…
E lui abbozzava, e lui rideva, e lui fuggiva e tornava.
Io intanto seduta in un banco di scuola pensavo a dei ricciolini biondi, ai suoi “stai contenta”, a una coperta a pezze colorate, a una casa al mare di fine settembre. Alle linee della sua vita nel viso. A un velo negli occhi che ritrova però sempre uno spazio pulsante dietro. Ancora oggi.
Dieci anni da narrare l'uno all' altro, ma le frasi rimanevan dentro in noi:
"cosa fai ora? Ti ricordi? Eran belli i nostri tempi,
ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via".
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia...
E dopo quattro anni ieri lo vedo. Lo stesso bar, le stesse persone, le stesse espressioni di energia che attenta che esplode. Scemo. Un accento diverso, un diveso sottofondo tra le righe. Dietro al sorriso amaro una brutta storia.
Carte e vento volan via nella stazione, freddo e luci accesi forse per noi lì
ed infine, in breve, la sua situazione uguale quasi a tanti nostri films:
come in un libro scritto male, lui s' era ucciso per Natale,
ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio:
povera amica che narravi dieci anni in poche frasi ed io i miei in un solo saluto...
Le nostre strade sempre più distanti, ma incrociate lì. E incrociate davvero. Ché non è un punto, è uno spiazzo, grande quanto serve. Grande quanto avrei voluto abbracciarlo mentre gli tremavano le labbra e mi guardava indifeso, dietro a tutte le difese che sempre lo hanno reso troppo forte, o mentre camminavamo –ancora, e scorrono gli anni davanti agli occhi- sulla riva e lui diceva “ma ora è tutto cambiato, Ire”. O forse non cambia mai niente. E forse, questo è bellissimo.
E pensavo dondolato dal vagone "cara amica il tempo prende il tempo dà...
noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa...
restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento,
le luci nel buio di case intraviste da un treno:
siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno..."
01/08/2004
Il lupo ovvero l'uomo nero
Questa è la lettera che poco fa ho scritto, non potendo farne a meno, a Zucconi, il direttore di Repubblica.
Volevo scrivere qui qualcosa di diverso, su questo argomento, ma sto partendo per il finesettimana e non ho il tempo di farlo. Quello che penso però è questo:
Gentile direttore,
da quando ho iniziato ad interessarmi di politica o di attualità leggo il vostro giornale. Da sempre.
Lo leggo perchè penso rifletta, sicuramente più di altri, la mia ideologia politica e riporti le informazioni in modo corretto e intelligente, più di altri.
Negli ultimi anni ho però notato anche da parte vostra una certa tendenza, drammaticamente diffusa oggi nella comunicazione mediatica, allo scoop, al creare scalpore attraverso la pratica del romanzare e aggiungere elementi poco decorosi ed essenziali alla notizia con mezzi non rispettosi del senso critico e della moralità del lettore e delle persone oggetto del servizio giornalistico.
Oggi la riprova di questo è stata l'esigenza da parte vostra (già avevano provveduto a farlo i telegiornali, ma si potrebbe sperare in una stampa più dignitosa) di esporre (nell'edizione on-line) le fotografie della morte del "lupo" (anche questo, appellativo a dir poco vergognoso, ma certo non dipende da voi), della cattura, del sangue, come fosse un poliziesco, o un fumetto.
Non capisco cosa possa spingere a perderere il senso della serietà e della qualità giornalistica in questo modo, e perchè io debba essere esposta, pur leggendo un giornale che ritenevo serio, a tanto scempio. Ritengo si sia perso il senso del limite e del decoro. Le esprimo la mia delusione.
Cordiali saluti,
Irene ....