26/02/2006
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Io: Ma che bella questa finestra così grande! Pensa che bello d’estate, con la luce che entra… pensa che felicità!
Francesca: Ma non dire cazzate!
Io e Francesca vaghiamo per le corsie di un ipermercato, frastornate da un silenzio che segue le immagini del film appena visto e in cui riecheggiano, tetre, alcune note della versione di ‘Insieme a te non ci sto più’ dei titoli di coda. Lei mi dice stancamente, indicando il reparto dei salumi “Io vado di qua”, io la guardo assente con un paio di assurde mutande rosa in mano e l’aria trasognata. Ci guardiamo ridendo, da lontano. La signora che armeggia tra la biancheria vicino a me mi guarda, senza capire.
Torniamo a casa con delle canzoni nello stereo della macchina, così adolescenziali da assumere un’intensità pari a quella della strada che scorre fuori dal finestrino, al buio. Le note, le vocali, prolungate all'infinito. E penso che ogni volta che vengo a Mantova da Francesca ci sono pezzi che a girano del suo stereo in una ripetizione ossessiva e che poi rimangono legati ai nostri discorsi senza sciogliersene mai. Come i Negramaro l’estate scorsa, Jovanotti l’autunno. Io, attraverso tutto questo, mi sento sempre accecata da immagini sovraesposte che osservo nei particolari.
Dopo avermi raccontato un sacco di cose sotto la luce calda della sua cucina, davanti a caffè e pan di stelle, a una sigaretta, a me appoggiata al termosifone che avvertivo come una specie di privilegio la serenità con cui sentivo di ascoltarla, Francesca apre il libro che ha comprato poco prima, e inizia a leggermelo ad alta voce. E continua così, tutta la sera. Sedute sulle sedie della cucina, accovacciate sul divano, io sotto una coperta, a volte ad occhi aperti, altre chiusi. Interrompendo ogni tanto la lettura per guardarci con aria molto seria a sottolineare i punti in cui il racconto toccava nostri ben noti nervi scoperti, per scoppiare a ridere, sorridere di malinconia, o dire ‘Ma… è verissimo!’. E poi io mi sono addormentata tra quelle parole, in un modo così sano come, ho pensato, non mi succedeva da tempo.
Io e V. ci salutiamo dopo una breve passeggiata a Padova, intermezzo nel mio viaggio di ritorno. Mi prende le mani, o meglio, i polsi, con aria di congedo:
Io: Allora ciao, Vale…
V., placida: Che bei polsini che hai… Te li spacco.
Io: !
21/02/2006
Looking at you
Insegnante d’inglese –
L.- Cosa vuol dire my fair lady? Mia cara ragazza?
I. I. –Sì, mia cara ragazza... (poi, con un'intonazione da elenco di attributi) ...bionda...
Incredibile da quanto tempo non provavo quella tipica sensazione, che ha accompagnato giorno per giorno una quindicina di anni della mia vita, del cancellare alcune sottolineature da un libro di testo e vedere le righe stampate, sotto, che si sbiadiscono.
Mi ritrovo a studiare o tentare di farlo dopo quasi due anni ed è come qualcosa che si srotola su picchi che non riesco a sostenere. Così leggo una facciata e mi si attiva un’energia che mi viene voglia di ascoltare una canzone, di cantare, di scrivere. E mi sembra di avere troppo da vivere, per studiare. Che se mi viene voglia di farlo, di vivere, se ho questa fortuna instabile, impiegare del tempo a studiare sia un crimine.
Come ho fatto a dimenticare che una delle mie canzoni preferite è Eye in the sky di Alan Parson? Come ho fatto a scordare parti di un testo che conoscevo meglio di qualsiasi altra cosa, come respirare? A volta mi sembra di dimenticarmi di essere io...
Io -Va bene, ciao... e grazie, davvero, del cazziatone.
G. -Figurati... è che non capisci un cazzo!
20/02/2006
Maggie and Milly and Molly and May
Maggie and Milly and Molly and May
went down to the beach (to play one day)
and Maggie discovered a shell that sang
so sweetly she coudn't remember her troubles, and
Milly befriended a stranded star
whose rays five languid fingers were;
and Molly was chased by a horrible thing
which raced sideways while blowing bubbles: and
may came home with a smooth round stone
as small as a world and as large as alone.
For whatever we lose (like a you or a me)
it's always ourselves we find in the sea
[E.E.Cummings]
Oggi l'insegnante d'inglese arriva in classe con una poesia, bellissima. Questa. Oggi che c'era un cielo bianco e pesante come una materializzazione della malinconia, mi sono ricordata del mare. Che ho sempre pensato, non posso stare più di qualche mese lontana dal mare, per ritrovare quello che non devo perdere mai. Piccolo come un mondo e grande come l'essere soli. E ora siamo alla fine dell'inverno. Le ultime possibilità per tornare.
19/02/2006
Nebbia
Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.
[Guccini-Eskimo]
Una delle cose peggiori che possano farti, si diceva ieri a lezione, è farti sentire non capito.
Una delle più belle, è la sensazione di comprensione da parte dell’altro.
Ecco una cosa.
Quando le persone ti fanno pensare che possa arrivare agli altri -o anche a un solo altro- un’immagine di te completamente diversa, in peggio, da quella che tu credi sia scontato che abbiano delle persone che, almeno un po’, ti conoscono: quella che tu hai di te stessa. Quando ti vedi premuta contro un’interpretazione, formulata apparentemente senza riserva-flessibilità alcuna, di quello che sei/fai/pensi che senti in assoluto non calzante. Quando senti che la comunicazione proprio non avviene nel modo in cui tu pensi di impegnarti, anche, perché avvenga: in modo diretto e, per quanto possibile, fiducioso.
Niente mi fa innervosire più di questo. Niente mi fa venire più voglia di chiudere ogni possibile serratura e confinarmi su un pianetino inaccessibile per un ipotetico sempre.
Di salire le scale di corsa, come ieri, ripetendo a mente e poi sottovoce vaffanculo vaffanculo vaffanculo… uno per ogni gradino, metodicamente.
E poi è sempre uno scendere e un salire.
Ieri sera sulle colline sopra Bologna. Sono seduta vicino a D. mentre guida verso il ristorante e, sprofondando nella sensazione regressiva dell'essere trasportata, guardo fuori dal finestrino le luci di Bologna dall’alto. Mi ricordo quando, nella stessa situazione ma con la città di Roma distesa davanti, pensavo, ogni volta, ogni sera, che quella fosse la cosa più bella che io avessi mai visto. Tutte quelle luci nel buio altrimenti assoluto.
Ci sediamo nel locale e, dopo qualche minuto, guardando distrattamente fuori dalle grandi vetrate dico 'Però che nebbia stasera!'. I miei compagni mi guardano come si guarda una pazza:
A. -Ma cosa stai dicendo?!
Io -Eh, non vedete? Guarda là!
Tutti -Irene... è un muro bianco, quello! Con le ombre delle fioriere proiettate sopra...
Io -Ah.
A. -Ma se fino a cinque minuti fa eri tutta meravigliata per quante stelle si vedevano nel cielo?!
Io -...
D., per nulla stupito: -Su Urano vive, lei.
Come nasce un tormentone ('Professore, no, non è che non abbiamo capito, è che forse c’è troppa nebbia!', 'Eh, ci credo che sei stanca, con tutta questa nebbia che c’è oggi!' ...).
Aspettando il cibo beviamo del vino rosso e io comincio a sentire un caldo che D. mi guarda con gli occhi sgranati e dice, terrorizzandomi, 'Ma che c’hai? Sei tutta rossa!'. Decido di uscire a prendere un po’ d’aria e A. si offre di accompagnarmi. Passeggiamo in uno scenario teatrale composto da un cielo su cui sono appiccicate una quantità di stelle che mai ho visto così, due altalene, una chiesa di mattoni rosa e le luci di Bologna sotto di noi. Col naso in su parliamo piano, fuori dalla dimensione al di là della porta del ristorante. L’aria è fresca e mi sento bene come mi fosse stato concesso un piccolo viaggio.
Rientriamo, e io, consapevole di avere l’espressione colorata dal freddo e gli occhi luccicanti per le stelle, penso per un attimo che D. mi stia per dire quello che in effetti mi dice: guarda me e A. con un punto di domanda e chiede, come fosse normale 'Beh, vi siete baciati?'; io 'Ma cosa dici?!'. E penso a questi rapporti che mi capita di avere, da sempre, e che ri-conosco bene. Quelli in cui senti che c’è qualcosa di speciale, che a una persona tieni particolarmente, che ci si capisce bene, che c’è una stima grande, che c’è anche un pochino di gelosia, una posizione elettiva del noi due rispetto agli altri, che se ne accorgono subito, in qualche modo fraintendendo. E che però magari non senti il bisogno di sentirla in altri momenti rispetto a quelli in cui capita, quella persona, che sai che non potrebbe-che non vorresti che ci fosse qualcosa di più rispetto a quello che c’è con lei (con lui) ma... boh. Che invece è un boh di cui sai benissimo la risposta. Boh niente: no.
Le vie di mezzo in cui da sempre mi trovo a vivere.
Poi i discorsi proseguono, che si parla di droghe, e di nuovo succede una cosa strana.
Mi. -... E vedessi quanti prendono la cocaina! Tutti! Una cosa pazzesca!
Ma. -Ma sì, che vuoi, è normale... anch’io da ragazza...
D. -Certo, chi è che non ha mai provato?!
Io -...
D. -E’ che ti da’ delle sensazioni veramente uniche!
Io -Ma quindi... cioè... io non credevo che...
D. -Cos’è, tu non hai mai neanche provato?
Io -Beh, no... (!!!) non credevo, veramente, che fosse una cosa così comune...! Dai, allora raccontami: com’è?
D. -Vediamo... Beh, tu neanche pastiglie hai mai provato, naturalmente, figuriamoci lei!
Io -No...
D. -Bah! Va be’, ciao eh?! Tu sei proprio...
E mi capita sempre più spesso di trovarmi in situazioni tali da farmi sentire una specie di bambina inconsapevole e dissociata. Che gli altri ridano di cose per me normalissime. Che non capiscano quello che di me non spiego con dovizia di particolari. Io che penso, invece, per il resto del tempo, di essere tutt'altro: come sono sempre stata, una persona più-troppo 'grande' per la sua età.
Sarà tutta questa nebbia.
12/02/2006
Lucìa y el sexo

"La prima cosa buona è che, quando la storia arriva alla fine, non termina
cade invece dentro a un buco, e il racconto riappare a metà del racconto stesso
e questa è a seconda cosa buona, la più importante
che da qui si può cambiare la rotta
se me lo lasci fare
se me ne dai il tempo."
Ecco un film per cui ampliare a sei la classifica dei miei cinque preferiti.
E' di una bellezza accecante, che toglie e contemporaneamente riveste di senso ogni cosa. Eccessivo, ma con intenzionalità, con forza, non per capriccio.
E' costruito su sguardi di un'intensità disarmante e luci calde come solo
Gli ambienti naturali saturano la pellicola. Molti silenzi, riempiti soltanto dai rumori dell’isola su cui è girato per metà, deserta, assolata. Lei che gira in motorino in mezzo a distese di mare-roccia-verde, per non restare ferma mai, in più di un senso.
Spesso la scena è un’astrazione surreale e onirica in cui la luna è dipinta nel cielo, così il riflesso sul mare. Sono scenari che accompagnano il sentire dei personaggi, lo materializzano o lo leniscono. L'essenza della sofferenza è qualcosa che ha a che fare con la natura e attraverso di essa può essere affrontata. Lo stesso principio che, nel film, sottende al sesso. L'elemento naturale è talmente forte che supera il desiderio del giudizio. Ed è, non solo paesaggio, luce, ma corpi nudi, interazione tra questi, priva di pudore, occhi luminosi che spesso pronunciano parole senza l’aiuto della bocca.
Nella sovraesposizione costante delle immagini restano impressi visi che contengono le emozioni -gioia estrema o dolore troppo profondo per essere maneggiato- in espressioni di un neutro-forte, sane come ho avuto l’impressione di non vederne da tempo. Come, semplicemente, la vita(lità) che sì contrappone all’involuzione nella sofferenza, all’alternativa di scavare nel dolore. Lucìa, quando arriva nella pensione, prima di essere lasciata sola nella sua stanza, dice alla proprietaria, la ragazza con cui avrebbe vissuto nei giorni seguenti: "Mi è successa una cosa terribile. Sono dovuta scappare". Lei: "Ti coccoleremo. Piccola". Soltanto questo, si dicono. E io l'ho trovata una cosa caratterizzata da un rispetto e da una capacità di comprensione, di una rarità che non dovrebbe essere tale. Credo sia la scelta di prendersi del tempo, per se e per l'altro, che permette di usare questa delicatezza. Alcuni giorni dopo, alla domanda "Dove sei?", Lucia risponde "Ogni giorno, più di qua che di là". E’ un film che procede sempre in avanti, e lo fa senza fretta.
10/02/2006
All I want is to be with you
Durante la pausa, stamattina, sono andata a comprare un panino al panificio. Da sola, come avevo voglia di stare, che questi sono di quei giorni che, tra me e gli altri, la distanza è infinita. Universi separati, proprio.
Nel mio, le persone che tengo dentro sempre, e che posso contare sulle dita di una mano. Ma non ho capacità di relazionarmi con ben note manifestazioni di cinismo, con frasi taglienti e semplificanti fini a sé stesse. Con frasi fini a sé stesse in generale. Con l'ipocrisia, che è una parola inflazionata ma ha un significato preciso, che è quello che calza perfettamente su chi usa un sorriso come schermo per filtrare l'egoismo più puro. Siate sfacciati, per favore, che almeno giochiamo ad armi pari. Voci petulanti e risate che non hanno a che fare con l'allegria. Sguardi affilati che non voglio conoscere. Tornavo dal panificio mangiando a piccoli pezzi il mio panino all'uvetta e pensando che la cosa che avrei desiderato di più sarebbe stata distendermi a pancia in su sul marciapiede caldo per i raggi del sole che forse questa volta arriva la primavera. I raggi del sole a volte bastano veramente, come alcune canzoni, a rendere completo in sé, anche solo per un attimo, ciò che è instabile e vulnerabile.
Come una delle canzoni che una ragazza vestita anni '50, accompagnata soltanto dalla sua chitarra e da un batterista vestito da orsetto, cantava ieri sera. Era una canzone minimale e adolescenziale e, nel ritornello, diceva "To be good, to be two, all I want is to be with you". L'aveva scritta lei e credo l'abbia fatto in una piccola stanza polverosa di Berlino con la moquette al pavimento e qualche vecchio peluche in giro, seduta sul letto a gambe incrociate e, sotto il braccio, la sua chitarra.
08/02/2006
Parole parole parole
Mentre ascoltavo l'intervento di un giornalista dell’Economist in collegamento da Londra, ieri sera, a Ballarò, mi sentivo a casa. La sensazione di essere salvati dall’esterno, anche solo per mezzo di parole, finalmente pronunciate con una certa autorevolezza, non ha mancato di inquietarmi un poco.
Umberto Eco, domenica, da Fazio, parlava del regime/populismo mass mediatico che crea una finzione del popolo. Una finzione. Mi si è accesa una lampadina e ho pensato che forse è vero, questo popolo creato dai media forse non è soltanto (mal)educato da questi, ma anche inventato. Forse non esiste davvero, è un’illusione, una proiezione.
Una delle scorse mattine si analizzava insieme ad un consulente aziendale la legge Biagi. Rendermi conto, tassello per tassello, voce per voce, di come questa legge, o meglio l’interpretazione di questa legge, abbia trasformato il concetto di flessibilità in precarietà. Di come sia stata ignorata la rete di protezione che originariamente il libro bianco prevedeva. Di quello è stato fatto al sistema del lavoro di questo paese. Mi ha fatto venire un nervoso che ancora mi attraversa i muscoli.
Posso uscire un attimo?
Se son d' umore nero allora scrivo
frugando dentro alle nostre miserie
di solito ho da far cose più serie
costruire su macerie
o mantenermi vivo.
[Guccini-L'avvelenata, che oggi mi sembra la canzone più bella di tutti i tempi]
07/02/2006
Vita vera
Oggi ho assistito alla centomillesima puntata di Beautiful mentre mi trovavo a pranzo da mia nonna. Stephanie ha finto un infarto per allontanare il figlio Ridge da Brooke, lui, dopo aver sposato Taylor sotto minaccia della madre che credeva in fin di vita, scopre l'inganno e le dice che è giunta l'ora per lui di estirparla dalla propria vita, come fosse una malattia che la sta corrodendo dall'interno. Al che io faccio, nervosamente, 'Ecco però vedi come fanno? Chi ha ragione passa sempre dalla parte del torto... esagerano in ogni cosa!'. E lei, con tono grave, 'Ricòrdate che se 'a vita, questa!'*.
*Ricordati che è la vita, questa!
06/02/2006
Il minuto che avanzo
Questa sera è arrivata un'email da parte della persona che ci ha fatto da guida durante il viaggio dell'estate scorsa in Marocco. E' un uomo di grande cultura, intelligenza, e spirito.
Tra le altre cose, ha scritto queste righe. L'Italiano non è la sua lingua, e questo penalizza un po' i contenuti. Ma io le riporto ugualmente, che a me hanno fatto pensare.
... D'altro canto, capisco l'occidente e mi risulta anche che gli arabi, e musulmani, e africani capiscano l'occidente... ma è quest'occidente che non vuol capire nulla, forse! Magari per pigrizia, magari per peccato di superiorità, magari per cecità... anzi, direi proprio per mancanza di tempo! E con tempo non intendo solo quello cronologico, ma anche quello filosofico: per me un'ora serve per risolvere l'immediato bisogno di pane con la determinazione di risparmiare qualche minuto per godermi il guadagno; mentre per l'occidentale, il minuto che avanzo è già motivo di scervellarsi per risolvere situazioni inesistenti e quindi si creano problemi già in anticipo e uno si trova schiavo di un vortice vizioso! Ma con questo non intendo dire che siamo meglio o peggio, è solo che abbiamo approcci diversi! Per noi la mancanza di benessere materiale non è sinonimo di infelicità, nello stesso modo che per voi l'accumularsi delle ricchezze non è garanzia di felicità!
05/02/2006
Cambio di.
Finalmente l'ho fatto. Il cambio di stagione. Quello dei vestiti dell'estate 2005 vs inverno 2006. Messi all'aria, alcuni da lavare, altri spediti in esilio, oppure impacchettati per la prossima, di estate. Sono soddisfazioni, dopo mesi passati a fronteggiare ogni mattina un armadio che, non senza difficoltà, si trovava a dover contenere i vestiti delle utime quattro stagioni.
Tutto è avvenuto dopo che ho inserito nel lettore cd Fra la via Emilia e il West di Guccini, in particolare Eskimo. Fuori c'era il sole e ho pensato che forse era il momento di farla tornare giù davvero, questa palla. Mentre la metà superiore del mio corpo si trovava immerso in pile di vestiario di ogni genere, contenute entro ante scricchiolanti, mi sono sentita pronunciare 'ok, però adesso devo smetterla di fare cagate!'. Appunto.
Venezia è un imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità
del resto del mondo non sai più una sega
Venezia è la gente che se ne frega.
[Venezia-Guccini]
02/02/2006
Lo sapevo
Il biondino stasera ha riattaccato la cornetta del telefono tutto contento dopo aver parlato col papà che gli ha promesso che al mare (?) avrebbero fatto dei castelli di sabbia. Poi ha preso un foglio bianco e ha disegnato il contorno di un castello.
- Mi disegni le conchiglie, dentro?
- Falle tu, Ian, che sei bravo a disegnare...
- No, io non le so fare le conchiglie, tu sei brava, dai...
Disegno qualche conchiglia e, piano piano, lo convinco a continuare. Ian è bravissimo a disegnare ma ultimamente ha qualche crisi di autostima e sembra voler soltanto osservare me, mentre faccio le cose.
Inizia a copiare le mie conchiglie con tratto incerto. Si distanzia, osserva la sua opera e dice:
- Questa non mi piace neanche...
- Massì che è bella invece!
- (sull'orlo delle lacrime) ... io non sono capace a disegnare le conchiglie!
Io, sentendomi improvvisamente in colpa per averlo abbandonato in un momento cruciale, spinto giù dalla discesa come mio papà quando poi mi sono rotta il ginocchio sciando, ho ripreso in mano la situazione:
- No, dai, guarda, la sistemiamo così...
Prendo la penna, e inizio a rendere più tonde le linee tracciate da lui, e a fare qualche aggiunta qua e là. Sembra soddisfatto. Continua da solo. Disegna un’altra 'conchiglia', una cosa un po’ astratta, la guarda perplesso ma con un filo di speranza, e dice:
- Tu l’hai mai vista una conchiglia così?
Io, con sguardo colpevole:
- Sì...
- E com’era?
- Tutta luccicante!
- Lo sapevo!
Riprende a disegnare, ogni tanto si ferma e mi dice -La fai più bella?-, poi però torna a dare segnali di insofferenza. Capisco che ha sonno, anche se non lo vuole ammettere. Gli dico:
- Adesso sai cosa facciamo? Voltiamo il foglio, guardiamo un po' il cartone animato (che nel frattempo stava guardando l’altro biondino) e poi vedrai che tra tra poco, riguardandolo, ti sembrarà più bello.
E' stupito ma convinto. Sono passati dieci minuti quando mi chiede, fremente:
- Adesso saranno più belle?
- Secondo te?
Sorride.
Giro il foglio tendendo il braccio per tenerlo più distante possibile dai suoi occhi:
- Come ti sembrano?
Ride con lo sguardo di chi la sa lunga e dice:
- Le voglio ancora più belle!
- Allora riproviamo tra un po'.
Dopo altri dieci minuti erano bellissime.
Stasera ho pensato che magari tra vent’anni Ian si ricorderà che io ero quella che 'Perché tu sei bravissima a disegnare?', quella con cui disegnava sempre e imparava delle cose con gli occhi spalancati come solo un bambino di quattro anni può stare. E mi è sembrato che il senso delle cose abbia a che fare con questo.