29/06/2005

Temporale estivo. Di chicchi di grandine come ciliegie.


Temporale














di Irene alle 21:15:12 14 Commenti

28/06/2005

Lui


carrie










intanto sta bene, è ancora tra noi, a volte si trasforma in un cane, spanciato sui sassi, altre in un gatto, come lo chiama sempre mia nonna ("Dov'è il gatto?"), altre ancora in un topo. Di qualunque animale si tratti, io me lo tengo stretto, cosa non difficile data la sua folle coccolosità degli ultimi tempi, che quando vado a trovarlo dalla nonna non si allontana più di mezzo metro dai miei piedi, con saltuari effetti collaterali quali pestamenti e involontari calci che una volta o l'altra secondo me ci resta secco.
Ma, voglio dire, si può avere a che fare con un musetto così?!

di Irene alle 18:54:15 9 Commenti

28/06/2005

Love you so


Mamma -C'è questa canzone di Vasco che sento sempre alla radio... secondo me è nuova perché la passano sempre... è bellissima, d'atmosfera...
Io -Boh, lo sai, io non ascolto mai la radio...
Mamma -Sono andata anche a cercarla tra i singoli alla Ricordi ma niente...
Io -Ah, avevi perso la testa, proprio... eri andata anche alla Ricordi?!
Mamma -Sì perché quando una canzone mi piace così tanto la devo avere!
Io -La prossima volta ascoltala bene, se mi dici qualche parola del testo posso trovarti il titolo su internet...
Mamma -Ah, sì, dice sempre qualcosa come... "Ti amo", o "Ti voglio bene"!
Io -...Mammaaa!?!
Mamma -Beh, perchè? Se inserisci "Ti amo" e Vasco non la trovi?!
di Irene alle 00:03:54 13 Commenti

25/06/2005

Nelle gambe il movimento, sulla testa il firmamento.


E sto bevendo di più, quella sensazione di stordimento leggera -relativa, che io non sono mica 'una che beve'- ma che scava più profondo, fumando molto di più, le sigarette mi avvicinano all’essenza, ho un braccialetto rosso ciliegia e una canottiera dello stesso colore che indosso perché continuino a ricordarmi alcune cose. Lo sapevo quando l’ho visto, qualche giorno fa, quel braccialetto, che era quello giusto quel colore lì, ora. Ho anche un orecchino a forma di piccolissima stella, e un altro braccialetto con scritto spilla, che sarei io. Tutto questo, regalo di G., che porta fortuna, e che così siamo in due. Che lei un po’ di tempo fa mi ha detto Vedrai che ce la facciamo, e mica è poco.

Io lo so, che ci sono momenti in cui tendo alla radice. In cui fumo e non mi trucco mai e cammino solo con gli infradito e mi piaccio così, perché si vede l’ossatura. Si vedono le imperfezione e i tratti più duri. In un certo senso i più dolci. Si vedono le guace rosse per il sole, anche.

Credo che se soffrissi di qualche problema col cibo in questi momenti sarei anoressica.

E mi serve. Che io problemi con il cibo non ne ho proprio, per dire.

Mi serve sentire l’odore della casa che era della nonna. Che era mia e da oggi non lo sarà più. Mi serve venire qui e cantare, come se ci fosse lei in queste stanze, moon river. L’ultimo suono che lei ha sentito, se l’ha sentito, ma, sì, l’ha sentito, proveniente dalle mie corde. Cantarla piano e piangere, nella maniera meno mediata che di me potrei immaginare, aprendo i suoi armadi e assaporando tutto per l’ultima volta e chiedendole cose che non le ho mai chiesto, come se ci fossimo più di quanto non sia mai stato.

Ma dovermi separare da tutto questo è una cosa terribile.

La responsabilità che sento nei confronti di questo luogo, di fronte al fatto di non poterlo trattenere, ancora di più.
Che quando una persona se ne va, hai una responsabilità in più, dentro di te. Perché sei anche lei, lei che prima era altro da te, ora ne è parte.

di Irene alle 14:30:00 4 Commenti

24/06/2005

Niente è uguale a prima...


Nulla di più rasserenante che intrecciare le dita tra ciocche di capelli bagnati in una giornata come questa, in cui il calore è una bolla invisibile, come quella di Violetta degli incredibili, intorno al mio palazzo. Calore. Ieri sera concerto dei Negramaro, un capannone all’interno di un festival estivo nei pressi di Treviso, quantità esorbitanti di persone, stand e bancarelle.

Il primo tacito obiettivo individuato da me e G., arrivate sul posto, è stato uno di quei banchetti pieni di caramelle e frittelle naviganti in inquietantissimi barili di olio scuro incertamente bollente. Con aria svagata e falsa ponderazione ci siamo provviste di vergognossissimi, indefinibili, serpentelli gommosi alla cocacola, pinguini alla liquirizia, fragole di un rosso stomachevole, per poi aggirarci, masticando soddisfatte, tra le bancarelle circostanti, aspettando l’inizio del concerto.

In una di queste, abbiamo visto una camicetta color prugna con un ampio scollo a V e un taglio semplice perfettamente corrispondente allo stile di G.. “Questa è troppo da te, adesso te la prendi”, le ho detto. Il proprietario del banchetto era un ragazzo con i capelli ricci e lunghi raccolti in una coda, fisico prestante, classico tombeur des femmes dall’aria vissuta. Si avvincina per far provare la camicia a G., impegnata in improbabili contorsioni per sfilarsi la canottiera che aveva addosso nella maniera meno visibile dalla folla brulicante intorno a noi.

Mentre il ragazzo tiene alzato uno specchio in cui lei possa vedere come le sta la camicetta, G. si scruta da ogni angolatura perplessa dall’abbinamento tra la scollatura abbondante e il suo petto non così prosperoso.

Lui le chiede come va.

G. - No, è che forse mi sta un po’ larga…

Ragazzo - Ma no, la taglia è giusta…

G. - …

Ragazzo - Vabbè, dai, lo sai anche tu!

G. - … No, dillo allora! Cosa?!

Ragazzo - Eh, che ti ga poche tette, su!

G., con la bocca spalancata in un punto esclamativo - Eh, vedi!!!

Ragazzo - Beh, non c’è mica niente di male ad avere poche tette!

G., le sopracciglia all'attaccatura dei capelli - !!!

Ragazzo – Su, puoi sempre legare più stretto il cordoncino sulla schiena, guarda, così…

Finalmente riusciamo a procacciare qualcosa di liquido sopravivendo ad una coda di fiato del vicino sulla spalla ed esasperazione dei trenta gradi già presenti nella’aria. Poco dopo inizia il concerto.
Il pubblico acclama il gruppo come si trattasse di qualche sorta di fenomeno mediatico che possa suscitare la più estrema ilarità della folla. Mi immagino simili reazioni, che so, ad un concerto di Vasco, o di Bruce Springsteen, ma i Negramaro... io e G. ci guardiamo perplesse. Entra il gruppo e poi il cantante, in uno stato di visibile sconvolgimento emotivo. Si agita tantissimo sul palco, canta urlando troppo vicino al microfono con voce malferma e gesticola in maniera un po' imbarazzante. Ho la terribile sensazione di essere troppo adulta per essere lì. Però la musica, distorsioni da esaltazione del cantante escluse, mi piace. Bravi, sono bravi. E' da mesi che non faccio altro che ascoltare il loro ultimo cd, e stare lì, gli occhi bene aperti, è un dovere morale.
Alla mia sinistra c'è un ragazzo sui trent'anni, minuto, bassino, occhialetti da vista, da solo. Sta scrivendo un sms con aria molto sera. Non resisto, butto l'occhio. Scorgo il testo ed è: "Ho i brividi...!!! Sono davvero grandissimi!!!". Guardo la gente, tutti ballano euforici in maniera plateale, cantano a squarciagola le canzoni... il senso di straniamento è ai massimi livelli, sembra uno scherzo. Il tipo alla mia sinistra se ne è andato. Ora al posto suo ce n'è un altro, occhi chiusi, ginocchia e schiena piegate in avanti, si molleggia ampiamente sulle gambe al ritmo della musica. G. e io ridiamo alle lacrime.
Il cantante continua a manifestare un'eccitazione priva di contegno e rivolge il microfono verso il pubblico al ritornello di tutte le canzoni, come fossero indiscutibili classici del rock italiano. Fa vibrare con tutta la forza che il suo braccio destro possiede le corde della chitarra anche nei pezzi più lenti. Quando lo fa, freneticamente, come si trattasse di un pezzo rock, anche nel ritornello di "Ogni mio istante", mia canzone preferita dell'album nonché pezzo indiscutibilmente lento, concludo che intrattiene un'attività masturbatoria con la sua chitarra. Lo dico a G. e lei: "Si però adesso non fare la solita psicologa!".

...se ruvida è la pelle bianca che
parla da sé
mi dice che non tornerà
quel liscio, ahimè
resta illo tempore.

di Irene alle 19:47:29 8 Commenti

19/06/2005

Al centro


Torno a casa e, sedendomi alla mia scrivania, sono avvolta dalla sensazione di un profumo fortissimo.
E' il profumo del sapone che usavo a casa
sua, in una stanza grande, luminosa e fresca.
Di una doccia subito prima di partire, dopo un bagno e tanto sole preso distesa sopra il prato che circondava la piscina.
E' il profumo dell'entrare in una stanza con le tapparelle abbassate a metà in una giornata d'estate calda ma non troppo. Dopo un viaggio passato a cantare canzoni che ogni volta assumono colori differenti. Note piene, di una leggerezza che non so cos'è a darmi. Forse sì. Viaggiare e vedere luoghi diversi, senza ripetizioni. Andare avanti senza riavvolgersi mai. Parlare di tantissime parole come fossero state dette o sentite per la prima, unica, volta. Essere rinfrescata dalla sensazione del nuovo e dell'aperto impensate a possibilità. Stare bene semplicemente, vedere visi sconosciuti, sorrisi nuovi e occhi verdi brillanti.
Essere stanca dopo una giornata piena. La testa che gira dopo innumerevoli bicchieri di vino frizzante, bevuti con allegria in un bar che sambrava di essere in un surreale altrove. Vedere poi due film di seguito accovacciate sul divano ridendo fino alle lacrime per sciocchezze. Avere voglia di tutto, senza pensare ad altro.
Parlare per ore con
lei senza stancarmi mai. Conoscere persone e luoghi della sua vita e assorbire da essi energia, e sensazioni e pensieri nuovi e luce diversa sotto cui vedere le cose.
E amo questi pantaloni grigi e la maglietta rossa morbida e scollata, la pelle dorata dal sole, per questa sensazione di pace con me stessa che voglio tenere esattamente al centro.

di Irene alle 19:47:19 20 Commenti

17/06/2005

E poi il mare, secondo me, è vivo.


Sulla spiaggia quasi nessuno, solo file sottili e ordinate di ombrelloni blu, chiusi. La sabbia è ancora bagnata e compatta per la pioggia di ieri, la superficie del mare talmente liscia che appena tocco l’acqua limpida con i piedi provo verso di essa un’attrazione infantile, irresistibile, che non mi capitava da anni. Poso gli occhiali da sole e mi tuffo con un brivido estatico. Nuoto un po’ a rana in un acqua che sembra olio. Ma fredda.

Esco dopo poco e in costume sulla riva quasi deserta mi sento nuda come quand’ero bambina. Nuda perché libera. Come un corpo senza alcun connotato, solo pelle, niente da aggiungere.

Continuo a fare quello di cui mi stavo occupando prima, con tutta l’attenzione che non focalizzo quasi mai totalmente su una sola cosa. Osservo per un po’ tutte le conchiglie sparse sulla riva in mezzo al movimento delle onde più piccole, ne scelgo alcune, che siano proprio come servono a me, le sciacquo, le metto ad asciugare. Non riesco ad immaginare una cosa più importante, al momento.

Nel frattempo mi raggiunge mia madre, vede le conchiglie ordinatamente sistemate sul ripiano dell’ombrellone e mi guarda strana. Dice Sei proprio….

Poi leggiamo, scorro le righe di un racconto di Alice Munro con un’urgenza e una fame priva di altri pensieri. Distesa sotto il sole con la pelle luccicante di crema.

Cammino con le infradito nelle stadine della pineta leccando un gelato all’amaretto e alla cannella che solo a Bibione, solo nella mia gelateria preferita. Lo mangio sporcandomi per gioco gli angoli della bocca.
Penso, se fossi più felice di così, in questo momento, starei male.

Io cammino
di notte da sola
poi piango poi rido
e aspetto l’aurora
Ed è una realtà
tutta mia
e una strana atmosfera
pervade la mente
di sera
Io vivo
a volte infelice
a volte gaudente
talvolta vincente
o perdente.

[Amalia Gré]

di Irene alle 21:28:29 9 Commenti

13/06/2005

Escalation

Commentando con Fassino i risultati del referendum,
Ferrara: "...io che sono di destra, di sinistra, o non lo so..."
Dalla nostra tavola: "Ma vaffanculo, va
!", "Si, credici!!!", "********!"
Mia madre, intanto, a prescindere: "E' incazzato col mondo perché il destino l'ha reso grasso!"
Io, per l'ottantesima volta oggi: "Che paese di merda."

di Irene alle 21:54:11 16 Commenti

09/06/2005

Due


fiori










Due scalini saranno la distanza
perché i miei piedi non calpestino
il vestito e allora due scalini
più tardi arriverò
leggermente in ritardo
a consumare lo spazio
che rimane -ah per le mani
non ci sono scuse-
a trasformarle in certezze
le incertezze

[Patrizia Cavalli]
di Irene alle 15:50:44 32 Commenti

07/06/2005

One for you, one for me


Io che la mattina giro e giro su me stessa, le braccia aperte, saltellando qua e là tra le pareti del salotto e cantando a squarciagola una canzone, che vibra dalla radio a massimo volume, per sentirla ancora scorrermi addosso.

Saltellando come ieri in palestra, alla fine dell’ora di ginnastica, sulle note di una vecchia canzone, “One for you, one for me”, in un’allegria struggente e con le ossa rotte.

Io che penso, il cielo bianco e stanco fuori e dentro, che se potessi scegliere una piantina da curare ne prenderei una con pochi gambi, che le foglie non occultino il suo terreno. La metterei in un grande vaso. Che nutrirla sia un’operazione limpida e chiara.

Io che rido di me, che non c’è una volta che io metta su il caffè e che non calcoli male i tempi andando in un’altra stanza per poi tornare in cucina e vederlo ribollire al di fuori della caffettiera, dovendolo poi rifare. Una volta l’ho dovuto rifare perfino tre volte di seguito, per questo motivo.

Io che una notte accendo la radio su una delle mie canzoni preferite e mi rendo conto in un attimo che quella canzone significa che è successo davvero, quello a cui sempre rifiuto di pensare, e che non ce la faccio proprio, ad ascoltarla. La spengo e capisco la differenza elaborabile e inelaborabile, tra sopportabile e insopportabile. Tra controllo e disperazione. Scelgo il primo.

Io distesa sulla spiaggia con un orecchio appoggiato sulla sabbia. Sento il rumore dell’acqua in profondità, e un calore intenso sulla schiena. Penso che è da tanto che non sto così bene. Che quella luce, il vento, il mare, mi basta. Più di tutto il resto.

Io che aspetto mezzanotte e un minuto per spedire a lui un messaggio di auguri, come sempre, da tanti anni a questa parte, sorridendo del fatto che siamo sempre qui, ed è una delle cose più belle che… la continuità.

Io che, questo momento, vorrei saltarlo a pié pari
e svegliarmi più forte.

di Irene alle 17:26:30 17 Commenti

02/06/2005

In una notte di mezza estate


"Guarda che bella quella stella..."
"Le stelle stanno diventando sempre più grandi!"
"Infatti... stiamo per morire."
"Dai, ma io stavo scherzando e tu...!"
"Eh, perché il mondo si sta avvicinando alle stelle..."
"..."
"...stiamo per morire incendiati dalle stelle."
"Sì, soprattutto perché siamo le uniche che hanno visto questa cosa!"
"(Ormai totalmente rapita, gli occhi a spirale)...incendiati dalle stelle..."
"..."
"(Ancora passeggiando per le vie del centro, trafficando col cellulare) Ho appena scritto un post!"
"Dai! E l'hai mandato?!"
di Irene alle 23:49:19 6 Commenti

01/06/2005

Che cosa c'è


Ora è un'ombra laterale nelle mie giornate. Ne ritaglia la metà. E sta da una parte come una chiave d'analisi. E' un respiro di fondo che non riesco ad afferrare e penso alla bontà delle nostre difese. A quanto sono vive e a quanto, forse, sono sane, anche se a volte preferirei vivere tutto in una volta, anche solo per un momento, senza filtri di lineare sopravvivenza.
Penso che è da molto tempo che non mi veniva in mente di poter stare in questo giardino sotto il sole a leggere con un cappello di paglia a coprirmi gli occhi. Semplicemente, stando bene. Trovando in questo verde intorno, in questi fiori in mezzo ai sassi, solo luce, il silenzio di mille pensieri. Oggi non esiste inquietudine. Calma liquida come puntini luccicanti sulle onde del mare di sabato.
Penso che se è dolore è però fertile, che io ho voglia di leggere, di camminare e di stare con me.
Che se è delusione, c'è una forza che sento che potrei prendere a pugni e calci un pungee-ball per tutta la giornata, forse la notte.
Che se è non-senso, io qui da sola ci sono sempre stata superando tante, tante cose, vivendone e trovandone tante.
Che se è amarezza, è anche comprensione di ciò che non voglio e non posso.
Che è estate
e forse sto imparando.
Che non è vero che non mi importa niente, di tutto il resto.

Comunque via da questa festa
da questa città
da questa neve di periferia...

di Irene alle 17:18:58 11 Commenti

01/06/2005

L'erba rossa


S’alzò, a disagio con sé stesso, cercò Lil da una stanza all’altra. Era inginocchiata davanti alla cassetta del Senatore in cucina. Lo guardava e i suoi occhi erano inzuppati di lacrime.

“Cosa c’è?” chiese Wolf.

Fra le zampe del Senatore, dormiva lo uapiti; il Senatore sbavava, con l’occhio a palla, e cantava brandelli disarticolati di canzoni.

“E’ per il Senatore” disse Lil e le si spezzò la voce.

“Cos’ha?” chiese Wolf.

“Non lo so” disse Lil. “Non sa più quel che dice e non risponde quando gli si parla”.

“Ma pare contento” disse Wolf. “Canta”.

“Si direbbe che sia ribambito” mormorò Lil.

Il Senatore mosse la coda e una parvenza di comprensione gli illuminò gli occhi per uno sprazzo di secondo.

“Per l’appunto!” notò. “Mi sono rimbambito e intendo restarlo”.

Poi riattaccò la sua musica atroce.

(…)

“T’ha detto di sé” disse Wolf. “E’ la beatitudine. Perché ha quel che voleva. Credo che in entrambi i casi la fine sia l’incoscienza”.

“Mi strazia” disse Lil.

Il Senatore fece un ultimo sforzo.

“Sentite” disse. “avrò un ultimo sprazzo di lucidità. Sono contento. Capite? Bene. Io non ho più bisogno di capire. E’ una contentezza integrale, dunque vegetativa, e queste sono le mie ultime parole. Riprendo contatto… torno alle origini… dal momento che sono vivo e che non desidero più nulla, non ho più bisogno di essere intelligente. Aggiungo che avrei dovuto cominciare da qui.”

Si leccò il naso golosamente e produsse un suono incongruo.

“Funziono” disse. “Il resto è una buffonata. E ora, rientro nei ranghi. Vi voglio bene, forse continuerò a capirvi ma non dirò più nulla. Ho il mio uapiti. Trovatevi il vostro”.

Lil si soffiò il naso e accarezzo il Senatore che scodinzolò, appoggiò il naso sul collo dello uapiti e s’addormentò.

“E se non ce ne fossero per tutti, di uapiti?” disse Wolf.

Aiutò Lil a tirarsi su.

“Oh,” disse. “non riesco a farmene una ragione”.

“Lil” disse Wolf. “Ti amo tanto. Perché questo non mi rende felice come il Senatore?”

E’ che io sono troppo piccola” disse Lil, stringendosi a lui. “Oppure, vedi le cose dal lato sbagliato. Prendi lucciole per lanterne”.

[Boris Vian-L'erba rossa]

di Irene alle 11:08:42 1 Commento