30/01/2006
Accidents waiting to happen
Io ultimamente sto vivendo nel caos. Nel caos di pensieri e in quello fisico. Mi sembra di avere sempre la valigia in mano, la mente altrove. Confusione tra le mie cose, stipate da qualche parte in attesa di essere affrontate e riordinate razionalmente, tra le idee che vengono e restano solo un minuto per venire febbrilmente sostituite da altre. Non credo che mi piaccia.
Camminando per la stazione di Firenze, per un attimo mi sono guardata dal di fuori. Andatura spedita, un grosso montone aperto addosso, che lì mica faceva freddo, valigetta della scuola a tracolla e valigia in mano. Ho detto a M. 'Mancano altri due e siamo i Beatles in Abbey road'. Ieri sera guidavo, ancora con quel montone (che non metto, di solito, perché uso sempre un giaccone nero), che mi è parso molto trash, così sono scoppiata a ridere da sola nell abitacolo, pensando 'Ma come cazzo sono vestita?!'. Poi mi sono detta 'Beh, ma in realtà non è male questo montone… forse è adesso che mi vesto in modo strano… mi devo fidare delle cose che mi compravo qualche anno fa quando ero più lucida, senza pensarci troppo, ah ah ah!' ridevo, piuttosto istericamente.
Sono giorni in cui mi viene da domandare alle persone 'Cosa faccio?!' e non è da me, perché io ne ho tante di paranoie, ma solitamente sono molto decisa e sicura, nelle cose che faccio. E invece sono giorni (settimane? mesi?) in cui faccio le cose nell’istante prima che sia troppo tardi, che tanto so che sono veloce e che poi me la cavo (fino a quando?), in cui rimando tutto a occhii chiusi o, al contrario, anticipo tempi che dovrei lasciar passare (esempio, fisso colloqui di lavoro quando so che fino a maggio sarò impegnata in altro, e poi mi chiedo 'Ma dove sto andando?'). Mi sento immobile oppure inarrestabile e in continuo, frenetico, movimento. In fondo penso che succederà qualcosa che darà lo stop. Succederà?
29/01/2006
E le stelle mantengono i loro segreti (più freddamente che mai)
Il beccuccio rotto è un provocatorio memento della transitorietà dei bricchi di caffè e dell'esistenza, che mi spinge all'azione, che mi incita ad applicarmi ai miei compiti, primo tra tutti la sua sostituzione, e a prefiggermi, con tutta l'ingenuità del caso, di sfruttare al massimo l'attimo fuggente. (...) La conclusione della vostra ultima lettera è, credo per qualche strana ragione, per qualche eccesso di perversione, che mi vorreste vedere andarmene in giro in abiti da sera, tra saloni rivestiti di marmo. Mi sento soffocare al solo pensiero. Amo la mia libertà e le escursioni nella foresta, le mie gonne corte e le braccia a penzoloni. Voglio che il vento mi soffi addosso, che il sole mi batta in viso e che il fango mi schizzi. Al bando scrigni, tappezzerie e cornici! Non sono un quadro nè un gioiello, né ciò che il vostro occhio poetico persiste nel volermi vedere.
Guidavo piano pensando che poche cose sarebbero potute essere più belle che essere lì, il piede che sfiorava soltanto l’acceleratore, la neve che cadeva sul parabrezza e una musica ipnotica nella radio e che avrei voluto non scendere mai. Invece ho affondato le scarpe nella neve che sembrava messa lì per finta, lo scenario di qualche film, e ho risposto al biondino che chiedeva chi è, l’ho scovato sotto il letto e abiamo guardato insieme Alice nel paese delle meraviglie, lui con la bocca aperta e che più tardi ha detto "Mio papà ha detto che deve cercare un metro così poi torna a casa con noi!". Magone.
La mattina alle sei, Firenze. Firenze dall’alto su cui perdere lo sguardo per un tempo infinito, silenziosa e piena di luci e di stelle dalla finestra di casa di D., che continua a guardarmi lateralmente e dire che io vengo da Uranio. Questa casa sconosciuta su cui poter stare accovacciata sul divano, con uno schermo enorme davanti e un cane dagli occhi altrettanto grandi vicino. Casa è nelle cose più lontane dal significato originario di questa parola.
Al congresso vedo
Esco ogni tanto all'aria fresca con una sigaretta e Kt Tunstall nelle orecchie, Other side of the world è come me in questi giorni. Cammino per i corridoi del dipartimento universitario e ancora avverto la sensazione di dimensione altra: quella è così lontana dalla mia di adesso. Sono in un luogo simile a quello attorno a cui ho vissuto fino a meno di due anni fa ed è come trovarmi in mezzo a persone di dieci anni più piccole di me. Sento che il numero di persone più giovani continua ad aumentare vorticosamente, e io continuo a slittare sempre più avanti, solo che non so bene dove.
La mattina di sabato leggo sul giornale questa notizia e penso questo paese sta andando verso lo sfascio totale. Riesco a immaginare poche cose più gravi di ciò che comporta l'approvazione di questa legge.
Mi fa uno strano effetto constatare la differenza tra l'impostazione medica e la nostra. Anche solo tra quella delle altre scuole di sessuologia e la nostra. Sentire chiaramente che alcune prospettive non mi quadrano, che io la vedo in altro modo. Perchè significa che qualcosa di sta costruendo, e spesso è dall'opposizione che se ne prende consapevolezza.
Si parla molto della sessualità come aspetto legato al piacere, della sua funzione ludica ("il piacere per me è una sentinella della vita"). Di fronte all’escusività della sua funzione riproduttiva avanzata dalla chiesa, al cardinale Ruini, alle ansie da prestazione, sembra che tutti, medici e terapeuti, remino verso la riappropriazione del concetto di piacere, anche fine a sé stesso.
Si parla di desiderio sessuale, e dalla stanza di video-conferenza arriva un commento "A Milano si dice voglia di ciulare". Sopra le teste, centinaia di punti esclamativi e risate. Il signore vicino a me, serafico: "... La virtualità lo rende audace".
C’è uno psicoterapeuta, si chiama Lera, che fa un intervento sulla sessualità negli adolescenti con handicap fisico o mentale ("Che quando le persone parlano di handicap in modo generico, io mi arrabbio: perché questo è alla base dell’emarginazione"). Ha un tic che gli fa piegare in su un angolo della bocca e parla lentamente ma con rabbia. Una rabbia che mi mette i brividi perché è il frutto di un lavoro di cui, nelle sue parole, si legge tutta la frustrazione e il dolore, senza un briciolo di retorica. E io prenderei a schiaffi le persone che intorno a me parlano dei cavoli loro, che ridono, che si annoiano visibilmente. Penso, cavolo, e noi siamo le persone deputate alle professioni di aiuto. Ora c’è questo, qui davanti, che parla della situazioni in cui l’aiuto è meno protetto, in cui l’Aiuto è necessario davvero, al di là delle seghe mentali della nostra epoca, e voi ridacchiate. Siamo messi bene.
C’è un’atmosfera strana in casa, questa sera. E dentro di me. Sembra infestata dai fantasmi. Anch’io mi sento così. Vorrei rimproverarvi, ma non riesco. Ho una strana voglia di piangere. E’ il pensiero che avete fatto tutta questa strada, che vi siete arrampicato su per queste colline, atteso per così tante ore, e tutto per vedere qualcuno che è lieto di esservi sfuggito. Fuori dalla finestra la notte è incredibilmente nera e in questo momento, in qualche punto di quell’oscurità, ci siete voi che viaggiate deluso, attraverso i campi e le finestre gelate, percorrendo quegli spazi a passo d’uomo prima di poter raggiungere Berlino. Perchè vi siete imbarcato in un’impresa così assurda? Ecco che arrivano le lacrime… credo sia perché è così buio, e voi non siete ancora a casa.
[Lettere di una donna indipendente-Elizabeth van Arnim]
25/01/2006
In alto o in basso
Guardando il soffitto della palesta, pensavo che una cosa di me è che io sono una persona che non si dimentica mai di fare gli esercizi con l'altra gamba. Quando si inizia a fare una serie di esercizi con un lato del corpo e poi magari si continua con altre cose, ecco, io poi non mi dimentico mai di fare lo stesso numero di esercizi con l'altro lato.
Tornando a casa, pensavo che che un'altra cosa di me è che, mentre cammino, io guardo sempre i rami degli alberi oppure l'asfalto del marciapiede, in alto o in basso. E non penso mai a quello che sto facendo. Penso lontano e altro.
E che, nelle giornate fredde e limpide come queste, io sono felice. Perché non ti permettono di galleggiare, ti dicono 'alzati e cammina! non hai un solo osso rotto'.
24/01/2006
No limits
Questo non me lo sarei aspettato neanche da lui. E se riesce a stupirmi ancora, significa che la caduta libera davvero non ha fondo. Ormai c'è solo da stare seduti in poltrona con un vaso di popcorn accanto e riderci su, ammesso che ci sia qualcosa da ridere, alla fine.
22/01/2006
Ruoli
You say yes, I say no
You say stop and I say go go go, oh no
You say goodbye and I say hello
Ero la terapeuta, D. il mio paziente. Lui era stato lasciato dalla fidanzata dopo 12 anni ed era piuttosto depresso. L’insegnante ad un certo punto interrompe il role-play e mi consiglia di chiedergli se ha mai pensato di suicidarsi, in modo da rassicurarlo sul fatto che avrebbe potuto dirmi qualsiasi cosa senza che io mi scomponessi o la considerassi un tabù. Io, un po’ perplessa, osservo, scherzandoci su, che, pero’, se lui non ci ha mai pensato, potrebbe quasi suonare come un suggerimento (o, più seriamente, come un'amplificazione del suo problema). Tipo, appoggio una pistola sul tavolo e chiedo 'che ne dici di porre fine alle tue sofferenze?'. Il paziente, tornato D.-compagno di corso, si ribella dicendo che in fondo tutti una volta nella vita hanno pensato di farla finita. Mi chiede:
-Perché,scusa, tu in adolescenza non hai mai pensato di farla finita?
-No...
-Va be’ però allora è vero che tu vivi proprio in un mondo tuo...
-?
-...sulle nuvole, proprio... in un mondo fatato...
-?!
D. è convinto che io sia un essere curioso ed etereo. Durante tutto il fine settimana mi guarda con un'aria a metà tra l'incuriosito e il divertito producendo continue osservazioni sul mio modo di essere. Cose come, Beh, certo, mi torna che tu sia il tipo a cui piace... (per esempio: Brooke di Beautiful o una* delle nostre insegnanti che tutti denigrano). Io rimango rapita da queste considerazioni. Quella sul suicidio poi mi ha incantata. A volte mi sembra di vivere in una dimensione così terrena e confusa, così tormentata e pesante, che il fatto che qualcuno possa vedermi come una specie di Heidi tra le caprette mi diverte moltissimo. Mi affascina il solo fatto che qualcuno che mi conosce solo superficialmente possa avere delle opinioni, essersi fatto delle idee su di me. Per una strana idea delirante e fantasmatica mi sembra impossibile. E il fatto che invece si dimostri essere così, in qualche modo mi appare rassicurante. Esisto. E non solo per come mi vedo io.
I say high, you say low
You say why and I say I don't know, oh no
You say goodbye and I say hello
hello hello
I don't know why you say goodbye, I say hello
*Lei è una donna sottile e apparentemente inconsistente. Ha uno sguardo così dolce e un tono così tranquillizzante, quasi soporifero, che non sembra possibile considerarla credibile. -Una psicoterapeuta?!- viene da chiedersi -piuttosto una mamma-. Ha un ciuffo biondo-platino che le copre metà dell'occhio destro, e un foulard azzurro di seta che le regge un braccio ingessato. Un corpo minuto e una bocca molto piccola e dalla forma non definita, in un viso dai lineamenti delicati. Però al collo tiene un ciondolo a forma di lama. E' una cosa che ho considerato così commovente che... non so. Come le spine della rosa del piccolo principe. Ho letto, poi, nelle espressioni degli occhi e del viso, nei suoi racconti, una decisione e una forza che mi hanno fatto pensare alla differenza tra femminilità e frivolezza. Al fatto che si possa anche vestire le proprie armi con una sorta di lievità che non è una bugia, ma un'arma ulteriore, per difendere sé stessi e far accomodare gli altri su una superficie morbida. Lei, secondo me, è una di quelle donne che ha sempre qualcosa che brucia.
19/01/2006
Sala prove
La cosa peggiore,
peggio che il solito pezzo cancellato dalla scaletta il giorno prima,
peggio che una canzone completamente modificata a tua insaputa,
perfino di un'altra, quella potenzialmente più bella, fatta solo voce-chitarra fantasma, come dire soltanto voce più mano sulla gamba per tenere un tempo totalmente arbitrario,
peggio di tuo padre che viene a vederti cantare nella hall di un hotel,
peggio di tutto questo,
il fatto che, ieri, alle prove per la serata di oggi, io mi sia trovata improvvisamente attorniata da uno sciame di adolescenti dall'ormone impazzito tra cui io ero innegabilmente la più grande. Per un lasso di tempo troppo ampio, tanto, perlomeno, da avermi costretta a pensare no! non anche qui!. Questa sensazione di essere in un qualche stadio diverso rispetto a quello in cui si trovano le persone che ti sono intorno. Di essere sempre in una posizione per qualche motivo differente.
E poi, mentre osservavo le persone che cantavano o suonavano prima di me, accorgendomi delle espressioni che il mio viso, autonomamente, assumeva -ora di interesse, poi di stupore, perplessità, ammirazione, tenerezza, o fastidio- ho pensato che se c'è una cosa che va di moda, in questo momento, è l'indifferenza. Spontanea o ostentata, non so cosa mi spaventa meno.
Mi spaventa la distrazione. Nei confronti degli altri, di ciò che ci passa davanti... dei sentimenti, anche, delle emozioni. La paura, o ancor peggio la noia, che suscita la possibilità fermarle, le cose, e guardarle in faccia con attenzione. Tenerle con sé.
17/01/2006
Grammatica e follia
M. -Pensa che roba: in un sito in cui proponevano un test di intelligenza era scritto 'qual è' con l’apostrofo!
Io -...
M. -...?
Io -Perché, non si scrive così?
M. -Certo che no, si scrive 'qual è'! Non vedi, è scritto anche in quella frase appiccicata sul tuo armadio!
Io -Beh, ehm... secondo me è una questione soggettiva, perché io lo vedo scritto spesso con l’accento!
M. -Soggettiva?! E’ grammatica!
Io -Sì va be' ma io ho fatto il liceo classico e non lo sapevo, quindi...
M. -Strano però che tu non lo sapessi... Beh, comunque un conto è che lo dica tu-Irene, un altro un sito che parla di QI... che poi questo non c’entra col QI, però...
Io -Ah ah, c'hai fatto una figura di merda!
M. -Io?!? (scoppia a ridere)
Io -(si tiene lo stomaco dalle risate)
16/01/2006
Domenica
Passeggiando per Venezia, M. e io ci imbattiamo nell’ingresso di una mostra di quadri, gratuita. Entriamo per curiosità e non molti secondi dopo ci accorgiamo che la qualità dei dipinti non ci aggrada particolarmente. Sull’onda dei precedenti discorsi che ci spingevano a rallentare febbrilmente il passo tra le calli, individuiamo tra l'altro, in questi, poco sottili simboli fallici, sempre continuando a speculare, sotto voce, su questioni sessuologiche più o meno scientifiche.
Giungiamo comunque al piano di sopra, sempre più decise ad abbandonare al più presto il luogo, quando ci accorgiamo che è in corso una conferenza con annesso abbondante rinfresco. M. subito mette avanti le mani: ti dico già che io non mi muovo di qui! così facciamo una delle cose più tristi di tutta la mia vita. Aspettiamo per circa mezz’ora la fine della conferenza, rintanate in un angolo a proseguire le nostre sempre più dettagliate chiacchiere, soltanto per accedere poi al buffet.
Nel frattempo incontro un ragazzo, F., con cui avevo avuto una breve storia a diciott’anni, uno dei ragazzi -allora- più attraenti che si vedessero in giro -tanto che al tempo avevo pensato: se riuscirò a stare con lui, mi riterrò realizzata per sempre… da crederci!- e che ora è diventato una specie di alcolizzato barbuto e baffuto e dimostra vent’anni in più di quelli che ha.
Iniziamo a parlare e in un momento di sua assenza racconto a M. i precedenti. Lei incredula mi dice che non avrebbe mai creduto che io… lui… . Le rispondo 'Sì, ma era otto anni fa, prova a immaginarlo più giovane, e senza tutta quella roba lì' (intendendo barba e baffi che lo facevano somigliare a mio nonno, ma alcolizzato) e lei 'Cosa? Senza testa e senza corpo?'. Io ormai ubriaca per il bicchiere di vino rumeno bevuto (mi basta poco, sì) a stomaco vuoto rido per tempo inquantificable ripensando a quella frase.
Rido ancora suonando il campanello dei biondini. Risponde il biondino preferito al citofono. Credevo non ci fosse e sono felice di vederlo, quando lo scovo dentro l’armadio dove ha preso a nascondersi (nascondiglio più elaborato che sotto il piumone come ogni giovedì degli ultimi mesi) riuscendo non so come a raggomitolare il suo corpicino fino a farlo risultare una cosa quasi invisibile di circa venti centimetri quadrati.
Passiamo la serata a guardare Tarzan sul divano. Il mio obiettivo è farlo addormentare per poter vedere liberamente il dvd con le prime sette puntate della prima serie di Sex and the city che giace nella mia borsa. Ci distendiamo sul divano in senso opposto, ognuno con la testa appoggiata su uno dei braccioli e con sopra una coperta a quadri che copre entrambi. Lui guarda Tarzan, io leggo il mio libro ('Perché leggi quel libro e chi l’ha portato?', 'L’ho portato io e lo leggo perché è il mio libro': rispondere nel modo più logico e rassicurante possibile alle domande di I. è una delle cose che amo maggiormente fare, al momento).
Leggo e intanto sento i suoi piedini, bollenti, che mi picchiettano dietro le cosce. Improvvisamente smettono di farlo, così mi volto e vedo che ha chiuso gli occhi. I. mi insegna la spontaneità della fisicità più naturale e immediata, ed è una cosa bellissima. In questi giorni mi chiede sempre: 'Hai le mani calde?'. Se rispondo 'Insomma…' me le vuole riscaldare, sempre picchiettando, con le sue.
Ho un momento di intenerimento per il biondino che dorme ma non dura molto, estraggo il mio dvd e me le vedo una dopo l’altra: tutte le puntate. A me fa ridere tantissimo, Sex and the city, e mi piace Carrie (per non parlare di Mr Big). Diceva: 'Qualche giorno dopo il signor parole crociate (nel senso di enigmatico, ndr) mi chiese di vederci per un drink senza impegno. Non proprio un appuntamento... quattro lettere, comincia per C: una cosa.' Driiin!. 'Chiunque tu sia non posso parlare, sto facendo tardi a una cosa!'.
Terminata la visione, ho deciso che riporterò alla luce i miei vecchi colpi di sole biondi. Erano allegri, e credo sia il modo migliore per prepararmi alla primavera.
Inoltre, in questi giorni, ho pensato due cose. Prima, mi manca giocare a tennis (retaggio di Match point, mi ha fatto morire dalla voglia di riprendere). Seconda, è terribile che io abbia smesso di disegnare. Voglio essere ancora in grado di fare i disegni di quando ero a scuola! Quelli con le casette e le montagne! Propositi per il 2006. Sono già tre. Ricomincio da.
'In una città dalle opzioni infinite, a volte non c'è niente di meglio che sapere di averne una sola'.
16/01/2006
Bastaaa!
Non ne posso più di questo tipo di notizie trasmesse per tre giorni di seguito nei telegiornali, ogni volta allo stesso modo. Dell'insulto all'intelligenza cittadini dato dalla ripetizione martellante di frasi prive di logica. Perchè qualcuno dovrebbe insegnare a Pera il significato del concetto di dimostrazione e iniziare a strillare ogni volta che Berlusconi pronuncia insopportabili, speculatorie illazioni come Sarà un caso che...?! o Stane coincidenze.... Ma è possibile argomentare in questo modo?! Dovrebbero rinchiuderlo solo per questo, alla Moretti.
Certo non ho più la forza di stupirmi ma di farmi venire il mal di stomaco ogni volta che accendo la televisione sì, eh. Perché sono satura. Dei telegiornali che non rispettano di tempi dovuti ad accusatori e replicanti, di chi dice che sono tutti uguali: non è vero, dell'espressione imbarazzata di Fassino, che mi verrebbe voglia di fargli una carezza sulla testa e dirgli non preoccuparti va' che ci vengo io li a parlare al posto tuo!, della paura che qualcuno ci possa credere ancora, e di come potrei sentirmi se ad aprile... non ci voglio neanche pensare. Ormai la parola troppo ha perso ogni valore, superata da un pezzo. Ma basta, davvero, così.
15/01/2006
Buchi
Rivedo Cuore sacro dopo un anno e mi colpiscono gli occhi diversi con cui (non lo guardo ma) lo vedo, spontaneamente, come un filtro semplicemente sostituito ad un altro.
Perché ora mi appare chiaramente come la storia della violenta distruzione della sovrastruttura di una persona, sorretta fino a quel momento da una rigidità altrettanto sorda.
Vedo Irene, la protagonista, affrontare tutto in una volta togliendo, uno dopo l’altro, implacabilmente, grossi pezzi d’intonaco dalle sue pareti. Cercare di leggere i segni sconclusionati incisi molti anni prima dalla madre su ogni centimetro di una carta da parati rossa, mentre quello si sgretola. Ascoltare la voce roca e ironica di una zia che sa quello che lei non ha mai voluto vedere, stanco e spento specchio di un passato che nasconde tetramente il fantasma della repressione di una non convenzionale “gioia di vivere” considerata alla stregua della follia, di quelli che chiamano “i mostri di famiglia”.
Le chiavi sono legate, come sempre, a ricordi infantili che non aprono spiragli ma spalancano porte come raffiche di vento. Come sempre, nel passato e nelle cose sulle quali ci si è voluti mentire.
La riscoperta della figura madre, morta molto tempo prima, chiusa fuori dal mondo e dentro la sua stanza perché refrattaria al rispetto degli schemi, è l’ingresso ad una nuova percezione di un esterno che Irene improvvisamente vede pieno di buchi, vuoti di una società che lascia scoperta una fascia nascosta di popolazione apparentemente normale, che non ha invece neppure le risorse necessarie per vivere dignitosamente.
Dentro a una Roma che sembra pulsare, lei che viveva in cima ad una torre di convenienza e di razionalità, si trova un giorno a dormire con una ragazzina quasi sconosciuta, piccola ladra o invece piccola benefattrice, nella vecchia camera della madre, chiusa da anni, e su cui lei da anni aveva chiuso gli occhi. Si sveglia all’alba, vede che lei c’è ancora, e torna a dormire serena, in mezzo a vesititi simili a quelli delle fiabe, riscoperti nei vecchi armadi e ammucchiati sul letto. Bambina di fronte a una bambina. Da manager fredda e distante, il giorno dopo già siede nella sala d’attesa di un ospedale a vederla morire, con gli occhi sbarrati e un interruttore che le scatta da qualche parte.
Allora inizia a fare piccole cose che non avrebbe mai fatto, piccoli passi destabilizza(nt)i e poi si perde.
Il controllo totale e poi l’assenza di equilibrio più devastante.
Così si perdono i confini, i criteri. Del dove è ragionevole arrivare. Io, per esempio, non lo so. E credo che sia vero, che dal momento in cui lo sguardo oltrepassa la linea del razional(izzabil)e e denuda le cose di uno strato di accettabilità sia poi difficile ri-attribuire le ‘giuste’ dimensioni.
Ho visto l’inevitabile mancanza di lucidità nell’inoltrarsi nel concetto di salvezza. La perversione insita in questo concetto. L’inconciliabilità di questo con la vita.
La biunivocità assoluta, come un pulsante on/off, che esiste tra il tenersi indietro e la tentazione di dare-fare tutto, cercare di coprendere tutto nelle proprie braccia aperte.
Di fronte all’impossiblità evidente di un intervento esaustivo sull’incolmabilità di quei buchi della realtà, Irene si spoglia di tutto e non ha più niente da dare oppure tutto quanto, perfino il suo nome. Superata quella linea, lei si chiama con più col suo ma con mille nomi. Lei, pur conservando perfetta coscienza di sè, come il regista si premura di rassicurarci con una perizia psichiatrica nelle scene finali del film, è tutti.
E io non sono sicura di sapere cosa c’è di male o di sbagliato.
14/01/2006
Ovvietà
Sto guardando il dvd de 'La bella e la bestia' col bimbo biondino che vedo, da un anno, ogni giovedì sera. Durante la scena in cui il cattivo della favola sta cercando, inutilmente, di convincere la bella a sposarlo, lui si volta verso di me e mi chiede, la vocetta limpida e squillante: 'Te chi hai sposato, te?' (io: 'Nessuno ho sposato, io'; b.b.: 'Perchè?').
12/01/2006
Mrs. Henderson presents
Il Windmill Theatre non chiude neppure un giorno, non durante i bombardamenti tedeschi nella seconda guerra mondiale, né sotto le pressioni censuranti del bigottismo delle istituzioni inglesi (l’anziana e distinta proprietaria, Lady Henderson, a conclusione di un discorso alto e commovente proclamato davanti al popolo ed alle autorità, dichiara ‘e se dite che dobbiamo chiudere perché la folla di persone sulla strada costituisce un pericolo… beh… non me ne importa un cazzo’.).
E questa è una storia che mi ha raccontato, ricordando il principio di Benigni in "La vita è bella", di come la resistenza possa vivere nella pro-mozione, invece che nell’opposizione. In modo paradossale, nella risata e nell’incrollabile volontà di sostenere la vita di fronte alla tragicità e alla paura. Uno scandalo.
Londra è in ginocchio, ma il sogno delle ballerine del Windmill Theatre non muore, ma noi siamo sempre qui, cantano loro con sorrisi brillanti. I militari riempiono la sala e, come dice Lady Henderson pensando al figlio perso nella guerra precedente, rischiano di morire ogni giorno ma non di farlo senza mai aver visto una donna nuda -i quadri viventi del Windmill Theatre, silhouettes immobili di nudi femminili attorno a cui si snodava lo spettacolo-, non di rinunciare alla gioia.
E' irriverente, Lady Henderson. Di un'irriverenza che nasce non dalla frivolezza ma dalla forza, quella della lotta contro la disperazione. Lei che, ogni sera, battibeccando come sempre con il compare-direttore che la rimprovera di prendere sotto gamba il pericolo, sale nella terrazza più alta dell'edificio e osserva le luci delle esplosioni sul profilo della città.
Così la sua prima ballerina, che appena cessati gli scossoni causati da un'esplosione, riacquista immediatamente l'esatta posizione che assumeva prima, nella scena.
Con sguardo fiero, in mezzo agli applausi.
Una frase che diventerà tormentone: "Ah, come sei pedestre..."
09/01/2006
Cosa credevate?
Caro Mr Anstruther,
certo che sono piena di contraddizioni. Di cosa credevate fossi piena?
So benissimo che in ogni lettera affermo il contrario di ciò che ho detto nella precedente. Ma non dovete badarci o farne un'occasione di rimprovero. Non ho la pretesa di pensare la stessa cosa nemmeno per due giorni di fila; se lo facessi sarei statica, mentre l'essenza della vita è essere fluidi, in perpetuo scorrimento. Vi prego pertanto di non ritenermi responsabile di convinzioni che non considero più valide nel momento in cui le ricevete, e soprattutto, non costringetemi a misurarmi con esse né chiedetemi di provarne la veridicità. Non ho alcuna intenzione di farlo. Non voglio provare la veridicità di alcunchè.La mia attitudine nei confronti della vita è quella di una gioiosa meraviglia a bocca aperta, e chi ha la bocca aperta non può parlare.
[Lettera di una donna indipendente-Elizabeth von Anrim]
07/01/2006
The other side of the world
In un locale nel Ticinese, aspettiamo la pizza chiacchierando. Sento le prime note di Estate, dei Negramaro. Tocco il braccio di Francy interrompendo la sua conversazione con Su. Le indico, persa, un punto indifferenziato sul soffitto e dico:
- Senti…
Su: Cosa?
Io, ironica: Eh, sai, questa canzone ci lega particolarmente...
Su: E perché?
Francy, cinica: Perché siamo delle sfigate.
Se Milano fosse la mia città, come in questi giorni mi sfinirei di passi veloci nel parco, ognuno una possibile occasione per scivolare sul ghiaccio, accorgendomi di stringere tra loro le dita delle mani ad ogni pensiero da allontanare o trattenere indecisa-mente. Terrei i capelli legati in una coda alta, la musica nelle orecchie ancora di più, attraverserei il castello non prima di esseremi seduta per qualche minuto dentro a quel rettangolo surrealmente protettivo nel suo isolamento dal resto. Camminerei poi lungo via Dante, guardando a volte in basso con gli occhi socchiusi, altre intorno, aprendoli tanto da sentiri pizzicare di freddo. E via Dante è la mia preferita, non lo so perché, forse perché è il luogo di passaggio per eccellenza. Densa linearità.
Camminerei implacabile per ore, come in questi giorni, per correre in mezzo alle cose, sentirle passare dietro di me come vento ma solo dopo che abbiano sbattuto, vento, sul mio viso. Solo dopo averle conosciute. Per viverle in qualsiasi modo che non sia, però, l’immobilità.
Milano è una città che è come un uomo. Le sue geometrie danno forma netta ai miei pensieri, tagliandoli e contenendoli.
Su: ...E lei, dopo tre anni che stavano insieme, una mattina si è svegliata, l’ha guardato e ha pensato ‘io non voglio stare con questa persona… ma chi è?!’.
M., guardandosi intorno distratta: Secondo me è solo una questione di chimica: avrà cambiato odore.
In mezzo ad una mattinata trascorsa a parlare per ore, ancora sotto le coperte io, Su seduta a gambe incrociate sopra il ‘mio’ letto, in mezzo a parole dette con commozione e ad altre ridendo, ho pensato che forse la chimica amorosa altro non è che il contatto immediato che avviene tra due persone che si toccano, si parlano, sotto la maschera: entrambe, da subito. Perché ci si vede immediatamente oltre, perché non si ha bisogno di indossarla, con quella persona. Riflettuto su quanto sia difficile, quando si riesce a leggere sotto quella maschera, aspettare che l’altro sia pronto o che voglia togliersela, resistendo alla tentazione, dettata dal bisogno di farsi ri-conoscere, di dire ehi, guarda che io ti vedo, lì sotto. Su come la frustrazione di fronte ad un 'altro di confronto a sé stessi' avvenga quando sappiamo di non star sviluppando le nostre potenzialità, di non star dando il massimo. Quando l'altro è specchio delle nostre manchevolezze nei confronti di noi stessi.
Considerazioni rilevanti quasi quanto le perle di saggezza, pregne di maschile pragmaticità, donateci surrealmente, una notte, nel tragitto verso casa, da un tassista probabilmente mosso da compassione rispetto a poco contegnosi squarci di conversazioni giunte al suo, incautamente sottovalutato, udito.
Lei gli ha detto guarda che non ti sto seguendo, eh, è che ho la macchina parcheggiata in questa direzione. Poi gli ha indicato il cartello alla fine della via e ha detto immagina che quella sia la fine della nostra vita. della nostra lunga storia d’amore, vissuta fino all’ultimo giorno. è davvero bello aver vissuto tutta la mia vita insieme a te, diceva, nel gioco. Camminiamo lentamente, allora, che altrimenti la fine si avvicina troppo in fretta. Lo fanno. Lui con l’aria stupita, le cammina a fianco. E si innamora di lei.
Tratto da un suo post sullo stesso film, visto insieme. Che a leggerlo mi è venuta una cosa che...
'Come pure quella in cui Lui, che finalmente si è deciso ad invitarLa nella sua nuova e disordinatissima mini-casa da single di ritorno, cerca di nascondere da qualche parte un quadro che raffigura un uccellino (azzurro? Potrebbe essere un particolare rilevante, se solo mi ricordassi ...), unico ricordo portato con sé dalla sua vecchia vita e ora pasticciato col pennarello dal figlioletto, perciò impresentabile. In casa non c'è posto, prova dietro il divano ma sporge, quindi va in giardino e tenta di ficcarlo in un cespuglio, ma in quel mentre arriva Lei e probabilmente fraintende, tutto ciò le sembra molto poetico, perciò prende l'uccellino sottovetro e lo sistema con grazia tra i rami di un albero come se fosse un uccello vero (del resto nei suoi video dà vita a fotografie sovrapponendo loro una traccia audio con dialoghi inventati), poi entrambi stanno lì in piedi a contemplarlo e Lei gli poggia appena il mento sulla schiena.
(...)
E Lei, su una scarpa scrive me e sull'altra you e poi si filma i piedi mimando le dinamiche di avvicinamento possibili tra una me e uno you.'
05/01/2006
Questo, è un augurio
Un uomo affascinato da uno spazio vuoto che va ancora popolato.
Popolato da corpi e da anime gioiose che sanno entrare di slancio nel cuore delle cose
popolato di fervore e di gente innamorata ma che crede all'amore come una cosa concreta
popolato da un uomo che ha scelto il suo cammino senza gesti clamorosi per sentirsi qualcuno
popolato da chi vive senza alcuna ipocrisia col rispetto di se stesso e della propria pulizia
Popolato da un uomo talmente vero che non ha la presunzione di abbracciare il mondo intero
popolato da chi crede nell'individualismo ma combatte con forza qualsiasi forma di egoismo
popolato da chi odia il potere e i suoi eccessi ma che apprezza un potere esercitato su se stessi
popolato da chi ignora il passato e il futuro e che inizia la sua storia dal punto zero
Popolato da chi è certo che la donna e l'uomo siano il grande motore del cammino umano
popolato da un bisogno che diventa l'espressione di un gran senso religioso ma non di religione
popolato da chi crede in una fede sconosciuta dov'è la morte che scompare quando appare la vita
popolato da un uomo cui non basta il crocefisso ma che cerca di trovare un Dio dentro se stesso.
[G.Gaber - Se ci fosse un uomo, 2003]
02/01/2006
Iuppi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Chi semina vento raccoglie tempesta e, se è vero che c'è una giustizia a questo mondo, è anche vero che al momento sotto casa mia c'è una festa, una festa di inaugurazione. Ebbene sì, quest'anno promette bene, infatti si dà il caso che "quello stronzo del panettiere", proprio lui, abbia finalmente chiuso baracca e ceduto la gestione a qualcuno che non potrà che essere migliore di lui, a meno che non faccia parte di qualche temibile organizzazione mafiosa. Però ho motivo di ritenere di no, perchè ho visto la sua faccia e quasi gli saltavo al collo per la gratitudine. Ora vado giù e mi ubriaco dalla gioia. Adiòs.
01/01/2006
Per fortuna o purtroppo lo sono
Due amiche:
-Senti... ti devo dire una cosa. Mentre tu non c'eri... sono stata a letto con l'Angelo (tuo moroso, ndr).
- ...
- ...
- Anch'io ti devo dire una cosa. Tutto quel trucco che ti metti... fa schifo.
(Si abbracciano)
[Dopo mezzanotte - D. Ferrario]
Che poi invece è andata che, crollando temporaneamente l'istituzione capodanno-che-rottura-di-palle, stanotte mi sono divertita come non succedeva da mesi.
Un po' perchè prima di uscire ho messo forte, dalla camera a tutta la casa, alcuni pezzi di Gaber, che oggi sono tre anni e, come dice lei, la sensazione di casa si è allargata a qualunque cosa potessi fare.
Poi perché già prima di entrare nel fantomatico tendone avevo gli stivaletti neri a punta completamente ricoperti di fango. Ed il tendone era come lo scenario di uno di quei film americani dall’atomsfera folk-
country e malinconica, con quei festoni a triangolini colorati appesi in alto e il palco di legno illuminato da una luce gialla. Sopra, musicisti di ogni tipo che continuavano ad aumentare di numero, non si capiva come, nell'arco della serata. Chi con un tamburello, con una fisarmonica, un’armonica a bocca, un cappello da cowboy o una chitarra. Perché c’era un vin brulé, in una pentola grandissima, che è entrato nel mio stomaco in grosse quantità, seguito da diversi bicchieri di spumante e non so bene cos’altro. Perché hanno suonato Il cielo è sempre più blu e un’escalation irrefrenabile ha portato me, Mary e qualche altra persona non meglio identificata a gridare più forte che potevamo e abbracciati il ritornello nel microfono per poi guardarci intorno imbarazzati nelle parti di testo, sempre con la bocca inspiegabilmente attaccata al microfono, solo che chiusa. Io che la sapevo così bene, ehm. Perchè c’è stato un ilare deja-vu di me stessa diciassettenne ad una festa sulla spiaggia nella scena della long and winding road verso il bagno, raggiunto piegata in due dalle risate e sorretta da M. che continuava a ripetere cose come –capisci che potrei ricattarti per averti vista in questo stato?!. Dietro ad una porta confinante con quella del bagno, una seconda festa in cui le coppie di 'genitori' ballavano abbracciati Calling all angels davanti ad un caminetto acceso -ho tentato di costringere M. a ballarla abbracciata a me ma non era esattamente nelle sue intenzioni-. Perché ho canticchiato, persa tra le gente, Redemption song e bruciato in un grande fuoco un bigliettino con scritte le cose da lasciare nel 2005 e poi un altro con i desideri per il 2006. Qualcuno per questo perderà le prossime elezioni. Ho avuto uno scambio di messaggi di auguri coi ragazzini con cui ho lavorato all'inizio di quest'anno, e la continuità mi commuove sempre. Ho baciato per primo un uomo, alla mezzanotte, che altrimenti porta sfortuna (ecco cos’era andato storto…!) , e poi tantissime persone perlopiù sconosciute. Ho ballato/saltato con un piccolo fuoco d'artificio-stellina in mano e ho riso a crepapelle per la trasformazione dell’unico ragazzo carino della serata da uno strano tipo timido e taciturno, alla persona che saltava abbracciata a M. e me, urlante Gianna Gianna Gianna…. Sono stata sul punto di passare in una frazione di secondo dall’allegria più lieve alle lacrime qualdo mia mamma mi ha telefonato per farmi gli auguri passandomi le altre persone intrno a lei e mi sembrava che sapessimo bene entrambe, pur dentro a tutti i silenzi, che anno abbiamo trascorso e cosa segna questa conclusione, una persona in meno rispetto a tutti gli altri capodanno. Alle tre, concedo generosamente un passaggio a tre persone, che si trovano a dover spingere la mia macchina fuori dal fango mentre io premo l’acceleratore. Sulla via del ritorno ascoltiamo insieme Qualcuno era comunista parlando delle persone che non ci sono più, di quelle rimaste. Di Troisi, di Bertoli e di Benigni. Dopodomani Milano. Sono piuttosto contenta che inizi un nuovo anno.
Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente non è per colpa mia
ma questa nostra Patria, non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli, che sia una bella idea
ma temo che diventi una brutta poesia.
Mi scusi Presidente non sento un gran bisogno
dell'inno nazionale di cui un po' mi vergogno.
In quanto ai calciatori non voglio giudicare
i nostri non lo sanno o hanno più pudore.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente se arrivo all'impudenza
di dire che non sento alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi e altri eroi gloriosi
non vedo alcun motivo per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque questa democrazia
che a farle i complimenti ci vuole fantasia.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese pieno di poesia
ha tante pretese
ma nel nostro mondo occidentale
è la periferia.
Mi scusi Presidente ma questo nostro Stato
che voi rappresentate mi sembra un po' sfasciato.
E' anche troppo chiaro agli occhi della gente
che tutto è calcolato e non funziona niente.
Sarà che gli italiani per lunga tradizione
son troppo appassionati di ogni discussione.
Persino in parlamento c'è un'aria incandescente
si scannano su tutto e poi non cambia niente.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente dovete convenire
che i limiti che abbiamo ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo, son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia cos'è il Rinascimento.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese forse è poco saggio
ha le idee confuse
ma se fossi nato in altri luoghi
poteva andarmi peggio.
Mi scusi Presidente, ormai ne ho dette tante
c'è un'altra osservazione che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri noi ci crediamo meno
ma forse abbiam capito che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente lo so che non gioite
se il grido "Italia, Italia" c'è solo alle partite.
Ma un po' per non morire o forse un po' per celia
abbiam fatto l'Europa facciamo anche l'Italia.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Per fortuna… lo sono.
[G.Gaber - Io non mi sento italiano, 2003]