28/11/2005
Have you ever...
In sala prove.
Io -Sì ma non farò MAI tutti quegli strascicamenti alla fine del pezzo, tipo "Have you ever... have you ever seeen the raaain... yeah!"! Sono da diva!
Tracheite -Ma sì... devi lasciarti andare!
Io -Ma mi vergogno!
Tracheite -Bah, se è per questo hai fatto di peggio!
Io -Ah, bene!
27/11/2005
Aida
Riprendendo in mano il blocco degli appunti di un corso frequentato qualche mese fa, sfoglio prime pagine frammentarie, scritte con una calligrafia, dilatata e confusa, che mi fa sorridere della totale assenza di sonno della notte precedente.
E' come se comprendessi solo ora il contenuto di frasi scritte meccanicamente, pensando soltanto a come riuscire a tenere gli occhi aperti, a non apparire agli occhi del mio coordinatore e degli altri partecipanti come una cocainomane stordita in fase depressiva.
Agli angoli delle pagine, piccoli e probabilmente compulsivi disegni di sequenze ambientate sulle due colline incrociate a V del piccolo principe. C'è sempre una stella, e un omino stilizzato che, in punta di piedi, la sfiora. Ancora più minuscole e ai margini, annotazioni su cose pensate spesso fondamentali come persona intelligente che non sa parlare?.
Procedendo nella lettura, rivedo immagini di quel gruppo, rispetto a cui mi sono tenuta sempre un po' ai margini, io che mi sentivo in parte estranea anche a me stessa, come fossi scomposta in settori discontinui, senza vivere davvero dentro a nessuno di essi. Noi seduti con gli occhi chiusi al sole della primavera che stava iniziando, sulle scalette all'ingresso dell'edificio. L. che rideva ammiccando ogni volta che estraevo il cellulare dalla borsa.
E la sorpresa quando, l'ultimo giorno di corso, così distante dal primo, durante una specie di gioco d'addio, alcune persone hanno associato a me attribuzioni come 'mi dà l'idea di una persona che soffre in silenzio', o 'femminile e riservata' (L. ha raggiunto il suo apice commentando soltanto, soddisfatto: 'bella gnocca'). Mi sembrava impossibile che quelle persone potessero davvero vedermi, avere un'idea su di me, mentre io avevo la netta sensazione di non essere lì, come in nessun altro, preciso, luogo. Ancora vedo quelle pareti bianche, in queste pagine, che sembravano l'unico confine esistente.
26/11/2005
Imparare ad oziare
Beppe Grillo, nella chiusura dello spettacolo registrato quest'anno a Milano e trasmesso dalla tv svizzera, ha detto una cosa che ho sempre pensato e che a sentirla dire -gridare, veramente- da lui mi si sono illuminati gli occhi. Che, secondo me, è una cosa importantissima. Anche per noi, che spesso siamo quegli stessi bambini cresciuti.
I bambini sono esauriti a dieci anni, ogni minuto del loro tempo è occupato con qualcosa, il corso di tennis-il corso di sci-il corso di palestra-il corso di nuoto... bisogna insegnare ai ragazzi che c'è anche il tempo che si devono rompere i coglioni! ...non devono fare niente! Il tempo dell'ozio, a dieci anni!
Eh.
23/11/2005
Just a million dollar baby:

Oggi ho preso coscienza della mia vera vocazione.
Son passi importanti.
Eppure l'inconsapevole, precoce scelta delle immagini per il template avrebbe dovuto suggerirmi qualcosa...
22/11/2005
Come il silenzio
Aveva una maglia azzurra e sedeva, morbida, contro la luce di una alogena posta dietro di lei. Trascorrevo lunghi minuti galleggiando in un'inerzia simile ad una vertigine leggera e continuavo a pensare che la sua voce bassa riempiva interamente la stanza, ogni centimetro di spazio e io dovevo lottare per tenere gli occhi aperti.
20/11/2005
La volta di troppo
Esiste un istante, all'interno di un periodo della propria vita, definibile attraverso il concetto de 'la volta di troppo'. A me, in passato, è capitato diverse volte di viverlo. E credo che quel 'di troppo' sia uno dei regali migliori che la nostra psiche usi farci, anche se, a volte, un po' in ritardo rispetto alle previsioni formulate dal nostro buon senso. Brava!
- Tu vuoi solo trombare e dormirmi addosso!
- In questo momento è così.
- E' questa la tua idea di amore romantico?!
[Volevo solo dormirle addosso - E. Cappuccio]
16/11/2005
Spin spin
Oggi ho vissuto quella che in psicologia e non solo viene denominata esperienza vicina alla morte.
Lo spinning.
Non credo si possa capire cosa significa sedere su uno spinner (già), vittima delle proprie gambe che si muovono ormai autonomamente, in mezzo ad una decina di persone che pedalano come invasate (gli uomini, poi... uh!), in una stanza semibuia, poco più grande della mia camera da letto 3x2, tra le cui pareti rimbomba una musica psichedelica a volumi che neanche in discoteca, tanto da riuscire a sovrastare perfino le urla con cui l'insegnante incita a pedalare più velocemente e ad aumentare la resistenza dei pedali.
Tipo che non camminerò per una settimana. Ma ci torno, eh?!
Se Dante avesse scritto la Divina Commedia nel nostro tempo, non ci piove che questa scena sarebbe finita dritta dritta nella descrizione di uno dei gironi infernali.
Credo farebbe a gara con l'immagine che ritrae 'il popolo' accalcato alla porte di un tribunale per assistere al processo di Anna Maria Franzoni.
15/11/2005
Regressioni
Rido constatando che, dopo anni e anni dal suo ultimo, accidentale, ascolto, conosco ancora a memoria ogni parola della canzone di Masini, Vaffanculo. La verità è che l'ho sempre trovata divertente e liberatoria, nonostante Masini e tutto il resto, e ancora mi rende molto ilare quella frase: ma li trovi una mattina con la foto sul giornale in quell'ultima vetrina con la voglia di gridare al mondo: vaffanculo!
Nel frattempo, la mattina, facendo colazione, io guardo Pollyanna. E, spesso e volentieri, mi ritrovo davanti alla mia tazza di caffè e latte stacolma di cornflakes con gli occhi lucidi e lo sguardo da bimba redenta, e illuminata da niente meno che un cartone, appunto, per bambini.
Bene, insomma.
14/11/2005
Ancora da ridere
A volte mi capita di retrocedere di mille passi. O, almeno, di avere questa percezione.
Di uscire la sera e, frugando bene, accorgermi che è quasi come se lo facessi per mettere a tacere una sorta di superio della socialità, per poi pensare fin dall'inizio a quando tornerò a casa, contenta di aver svolto il compito di 'essere stata in mezzo alla gente'. Poi magari invece sto bene e passo una bella serata, ma questo è un altro discorso. Anche perchè, proprio quando sto meglio, prevale l'istinto di circoscrivere in un tempo ragionavolmente limitato quel momento piacevole.
E allora mi chiedo qual'è il senso. Ma non quello relativo a questa questione. No, il senso globale.
Perchè quando inzio a pensarci su, poi mi viene in mente che in realtà so molto meglio quello che non voglio rispetto a ciò che voglio, che peraltro è molto astratto. Che io funziono meglio per opposizione, si sa, ma non significa che mi piaccia. Che sono insofferente davanti alle persone dagli entusiasmi che non sanno contenere, anche a quelle spente, ma io sono lontana da una qualsivoglia classificazione.
Che è meraviglioso crescere, perché puoi permetterti scegliere, ma poi temo che continuando a restringere il campo resti talmente poco da far paura.
Mentre cerco di separarmi da me e da questi pensieri, mi trovo in un piccolo locale davanti a un terzetto che suona, con un contrabbasso, un sax e un piano, una musica ipnotica e lieve, che mi sembra di trovarmi ne "La leggenda del pianista sull'oceano". Mi sorprende la dedizione alla musica che irradia dalla presenza di queste persone, gli occhi chiusi che delimitano l'intimità di una dimensione altra, separata, e che si alternano con sguardi di divertita complicità tra loro.
I pezzi sono intervallati da piccole poesie lette, e scritte, da un signore con una lunga barba, appoggiato al muro accanto al pubblico, e scorrono davanti a fotografie proiettate su uno schermo alle spalle dei musicisti, che ritraggono la laguna immersa nella nebbia, o terreni cosparsi di foglie autunnali, come fossero pensate appositamente per quelle note.
Dopo il concerto io, M. e i suoi amici, ci trasferiamo, attraversando una nebbia che pare di nuotare, in un locale "che è come essere a casa mia". M., che ha appena incontrato quello che pare sia il suo uomo ideale, mi chiede un parere. "Mmm... vedi quanto ha la bocca larga? E' un tipo inaffidabile." sentenzio. E poi, per mandare aventi dignitosamente la discussione: "Di che segno è?". "Bella domanda…", dice lei irretita, e, stringendo gli occhi: "Non mi ricordo, però era un bel segno… beh, non era vergine, che per un maschio è già tanto!". Per dire.
Lascia che si chiedano cos’hai ancora da ridere.
[Elizabethtown - Cameron Crowe]
13/11/2005
The art of loosing
The art of losing isn't hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.
Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn't hard to master.
Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.
I lost my mother's watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn't hard to master.
I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn't a disaster.
Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan't have lied. It's evident
the art of losing's not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.
Elizabeth Bishop – One art
[L'arte di perdere non è difficile da imparare; così tante cose sembrano pervase dall'intenzione di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento delle chiavi perdute, dell'ora sprecata. L'arte di perdere non è difficile da imparare.
Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta: luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare. Nessuna di queste cose causerà disastri.
Ho perduto l’orologio di mia madre. E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L'arte di perdere non è difficile da imparare.
Ho perso due città, proprio graziose. E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente. Mi sono mancati, ma non è stato un disastro.
Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato). Questa è la prova. E’ evidente, l'arte di perdere non è troppo difficile da imparare, benché possa sembrare un vero (scrivilo!) disastro.]
Tratta dal film 'In her shoes' che, in ogni caso, vedrò di non dimenticare. Sono già troppe, le cose perdute.
06/11/2005
Pezzi
Non è mai stata una grande idea rispolverare cassette usurate dal tempo, giungendo a livelli che lambiscono Whitney Houston in I will alwais love you, in una domenica pomeriggio oltre tutto piovosa, rileggendo vecchie cose e tentando, per mezzo di esse, di comprenderne di nuove e certamente viziate dalla suddetta colonna sonora, evocante immagini di guardie del corpo che rischiano la vita per l’amata cantante dagli occhi languidi.
Ma sono giorni pieni, di cose, contesti nuovi e di energia, e a me questi momenti suscitano sempre un certo masochismo e mi istigano a ilari sfide con me stessa. Mai stare troppo bene, potrebbe essere pericoloso (come disse mio fratello, in una notte di febbre alta, mentre mio papà cercava di sfilargli la casacca del pigiama).
So I'll go, but I know
I'll think of you every step of the way
and I will always love you
I will always love you.
Giornate trascorse quasi interamente spalla a spalla, viso a viso, con persone fino a ieri sconosciute, e con le quali ora si forma un gruppo, un gruppo che deve essere proprio tale, e per bene. Persone improvvisamente parte integrante non solo delle mie giornate ma della mia possibilità, del modo, di apprendere, di lavorare, di relazionarmi, con cui interagire in continui esercizi e ragionamenti sulle dinamiche decisionali e di discussione, sul modo di comunicare, raccontare di sé, così tanto e in un’immersione così straniante.
E tante sono le cose che ogni giorno non faccio altro che mettere in discussione. Il mio modo di percepire gli altri, nell’immediatezza e poi attraverso il trascorrere del tempo, per esempio: la fiducia che ho sempre avuto nella mia prima (o quasi) impressione, nell'istinto, contrapposta all'evidenza dei cambiamenti che invece poi avvengono, nella mia idea dell'altro. Il ruolo che tendo ad assumere, questa leadership che mi viene attribuita e di cui sono consapevole, ma che mi rende antipatica a me stessa, a volte. Il distacco emotivo con cui, in alcune situazioni, riesco a parlare e che si presta ai più vari fraintendimenti, tra cui quello legato ad una presunta supponenza. Un 'distacco' che approvo e capisco da un lato e che odio da un altro.
Osservo il mio carattere, le dinamiche che istintivamente metto in atto. Le studio, e ci penso... sono meccanismi che nel lavoro di gruppo emergono vorticosi e incessanti. Ed è bello, ma così attivante che sembra di vivere improvvisamente a velocità doppia.
I hope life treats you kind
and I hope you have all you dreamed of
Così la seconda notte di questo lungo training ho preso qualche goccia per dormire, che ne avevo bisogno ma di sonno neanche un po’, e, non essendoci abituata, mi sono ritrovata da un momento all'altro con gli occhi vaganti da un lato all’altro del computer, poi ad ondeggiare verso il bagno, destabilizzata e piagata per le risate lavandomi i denti. Crollando, letteralmente, sul letto, pensavo poi a quanto il nostro essere corpo, a volte dissimulato, altre talemente evidente, normalizza anche le sensazioni più sfasate. La stanza che gira e la distorsione del mio intero sistema di percezione corporea è considerata normale dal mio cervello, preparato alla reazione all’assunzione di una sostanza chimica. E quindi da me.
and I wish to you joy and happiness
but above all this, I wish to you love.
Pensavo all'idea differente che abbiamo del luogo letto, fisico e oggettivo o psicologico e immaginativo, nel momento in cui ne siamo fuori rispetto a quello in cui ci siamo dentro.
Noi, con gli occhi chiusi dentro al letto, non abbiamo la sensazione di essere semplicemente distesi su un materasso orizzontale con una coperta appoggiata sopra: lo stesso che guardiamo, senza dargli connotazioni ulteriori, di giorno. Abbiamo la percezione di essere in un luogo caldo e intimo, senza precisi confini, non certo limitato a due elementi fisici. Un luogo psicologico, secondo me.
And I will always love you
I will always love you.
Credo che il problema sia che, per me, se una cosa non mantiene la sua bellezza, una connotazione positiva, giungendo al presente, significa che bella non lo è mai davvero stata. Io penso di crederci, mio malgrado, nella reinterpretazione delle cose a posteriori. Credo che ritenere il contrario sarebbe troppo facile. E questo vale per tutto, nel bene e nel male. Poi, la comprensione del valore che qualcosa ha avuto nel momento in cui è accaduta è un'altra questione. Non che sia facile, comunque.
Credo anche che vedere le cose da sotto un cappello le renda molto diverse e più allegre. Certamente, che renda più consapevoli.
Che passare delle ore tra le bancarelle di un mercatino al fine di individuare gli elementi migliori per comporre degli orecchini sia una cosa che fa per me. Meno, trafficare imprecando con pinze e ferretti per dare forma a gancetti e asticelle d’argento. A me la parte puramente organizzativa, grazie.
Ascoltando le parole delle canzoni dei Ricatti Ensemble ho capito che la verità a cui sono ossessivamente legata in ogni singola parola che scrivo, pena una sorta di psicotica idea di 'tradimento a me stessa', non può che rendere impraticabile per me questa attività. "Misurare la riva con i passi", per dire, è un'immagine che non potrei veramente sentire di aver vissuto, così non riuscirei mai a sentirmi serena, scrivendola.
Ho capito anche che non ho perso molto nella riduzione della mia vita notturna all'esterno, se il volume della musica nei pub ha reso necessario un tour di un’ora per la città al fine di trovare un luogo in cui fare due parole. Se le persone messe insieme per caso, troppo spesso continuano, pur salendo nella scala dell'età media, a parlare per slogan senza che se ne possa ricavare un solo concetto costruttivo. Scegliere è l'unica cosa che penso di poter continuare a fare.
Conservo, o almeno ci provo, una rabbia sottile, di una fragilità che tento di proteggere e che, per ora, tiene uniti i pezzi.
05/11/2005
Il mondo delle idee, il senso di colpa e la vita vissuta
Il problema non è di stabilire se la legalità è un valore di destra o di sinistra, e nemmeno quello di schierarsi pro o contro Cofferati, ma di vedere che tipo di problemi sollevano le ordinanze del sindaco di Bologna alle nostre coscienze beate, use ad assopirsi nelle visioni del mondo che le ideologie offrono con generosità, impedendoci di vedere come è davvero il mondo, come cambia, e che posizione dobbiamo assumere di fronte ai suoi radicali mutamenti.
Una prima contraddizione in cui tutti ci veniamo a trovare, e che le ordinanze di Cofferati evidenziano, è quella tra "il mondo della vita" e "il mondo della legge". Tutti stiamo dalla parte del mondo della vita perché è bello, perché a regolarlo è l'anarchia del desiderio che conosce solo il principio del piacere, dove basta desiderare per avere. Memoria infantile. Fissazione a un'età da cui, se non ci fossimo evoluti, non saremmo divenuti adulti.
È bello bere tutti insieme la birra in piazza facendo tutto il rumore che ci piace, lasciando le lattine e quant'altro sul selciato. È bello. Non si può negare. Così come non si può negare che è bello e anche facile occupare una casa abusiva semplicemente perché se ne ha bisogno, trascurando in pari tempo chi, come noi, ne ha altrettanto bisogno, ma non ne ha la forza. È bello vivere tutti assieme tra occupanti, tra gente che si sente dalla stessa parte, come i bambini quando fanno banda o gruppo. È bello. Ma non è adulto.
Il mondo della vita ti porta anche gli immigrati in casa. E siccome gli immigrati valgono meno della merce che producono e comunque hanno minor possibilità di circolazione di quanta non ne abbiano i beni da loro prodotti, con loro si può fare ciò che si vuole. Li si può impiegare regolarmente, oppure in nero, li si può cooptare nelle forme del caporalato che li assolda a giornata, oppure per altri mestieri che vanno racket allo spaccio. Il mondo della vita è che questo ed è per vivere che gli immigrati si adattano a questo. Dietro le loro facce che sembrano icone della sofferenza, c'è chi nell'illegalità li usa per fare gli affari suoi, sporchi o puliti che siano.
Il mondo della vita è variopinto e ricco, ospita tutte le forme dell'esistenza che riescono a trovare espressione, ma senza regole è possibile la loro convivenza? Non dimentichiamo che la regola è l'unico argine al sopruso, che tale rimane anche quando si presenta sotto le forme del bisogno, della necessità, o addirittura della carità. Anche la mafia, fuori dalla legalità, dà lavoro ai figli della sua terra, viene incontro al bisogno, alla necessità, e se volete anche alla carità.
Oltre alla contraddizione tra il mondo della vita e il mondo della legge, le ordinanze di Cofferati mettono opportunamente in luce la stridente contraddizione, che la nostra assopita coscienza fatica ad avvertire, tra il "mondo delle idee" e le nostre "pratiche di vita". Davvero riusciamo a sopportare tutto quello che le nostre idee predicano? La loro predica la conosciamo: dobbiamo assistere con piacere ai giovani che bevono la birra in piazza fino a tarda ora perché è segno di socializzazione, dobbiamo capire quelli che occupano la case perché gli affitti sono troppo elevati, dobbiamo accogliere gli immigrati, trovar loro un lavoro e una sistemazione, e tollerare che nel frattempo ci lavino i vetri puliti delle nostre automobili per consentir loro di sbarcare il lunario. Tutto giusto, tutto bello, tutto vero. Ma ce la facciamo? Davvero le nostre forze di sopportazione sono all'altezza delle nostre idee, o abbiamo posto l'asticella delle nostre idee troppo in alto per sentirci nobili, elevati e soprattutto giusti, ma assolutamente inadeguati per quanto riguarda i margini di tolleranza che la nostra vita vissuta ci concede? Certo è bello sentir parlare per strada l'arabo, il cinese, il bengalese, mescolati al bolognese, come si mescolano i colori differenti della pelle e degli occhi che si incrociano. Si ha la sensazione tangibile di essere entrati davvero nella modernità, nella società complessa, nella globalizzazione che non è solo Internet o movimento di capitali, ma incrocio di lingue, mescolanze di odori, facce diverse da quelle patinate della pubblicità.
Ma poi quando ci capita di storcere il naso perché nauseati dall'aroma che proviene dal ristorante cinese sotto casa, quando esitiamo a salire in ascensore con due nigeriani per altro gentili, quando imprechiamo per la scarsa igiene e il degrado delle nostre vie lastricate di lattine di birra e mozziconi di sigarette con espressioni più vicine al razzismo che al semplice disagio, non ci viene il sospetto che le nostre idee siano troppo accoglienti e filantropiche rispetto alla nostra capacità di sopportazione, quasi che il nostro corpo si rifiutasse alla generosità delle nostre idee?
Non abbiamo alle volte concepito idee troppo grandi rispetto alle nostre capacità? E queste idee non ci piombano addosso per sconfiggerci intimamente? Non è meglio che un po' di legalità abbassi l'asticella dove abbiamo collocato le nostre idee filantropiche per renderle compatibili col grado di tolleranza di cui siamo di fatto capaci, ma non oltre?
(…) Ma c'è un terzo elemento che non è una contraddizione, ma un rischio da cui le ordinanze di Cofferati tentano di metterci al riparo: il rischio della "deterritorializzazione" come risvolto negativo della globalizzazione. Per deterritorializzazione intendo quel processo (accompagnato dalla percezione diffusa che siamo solo all'inizio) che traduce le grandi città in agglomerati di sconosciuti, senza più quel tessuto sociale che creava quel rapporto fiduciario tra gli abitanti del territorio i quali, se anche non si conoscevano, sapevano di sottostare a quella legge non scritta che era l'uso e il costume degli abitanti di quella città.
Già da vent'anni i demografi che, al pari dei geologi nessuno ascolta perché gli uni e gli altri parlano di tempi che non sono l'oggi e il domani, avevano annunciato che nel 2030 i quattro quinti dell'umanità si sarebbero raccolti in 30 città. E questo cosa significa? Significa che le città avrebbero perso i loro connotati e sarebbero diventate pure estensioni di uomini, concentrati l'uno a fianco dell'altro, con l'unico vincolo che è il procacciamento del denaro. Non più un denaro prodotto dalle arti e dai mestieri del territorio, ma un denaro da tutto sradicato, che ha nei confini del territorio il suo maggior ostacolo.
(…) Ma quando il denaro legale o illegale che sia, diventa l'unico vincolo di convivenza di quegli agglomerati di varia umanità che, senza più usi, costumi e tradizioni comuni, solo per pigrizia mentale continuiamo a chiamare "città", allora è prevedibile che il tessuto di convivenza si dissolva e l'azione criminale, se non gesto quotidiano, rischia di diventare gesto frequente.
Forse le ordinanze di Cofferati tentano un'estrema difesa del territorio con la specificità dei suoi usi, costumi e rapporti fiduciari, contro il processo di deterritorializzazione che diventa irreversibile quando il denaro, e solo il denaro, assurge a unico generatore simbolico di comportamenti, mentalità, relazione fra gli uomini.
E tutto ciò nel tentativo, non si sa quanto utopico o realistico, di consentire a chi viene dopo di noi di riconoscersi ancora nella specificità di una città, e non nell'anonimato di un amorfo agglomerato umano, dove non solo gli immigrati, ma gli stessi abitanti della città faticheranno a reperire la loro identità e la loro appartenenza.
Dr Sergio e Mr Cofferati, Umberto Galimberti, L´espresso", n.44, 2005
02/11/2005
O si pensa o si rosicchia
Oltre al colore del grano, a Milano, in queste giornate di gocce sospese nell'aria, ho guadagnato:un'indimenticabile peperoncino alle pennette (e cipolla e aglio e olio...) in una casa accogliente come le persone che sedevano alla sua tavola, che a volte il modo in cui trovo commovente quella che dovrebbe/potrebbe/si penserebbe fosse (?!) la normalità mi fa sentire una specie di eremita traumatizzata;
l'espressione di chi capisce molto più di quel che dice, che già è non è poco;
una cena in cui ci si ritrova ancora una volta, ad un gradino sempre diverso, ma col viso di chi si conosce;
un libro comprato, per conservarne un pezzetto sempre, in una libreria riappacificante con l'universo, di quelle di cui vorresti leggere ognuno dei libri esposti, sulla fiducia nell'aria che lì dentro si respira; un libro bevuto d'un fiato nell'arco del viaggio, forse non così casualmente, di ritorno a casa, dedicato "A mio figlio, che a quattro anni mi chiese: ma un gatto lo sa di essere un gatto?", e in cui il titolo di una sezione è uno dei più belli mai concepiti, "O si pensa o si rosicchia", e scusate se è poco;
come sempre, una qualche forma influenzale da portare a casa con me e un piatto di riso bollito mangiato rassegnatamente con una rassicurante Su (a parte quando, di fronte al suo cellulare in tilt dice cose come "C'è un solo modo di farlo funzionare: devo buttarlo perterra!" e poi lo fa, decisa ma un po' imbarazzata, giustamemente!);
Keith Haring e la comprensione del significato della parola pop-art nell'energia del movimento e del colore di sagome irriverenti di bambini, di donne incinte, di cani e mostri, di montagne di denaro e di corone, e di croci. Croci del controllo nel dogmatismo e nel potere; dollari e computer e astronavi di un progresso rappresentato in modo quasi apocalittico; ma intanto le figure continuano a muoversi gattonando, camminando, o magari ballando sopra corpi ammucchiati per terra. Sopra superfici dei materiali più diversi, tele, teloni, terracotta, mattoni, cartone, corpi, come quello di Grace Jones. Ovunque il movimento. Come quello di un omino che accende la tv, sporgendosi da un tappeto di corpi ammassati, e nascondendo una croce dietro alla schiena. O come questo. (Che Keith Haring è anche un po' Michael Stipe, comunque.)
un biglietto del treno in più, magicamente donatomi da una biglettaria automatica, probabilmente come bonus per tutte le volte che mi ha fatta incazzare, propiziante un impaziente ritorno;
una nuova fine anche se parziale, così come un nuovo inizio;
Milano.
"Lui la guardò salire. Pensava a mille cose: chissà come le sta bene un vestitino a fiori scollato, glielo vorrei compare io, e invece adesso lei cosa va a cercarsi un fidanzato, meglio se non lo trova, o se quel cretino annega o se lo ingoia un castoro, e cosa diavolo ci sta a fare un fidanzato tra noi due, non c'entra niente, e adesso glielo dico, e invece no, non glielo dico perché devo andare in biblioteca a scrivere, anche se non ho proprio neanche un'idea in testa, ma poi lo so che mi viene, perchè le idee vengono sempre, le persone invece alla volte se ne vanno, soprattutto le persone un po' speciali che magari hai appena incontrato e non vorresti che andassero via mai più, le legheresti al tuo braccio con un cordino, come si fa con i palloncini, ma anche i palloncini poi se ne vanno, volano via e tu rimani con il tuo stupido cordino al braccio e cose te ne fai, guardi il palloncino che se ne va in alto e poi non lo vedi neanche più, e chissà quanti milioni di palloncini ci sono in cielo, tutti i palloncini che abbiamo perso, che idioti!, cosa stavamo facendo quando li abbiamo persi, cosa avremmo potuto fare per non perderli mai, e io adesso cosa ci vado a fare in bibilioteca, posso benissimo non andarci, e allora perché ci vado, e lei sale su quel maledetto taxi...
O forse, semplicemente, era un lupo distratto. O aveva altri pensieri. O aveva una fidanzata lupa, magari ce l'aveva da dieci anni e non gli piaceva più ma non gliel'aveva ancora detto. O non pensava che quell'anatra era la storia della sua vita, perché non è mai così chiaro quale sia la storia della tua vita; o lo pensava, ma non abbastanza. A volte pensiamo una cosa, ma non abbastanza e, se non la pensiamo abbastanza, quella cosa pluff, se ne va...
O la vita è così e basta, il tempo non è mai quello giusto, le cose devono andare in un altro modo, e non è mai vero che siamo noi a decidere come devono andare le cose, le cose vanno come vogliono loro.
Sta di fatto che quel mattino quel lupo non fece niente per fermare quell'anatra. La lasciò semplicemente andare.
E quell'anatra se ne andò."
[Paola Mastrocola, Che animale sei?]