30/03/2005
Quello stronzo del panettiere
Io, oltretutto, ho un panettiere che me ne fa di tutti i colori. Il suo negozio sta sotto casa mia. Davanti ad esso, un piccolo piazzale pubblico dove è possibile parcheggiare un paio di macchine. Io, di solito, lascio la mia in una stradina che costeggia il mio palazzo, ma se proprio non trovo posto né lì né altrove nelle vicinanze, mi trovo costretta a parcheggiare in quel piazzale, soprattutto se è sera.
Si dà il caso però che il nostro panettiere pretenda l'esclusiva di quel posto per la sua macchina, pur non avendone nessun diritto. La saga è iniziata mesi fa. Ogni volta che io o mia madre parcheggiavamo nel piazzale lui ci alzava i tergicristallo, torceva gli specchietti, una volta ha anche lasciato un biglietto intimidatorio degno di un premio letterario, del tipo "torna casa tua!". Naturalmente, io, che se posso rivendicare qualche sopruso subito, indicendo battaglie per la giustizia degne di Giovanna D'Arco, non mi tiro certo indietro, ho affrontato il losco individuo più di una volta, ottenendo vigliacche risposte di una volgarità impareggiabile, e nessun risultato. Più volte ho aspettato alla finesta, macchina fotografica alla mano, il mio momento di gloria: coglierlo con le mani nel sacco per poi correre esultante dai carabinieri. Ma la vecchia volpe non si è mai fatta fregare. Stasera, infine, il fattaccio. Veramente ne ho riso per ore, ma infine è prevalsa, implacabile, la sete di vendetta. Insomma, vado a prendere la macchina e vedo il cofano sovrastato da un'incredibile mole di mozziconi di sigarette, sassolini e terriccio. Sulle prime mi dico -ma guarda questo folle cos'è capace di fare, ma dove le avrà trovate poi?!. Svanita l'ilarità però ho realizzato la presenza di piccoli ma decisamente irritanti graffi sulla vernice del suddetto cofano e ho capito. Devo porre fine a tutto ciò. Già non mi tengo, ma la domanda è, cosa posso fare a quest'uomo? La parola denuncia rotea vorticosamente intorno alla mia testa ma la verità è che non ho alcuna prova. Posso fare irruzione nel suo infimo negozio e coprirlo dei peggiori insulti ma non otterrei nulla se non la probabile esplosione di qualche, mio, capillare. Quindi: idee, suggerimenti, contributi?!?
28/03/2005
Mentre io, aspettavo...
Partire per qualche giorno con i miei ha sempre avuto per me una valenza di allontanamento dalla mia irrequietezza, dalle mie contingenze destablizzanti. Come essere prelevata, con una specie di gancio dall’alto, da tutti i pasticci in cui sempre sono implicata. In cui mi implico, più che altro. Che poi la mia irrequietezza rimane, ma trasposta in un terreno neutro, in cui la posso osservare e in cui la posso nutrire.
E la osservo sempre sullo sfondo di immagini meravigliose, e illuminanti. La osservo con occhi saturi di cose che non conoscevo, di cose che mi fanno sentire particella di elementi e di energia affine a quella che è fuori di me, che è pietra antica, che è costruzione amalgamatasi al mondo negli anni, e terra non costruita, di colori simili ai miei.
Ho riso tanto coi miei fratelli, giocando ad insegnare al più piccolo parole come opinabile o encomiabile e poi ad interrogarlo, canticchiando insieme ed ossessivamente “Il caso vuole che io non sia capace di assorbire la tua voce in pace, non sto bene, oddìo mi sento le caviglie in catene”, facendo balletti stupidi e spensierati sul sedile posteriore della macchina.
Mi sono sentita forse per la prima volta davvero adulta in presenza dei miei genitori, cenando a lume di candela accanto ad una vetrata che dava sul lago di Bolsena, blu notte e luminoso.
E poi ieri. Ieri, durante il tragitto verso casa, ci siamo fermati a Perugia, per andare a trovare la zia e la cugina di mia madre, che non vedevamo da quando io ero piccolissima. La zia era la sorella di mio nonno.
Ed è come se non fosse giusto scriverne, che non c’è nulla a cui dare una forma diversa o patinata tramite la trasposizione in parole. Questa è una cosa che voglio ricordare, ma nello stesso tempo elaborarla nella scrittura mi dà una sensazione di nausea e di inadeguatezza.
La zia era una persona dolce in maniera disarmante. Era leggera, composta nel suo essere una signora piccola e sorridente, con questi grandi occhi verdi e lo sguardo un po' timido. Io, non sono sicura di poterlo dire, che mi sembra di essere ingiusta nei confronti delle persone che mi stano intorno, e che forse non è proprio, e sicuramente non solo, così, ma io, così abituata a nervosismi e pesantezze ed autocompatimenti, a recriminazioni, a problemi, legati alla vecchiaia e non, a sospiri di continue stanchezze. Abituata a pensare che sia normale che ci sia sempre qualcosa che non va. Io credevo di trovarmi in un'altra dimensione. Forse solamente quella di quando ero piccola e c’era il nonno, che era come lei. Che io ieri le ho chiesto di raccontarmi qualcosa di lui, e mi ha risposto “eh…” a dire –cosa posso dirti, a bruciapelo e così genericamente- e poi, senza alcuna venatura di patetismo o di banalità “ci volevamo tanto bene, era tanto buono, il mio Pietro”.
La guardavo e sentivo di aver perso tanto. Tanti anni, e una persona che poteva essere importante nella mia vita. Quello che mi è sempre mancato da quando non c’è più il nonno. Quella correttezza, quella semplicità, quella bontà portata all’assoluto, che tutti ricordano quando parlano di lui.
E quando abbiamo salutato la zia alla porta ho dovuto voltarmi per non scoppiare a piangere, come una bambina. Così in macchina, voltata verso il finestrino.
Come il giorno prima, quando in una chiesa che conteneva le reliquie di una “santa” (per l'occasione eviterò di esplicitare alcune mie perplessità), ho letto questa frase su uno di quei libri per i visitatori posti all’ingresso: “Per il nonno Pietro, mi manchi tanto” e poi, “aiutami ad affrontare quello che sapevi”. L'ho letta e io non so cos'è ma non riuscivo a frenare la lacrime, che continuavano e continuavano a scendere, silenziose e nascoste agli sguardi.
E allora scopro di conservare dentro uno stato di privazione e di mancanza che ancora è vivo, che se penso al nonno lo sento che è una ferita ancora aperta, dopo tutto questi anni. Perché so di aver perso una possibilità grande. So che avrebbe avuto tanto da insegnarmi, so che sarebbe stato una spalla serena, per i momenti più difficili. Che quando sto male, o nei momenti importanti, non c'è una volta che non pensi a lui.
E la zia, lei mi ha riportato a quella sensazione di pace. Che lì, con lei, vive ancora. In un'altra dimensione.
25/03/2005
More than ever
Stasera ho cantato la canzone più bella che avrei potuto. Non perché sia la più bella che io conosca in termini assoluti, ma perché dalla prima volta che ci siamo incrociate ho capito che le sue linee correvano aderenti a quelle della mia voce, e della mia natura febbrile. Cantandola la sensazione che provo è quella di non lasciare nessuno spazio vuoto tra me è lei, di riempire tutti i suoi angoli. Come prendere una forma altra da me.
Oggi, per la prima volta da quando mi capita di cantare in un locale, non ero agitata, neanche un po'. Sapevo che sarei scivolata su quelle parole, in modo familiare.
E, oggi, per la prima volta, cantando, per un attimo ho sorriso senza pensare a dov'ero, a cosa stavo facendo, alle persone intorno. Ho pensato ad una cosa bella, ad una persona per cui l'avrei dovuta cantare, apposta. L'ho cantata apposta.
-Total eclipse from the heart, Bonnie Tyler-
23/03/2005
A volte
Così a volte mi capita di prendere ancora le sue difese.
Come se dentro di me ci fosse ancora un posto prezioso per noi, una parte di noi. Come se fossi in grado di difendere ancora qualcosa. Se tutto questo non fosse la cosa migliore, o forse si, ma più di tutto infinitamente triste. Perché certi legami restano, ad un livello altro dal contingente.
E allora mi sento incredibilmente buona. Generosa. Più in alto di, più pura. Eh, ho dei sentimenti mica da poco io.
E poi scopro, e poi penso che no. Che non è vero. Che alla fine è l'istinto che lega al terreno a vincere, è lo stomaco. Che l'assoluto dura il tempo di una canzone, e tutto è sempre disillusoriamente ibrido.
21/03/2005
Cose
Ero molto contenta perché avevo comprato dei calzini a colori-pastello-sfumati, simili a quelli corti e allegri di quando si era piccoli. Li ho usati, ed erano anche morbidi. Poi li ho messi a lavare, e stasera li ho ritrovati sulla mia scrivania rimpiccioliti e pieni di strani pelucchi. Sono andata nella camera dove mia mamma leggeva un libro prima di dormire.
Io, affranta: ma come mai secondo te questi calzini sono diventati così brutti?
Mamma: beh, non so com’erano prima...
Io: belli...
Una delle scorse sere, correndo forte in bicicletta sulla strada di casa ho pensato che ho trascorso degli anni, molte, moltissime serate a fare cose che non mi andava di fare. Per altre persone. Trovandomi incastrata da indesiderati imprevisti e legata da doveri obliqui. E che ora invece non ce n’è bisogno, che sono libera e un po’ più adulta. Che non farò più cose che non voglio fare, se non per mia scelta. E che qualche buona scelta, forse, l’ho fatta.
Stamattina durante una riunione ho capito che un tavolo di legno può cambiare molte cose.
E anche una crema idratante profumata ancora fresca sulla pelle.
20/03/2005
Sooomeweeere ooover the rainbooow... bluuuebiiirds flyyy...
Forse il fatto è che sto bene. La felicità, quella che cammina in mezzo alle mollette sui fili dei panni stesi, quella un po’ senza motivo, un po’ si, un po’ boh, non conosce parole.
So solo che:
Uno. Che posso tenere aperta la finestra della mia camera mentre scrivo, posso anche uscire senza giacca, e respirare le serate all’aria aperta, perché è primavera.
Due. Che stamattina è allegro perfino il suono delle campane, come i rametti di pesco con i fiori rosa fatti di carta crespa che G. e io abbiamo visto ieri tra le mani di bambini appena usciti da scuola, mentre passeggiavamo per il mercato.
G. ha detto che Mestre, a volte, volte come questa, sembra Paperopoli, ed è vero.
Tre. Che mi aspettano dei finesettimana di viaggi, di posti nuovi e non. Di luoghi di cui ho sentito la nostalgia e di altri in cui non credevo sarei tornata, ma ora farlo è allegro. E poi so già che ci sarà il sole e sarà bello.
Quattro. Che lascerò il lavoro in pizzeria liberandomi da qualche costrizione e da qualche frustrazione perché basta così e perché è quasi estate, eccheddiamine!
Cinque. Che ieri sera alla finale di Arezzo Wave Veneto c’era un gruppo il cui cantante usava la voce in una maniera ipnotizzante e stupefacentemente elaborata e piacevole. Il gruppo si chiama Planet Brain.
Sei. Che c’è stato questi dialogo, con G., scatenato dall'aver incontrato per tre volte di seguito, dopo secoli, il ragazzo per cui lei aveva perso il lume della ragione al liceo:
io: ma ti rendi conto che tu eri proprio innamorata di lui, eh?!
G.: …innamoraaata… (con fare scettico)
io: vabbé diciamo che eri pazza (letteralmente) di lui, allora! (Ricordo che il soggetto il questione passava le mattinate a scuola a contare gli adesivi appiccicati sulla finestra di lui, visibile dalla nostra classe)
G.: più che altro ero stupida di lui!
Sette: Che il numero sette cose ha qualcosa di familiare.
14/03/2005
Letterine
Pensavo a quando era difficile appoggiargli le mani ai fianchi, andando insieme in motorino. Era un brivido lungo la schiena, una sensazione simile alla paura.
A quando tremavo, prima di uscire con lui. Come se avessi avuto la febbre. Che mia madre una volta mi ha accompagnata in macchina alla sala giochi del mare, il nostro punto di ritrovo, perché non mi sentivo mica tanto bene. Tornata in città, ho ingrandito le nostre foto insieme, facendone fotocopie a colori, e le ho appese in camera.
A quando, ogni volta che lo vedevo, poi ne scrivevo pagine e pagine, su fogli bianchi senza righe, in diagonale. Scrivevo dei colori del cielo (così dolce che si potrebbe bere), di quando lui mi ha disegnato la piantina della sua classe, delle ore che passavamo delle ore nel suo garage, di quando sono tornata a casa e ho visto il suo scooter in giardino, lui ad aspettarmi nella mia terrazza, che ci si era arrampicato. Scrivevo come fossi rivolta a lui, ma in realtà la mia migliore amica era l'unica che leggeva quelle che noi chiamavamo le letterine.
Un'estate passata con lui di cui, tornata a scuola, ho scritto tutto, tutto su un quaderno. Aspettare l'estate successiva per rivedere lui e la sua felpa morbida all'interno della Chesterfield, sul torace nera e le maniche rosse.
A quando ci eravamo lasciati e io dopo una settimana l'ho chiamato col cuore in gola e gli ho detto -si, sto bene, è un bel periodo (?!).
Questa profusione di energie. Disperse, non finalizzate. Poco pudore, forse.
Che poi crescendo si lima, si lima fino ad ottenere una forma improntata sull'appropriatezza, sulla ragionevolezza. Sul risparmio di risorse, emotive, razionali. Sulla cautela dei sentimenti, degli slanci.
Sulla tutela di sè.
Che poi forse erano quelle le cose più belle.
11/03/2005
Libertàlibertà
Non che io pensi di poter interagire in modo sano, in modo costruttivo con chiunque. Non che io lo pretenda, che io lo voglia neanche. Commetto anch’io degli errori. Ho sbagliato anch’io e sbaglierei. Che ci sono cose che posso, e altre che non posso gestire. E capirlo oggi mi rende leggera. Senza lottare sempre, prima di tutto contro di sé e dei propri limiti, forse si può scegliere una fetta, la propria.
11/03/2005
Sono gocce preziose, indimenticate

Le mie parole
sono andate a dormire sorprese da un dolore profondo
che non mi riesce di spiegare
fanno come gli pare
si perdono al buio per poi ritornare
Sono notti interminate, scoppi di risate
facce sovraesposte per il troppo sole
sono questo le parole
dolci o rancorose
piene di rispetto oppure indecorose
Sono mio padre e mia madre
un bacio a testa prima del sonno
un altro prima di partire
le parole che ho detto e chissà quante ancora devono venire.
(Pacifico-Le mie parole)
09/03/2005
La seconda patatina di uno spiedino si spezza sempre
Ieri ho trascorso un’intera giornata con due persone molto piccole, per usare un’espressione di Andrea De Carlo che mi ha sempre affascinata. Otto ore con due bambini biondini, di capelli sottili che corrispondevano perfettamente all’espressione dorati o del colore del grano delle favole, e dagli enormi occhi azzurri il più piccolo, di un anno, dello stesso azzurro ma sottili e affilati quelli di Ian, che di anni ne ha tre. E’ stato sfibrante, molto, è stato dolce, è stato vivere una vita che non è la mia. E’ stato più semplice di quanto credessi, anche, far vivere un bambino piccolo durante tutta una giornata.
E c’è stato un momento in cui, stanchi dopo una lunga passeggiata, stavamo tutti e tre buttati sul divano a guardare la videocassetta di Pinocchio. Intorno la penombra del tardo pomeriggio che disegnava una linea di luce dorata lungo il profilo di Ian. Julian, il più piccolo, era disteso sopra di me, seduta, con un piede di Ian messo a scaldarsi sotto la mia coscia. Stavamo lì tranquilli e per un attimo ho avuto una percezione dissociata, un tuffo al cuore, una nostalgia remota. Me stessa in un’altra vita possibile. O forse solo il modo in cui avrei potuto vivere ora se.
L’altro ieri notte, dopo una serata allegra di risate ed energia diffusa tutt’intorno, ho rivisto lui. Ho rivisto la me stessa di otto, di sette, di sei (...) anni fa attraverso le sue mani che tremavano, le sue labbra, uguali ad una volta, i suoi occhi no. Ma io li vedevo lo stesso, quelli. Cercavo di tirare con tutta la fermezza di cui ero capace per riportare a galla quello che so esserci dentro di lui, che intravedo nella forza, nella vita che ancora ha, suo malgrado.
Ed era quasi insopportabile vederci lì così. Tutto rovesciato, che una volta era lui il più forte. Una volta ero io che dovevo correre, per raggiungerlo. Ora lui che si aggrappava alle poche forme che potevo dare al disastro che lo sovrasta. Io più grande di allora, i miei strumenti tutti nuovi sulle mani aperte. Lui così nudo, inerme davanti a me.
Ma avrei avuto ancora voglia di prendergli le mani, di abbracciarlo, se non fossi stata certa che questo avrebbe rotto un argine ed era troppa la paura. Di piangere e di non sapere più che fare.
06/03/2005
Nello stomaco
"Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita". Comincia con queste parole un articolo di Giuliana Sgrena in prima pagina sul Manifesto oggi in edicola. "Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata" scrive la giornalista. "Avevo parlato poco con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberata. (...) A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella mia stanza come a confortarmi e a scherzare: 'Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma'. Per Roma, hanno detto proprio così (...)".
"Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: 'Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire'. Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravano qualcuno, vale a dire i soldati americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti (...)".
"La macchina camminava sicura in una zona di pantani. (...) Un elicottero sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. (...) Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. (...) Ho appena accennato mentalmente a una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: 'Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla, sei libera'. Mi ha fatto togliere la benda di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo 'Nicola'. Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute (...)".
"La macchina - scrive sempre Sgrena - continuava la sua strada attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere. (...) Nicola Calipari si è seduto al mio fianco. L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto... quando... io ricordo sono fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima. L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, 'siamo italiani, siamo italiani'. Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso (...)".
"La mia mente è andata subito alla parole che i miei rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta 'perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni'. Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quella parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara verità. Il resto non lo posso ancora raccontare (...)". (Da Repubblica)
Quello che c'era da dire l'ha detto molto sinteticamente il compagno di Giuliana. Che gli americani o la volevano morta -in quanto ostaggio liberato contrariamente ai loro principi o perché quello che sapeva era (è, e speriamo che lo sia!) troppo pericoloso-, o sono dei completi idioti ed incompetenti. Entrambe le alternative sono di una gravità inconcepibile.
Resta la rabbia, una enorme e sana, rabbia nello stomaco.
Una cosa su di Lui.
"Soprattutto aveva in odio i "praticoni" e il loro cinismo. Quei tipi che tutto hanno visto, tutto hanno toccato con mano, quei tipi che tutto spiegano e di nulla conoscono il valore perché hanno una pelliccia sullo stomaco. Nicola era contento di non aver il pelo sullo stomaco. Non si vergognava di stare in ansia per gli uomini che gli erano stati affidati o di avere timore di non farcela. Se ne saranno resi conto in questi anni, in questi mesi le famiglie dei sequestrati. Toccava a lui rassicurare e informare oltre che venire a capo della crisi. Sembra che tutti lo abbiano apprezzato. Forse chi in quelle ore difficili ha potuto incontrarlo ha potuto rendersi conto che, in alcuni giorni, era tormentato come un amico di famiglia.
La morte di Baldoni, ricordo, fu per lui una ferita e un dolore autentico. In qualche modo, si sentiva responsabile di non averlo salvato. Quando di Enzo non si seppe più nulla, Nicola Calipari apparve inaspettatamente ottimista. Diceva: "E' una storia che contiamo di risolvere presto". Non volle dire perché. Non volle spiegare che cosa lo rendeva così fiducioso (mai aveva mostrato tanto entusiasmo). "Abbiamo buone informazioni, vedrete...". Finì come finì e non si dava pace. Tenne per sé nei giorni che vennero le ragioni di quella sconfitta, di che cosa andò storto. Ogni volta, però, il nome di Baldoni lo azzittiva e non c'era più verso di spiccicargli una parola." (G.D'Avanzo, Repubblica)
E odio la parola eroe che gli anno cucito addosso. Perché questo sì, è strumentalizzare. E' voler romanzare, rendere un luccicante film (quello che si chiama di solito, appunto, "americanata") qualcosa di così crudo, ingiusto e terribil(ment)e reale che non si può pensare. La sua morte, tutto il contorno. La vogliono far diventare una fiaba, vogliono offuscare, offuscare tutto dandogli contorni tondeggianti e patinati. E provo schifo, molte cose mi disgustano profondamente di tutta questa storia, che va avanti ormai da anni, e di come è stata gestita. Dai politici, dai media, da molte persone. Le parole schifose che si usano, innanzitutto.