24/03/2006
La casa sulla curva. Uno.
S. si veste ogni giorno con un maglione verde e dei pantaloni neri, entrambi di lana. Le mancano i denti incisivi, in effetti il labbro superiore appare stranamente rientrante rispetto a quello inferiore. E’ una ragazza, come tutte le altre, molto più giovane di quanto si direbbe: ha la mia stessa età, 26 anni, e ne dimostra dieci di più. E’ carina, S., ma il suo atteggiamento timoroso e remissivo, sommato alla sua scarsa conoscenza dell’italiano, fa sì che sia difficile notarlo. Appare come una persona timida ma io, da qualche giorno, intravedo dietro la paura una certa cocciutaggine e una sorta di aria di sfida. Imbocca la la figlia S., di due anni e mezzo, tenendole stretta la mascella da dietro e infilando il boccone a forza nella bocca. Questo la fa innervosire e piagnucolare, e io mi chiedo come possa influire sul suo rapporto col cibo, ma la madre replica che, in altro modo, la bambina non toccherebbe cibo. Prima di entrare in comunità S., arrivata in Italia dall'India da qualche anno, faceva la venditrice ambulante di bigiotteria indiana insieme al marito. Che la maltrattava.
A. è l’ultima arrivata, lo stesso giorno che ho iniziato il mio stage nella casa. E’, tra tutte, la ragazza che mi sta più simpatica, forse perché abbiamo ‘iniziato’ insieme, e perché, da subito, si è ricordata il mio nome. Ha dei bellissimi occhi verdi, anche se sono sicura che nessuno saprebbe riferirne, a memoria, il colore. Sono nascosti come tutto il resto del suo essere fisico. La fronte dai capelli dal taglio mascolino, il corpo da vestiti larghi e sciatti (oggi mi ha stupita, indossava dei pantaloni neri attillati con delle piccole borchie argentate lungo la gamba, ma è stata un’eccezione). In effetti tutti definiscono A. ‘un uomo’. La chiamano così, in sua assenza, e ironizzano sulla completa mancanza di femminilità del suo abbigliamento, portamento e del tono della sua voce, sul dialetto stretto che si potrebbe definire senza esagerare non più elegante quello di uno scaricatore di porto, comprese diverse imprecazioni che un po’ di fastidio lo danno. Al di là di questo, a me A. non appare affatto simile ad un uomo, ma come una mamma, la mamma di T, quattro anni, spesso burbera ma in quel modo rassicurante che nasconde una certa dolcezza. (Qualche giorno fa una bambina stava dormendo sul divano vicino al quale T. giocava; dopo che l'abbiamo portata in camera sua, lui, che non se n'era accorto, guardando la coperta ancora sul divano ma senza bambina sotto ha detto allarmato: "Oh no, è sparita!").
Mi appare come una donna, dal viso dai lineamenti sottili, anche se per nulla valorizzati, ma che quando sorride sembra di vedere lei sedicenne alla prima cotta adolescenziale.
A. è spostata con un alcolista, ex tossicodipendente, che lei definisce 'ormai come un fratello'. Un figlio, direi io. Per cui svegliarsi in mezzo alla notte, se lui, ubriaco, la chiama perché lo vada a prendere in qualche locale. Che, mentre lei lavorava, la sera, al telefono non sapeva dirle dov'era il bambino a cui avrebbe dovuto badare. Che ha portato la propria amante a vivere con loro.
Anche ora, lontana da tutto, in una casa di cui nessuno dei suoi conosce l'indirizzo, è a lui che non fa altro che pensare, per lui tiene il telefono acceso la notte, ed è lui la persona di cui parla quando le si chiede 'come stai?', tenendo il broncio e le spalle curve. E a me sembra una pantera in gabbia.
19/03/2006
Una coppia
Alla festa di compleanno di L., seduti a U seguendo il perimetro della stanza, esempi di un’umanità tanto varia che, ho subito pensato, non poteva che essere stata lei ad aver riunito, pescati qua e là, sulla strada dei suoi ultimi anni confusi e dolorosi. Ognuno di loro ne aveva uno, di dolore, una solitudine, dipinti sul viso con una chiarezza rara, lì per lì quasi imbarazzante, perché apparendemente unico anello di congiunzione tra tutti.
Poi L. ha iniziato a ballare. Quando lavoravamo insieme ne parlava spesso, della sua passione viscerale per il Tango. Dei concorsi, degli stage a cui partecipava. Aspettando al bancone le bevande da portare ai tavoli, con lo sguardo perso nel vuoto caratteristico di lei, triste e intrappolato, muoveva qualche passo incrociando i piedi indietro, poi avanti.
Ha messo della musica a basso volume, e ha ballato nei pochi metri quadri della stanza, prima con un compagno, poi con lo zio, insegnante della scuola di Tango che lei frequenta.
Ballava lentamente, in modo sapiente ma controllato, e mi commuoveva la mancanza di malizia e di sensualità nei suoi movimenti, nella fascia di pelle liscia, da ragazzina, scoperta tra i jeans a vita bassa e un maglioncino corto, di cotone bianco. Più magra rispetto al periodo in cui l’ho conosciuta, è bella, L., ma conserva quella distrazione, quella discrepanza tra l’ingenutità del suo essere fisico e la precocità dell’età adulta a cui le difficoltà della sua storia l’hanno portata, che fa sì che io non riesca a vederla come una donna.
Quando L. si è separata da lui, lo zio ha fatto alzare sua moglie e ha iniziato a ballare con lei, su un pezzo più veloce dei precendenti.
Ogni passo di lui era figurazione di equilibrio e di cauta decisione, di una serenità ferma che mi appariva come perfetta metafora dell’essere uomo. Lei, lo sguardo sottile e la carnagione scura, si lasciava guidare, ma con singolare sinuosità e consapevolezza di sé (il Tango è l’unico spazio in cui è ancora l’uomo a guidare, ha detto qualcuno, sorridendo).
Terminato il pezzo, tra gli apprezzamenti dei presenti, lui ha detto: "Sì, certo con lei ballo in un altro modo, perché lei è un prolungamento del mio corpo". L’ha detto con una semplicità e una limpidezza che mi ha lasciata a bocca aperta. Ho ricordato qualcosa e ho pensato: una coppia.
17/03/2006
Confini
Al telefono con M., a Stoccolma per lavoro.
M. -Non sai che bello è qui! C’è il mare ghiacciato...
Io -Beh, il mare... sarà un lago, se è ghiacciato!
M. -Macché lago, è il mare ed è ricoperto di ghiaccio.
Io -Ma come... ghiacciato... il mare... e dove finisce, allora, il ghiaccio? Ci sarà un punto in cui...
M. -...
Io -... il mare è sempre in movimento, come fa il ghiaccio... e poi dov'è il confine, da cui l'acqua...
M. -Eh, io ci sto camminando sopra, intanto!
Io -Come?! Sì, intanto stai attento a non affogare che poi resto traumatizzata per tutta la vita, che già...
M. -Pensa che qui ci sono dei pazzi che sciano sul ghiaccio con gli sci da fondo...
Io -!
M. -Prima ho detto a uno “Ma non è pericoloso?”
Io -Eh!
M. (con aria affranta) - ...Manco m’ha risposto.
15/03/2006
Cento e uno modi per dirlo
Come iniziare un discorso unicamente sulla base dello screditamento dell’altro.
Ovvero, fenomenologia dell’arrampicarsi sugli specchi.
-Non posso che sorridere per questa tesi bislacca!
-E’ esattamente il contrario della realtà, perchè...
-Veramente, mi stropiccio gli occhi e le orecchie...
-Demagogia pura, ribaltamento totale della realtà!
-Veramente... che spudoratezza...
-Eh, come al solito, ribaltamento della realtà assoluto, non so... come... davvero, si possano accettare queste cose.
-Peccato che quello che dice adesso il professor P. non corrisponda a...
-Beh, fa affermazioni, P., contrarie al vero, e continua ad adulterare la realtà.
-Io voglio prima dare un seguito a quanto ha affermato ancora una volta ribaltando la realtà il professore...
-Ma è esattamente, anche qui... mi spiace, ma è il contrario della realtà.
-Non è accettabile la risposta di P.
Ma se a lui non risulta il suo svantaggio, lo stesso emerso dai sondaggi, credo che bisognerebbe credergli. Se poi anche un’autorità come Costanzo, giustamente intervistato per il servizio del tg5, sostiene lo stesso... !
13/03/2006
Ammazziamoli
La polizia ha fatto fatica a strappare dalle mani di chi voleva linciarli alcuni dei manifestanti che stavano portando via sui blindati. "Ammazzateli". E ancora "bastardi" urlavano i cittadini inferociti, cercando di colpirli.
(Corriere della sera)
"Gente buona solo a menar le mani, a cui bisognerebbe sparare" inveisce una signora che non vuole dire il suo nome perché ha paura di ritorsioni. Ad ascoltarla un signore di una sessantina d’anni, che annuisce: "Questi qui si meriterebbero di essere prelevati e gettati in un’arena a combattere tra di loro fino a che non ne resta nessuno, o al massimo uno".
(…) Un poliziotto della Digos solleva i pantaloni e mostra il ginocchio segnato: "Ma si può? Me lo sono fatto per difendere uno che stavamo portando sul furgone, quando alcune persone stavano tentando di pestarlo". Mai s’era vista la gente, i negozianti stufi, gli avventori dei bar, prendere a calci a pugni i manifestanti, e quando non hanno potuto allungare qualche colpo, insultarli.
(…) le parole di un ufficiale dei carabinieri: "Sentire, quando caricavamo, la gente che ci diceva ‘e vai!’, con un incitamento quasi da stadio, mi ha sorpreso. Ma ci ha fatto piacere, questi sono pazzi."
(Repubblica)
Che gli autonomi siano, come li ha definiti Fassino, dei 'teppisti politici', che le azioni di estremismo violento non possano che essere condannate in modo assoluto: su questo non c’è alcun dubbio. Non sembra neppure necessario fermarsi a discutere intorno alla gravità degli atti vandalici da loro commessi sabato, a Milano. Nessuno mai potrebbe sminuirla.
Ma io credo ci sia una questione più seria, che emerge da questa vicenda, e riguarda le reazioni della gente. Perché la popolazione si è abbrutita. Se la violenza da parte di ristretti gruppi di estremisti è un fenomeno circoscritto e sporadico, quella che cova dentro alle persone comuni, la rabbia che trova sfogo nel desiderio di agire personalmente violenza fisica sull’altro che fa paura, perfino davanti all’intervento delle forze dell’ordine, la stessa che ha fatto applaudire combattivi e soddisfatti molti davanti alla legge sulla "legittima" difesa, è questo che mi preoccupa davvero, non quei quaranta autonomi che adesso probabilmente si trovano al comando di polizia di Milano. La volgarità e il progressivo abbattimento dei freni e dei criteri di umanità e ragionevolezza che sembra differenzino l’uomo dagli altri esemplari del regno animale. Che non so se provo più rabbia o pena per queste persone che sentono di non avere altri strumenti per fronteggiare l’incertezza, la frustrazione e la paura. So però che qualcosa qui deve cambiare e in fretta, perché questa strada è molto pericolosa.
08/03/2006
Làlàlà
Va detto, non mi sono impegnata molto, ultimamente. Pur facendo per bene finta di sì. La verità è che mi sono distratta, a lungo, e ora sono in piedi sulla soglia con l’aria stupita e impreparata.
Le cose che mi riescono meglio, saltellare per casa canticchiando sopra basket case e ridere, preparare una valigia in cinque minuti e salire su qualche treno, pensare ad altro. Per il resto, ho aspettato ad occhi chiusi alcune cose e ne ho lasciate scorrere molte altre, e ora che tutto ricomincia mi guardo intorno e non ne so niente o quasi. Avrei soltanto voglia di stare rannicchiata sotto le coperte o mettermi le mani sulle orecchie e fare làlàlà. Qui sarà meglio riprendere in mano le redini. E il telefono.
Grasping to control
So I better hold on
02/03/2006
Libertà
La scuola in cui seguo le lezioni del mio corso è un enorme edificio di cui, ad ogni ora del giorno, una quantità indefinita di personale bagna, lava, lucida, ogni superficie. Camminando su e giù per i piani ci si trova sempre a dover individuare la fascia di piastrelle asciutta per non lasciare impronte dove è stato appena lavato. E’ strano, per un ambiente destinato a centinaia di ragazzini scomposti e noncuranti. Tutti maschi, tra l’altro: è un istituto tecnico.
L’edificio, però, sembra cadere a pezzi. Il legno delle porte e degli infissi è mangiato dal tempo, i muri crepati e perfino il ferro delle maniglie si stacca in scaglie che a volte rimangono incagliate nella pelle della mani. E’ un paradosso che mi fa sentire come in uno di quei castelli delle favole, tanto fragili e precari quanto curati e risplendenti.
Io, se fossi una casa, non sarei così. Credo sarei l’opposto. Di superfici compatte, lisce e lineari, ma confuse da tutte le cose che le ricoprono. Biglietti e fotografie e oggetti di ogni tipo. Credo non sarebbe facile trovare un’area molto estesa, sgombra. Sai che, sotto, c’è, ma il fatto di non poterla vedere, a volte, può essere destabilizzante.
Se fossi una casa, oggi, sarei esattamente come questa camera in cui il letto è ricoperto da vestiti, ordinati ma ammucchiati decisamente nel posto sbagliato, e ogni superficie verticale, tappezzata di cartoline e fogli e scritte e foto che, in parte, vorrei togliere, che non sono neppure sicura che mi corrispondano del tutto, ma non lo faccio mai. Un mio amico, le rare volte che viene da me, guardando in giro dice sempre 'Dio, ma quand’è che cresci, tu?'. 'Eh'. Io non so se si tratti di crescere, ma è vero che la superficie libera dovrebbe estendersi sempre di più invece che restare legata ad ospiti permanenti e acriticamente conservati. Centrali e non, come dovrebbe essere, marginali.
Tornano sempre i giorni in cui mi sembra di non essere in grado di gestire una vita. Di non avere dei criteri secondo cui comportarmi con le persone. Come se il mio sguardo fosse sempre confinato nel mio angolino e improvvisamente, alzando gli occhi, pensassi 'oh-oh, ma non è che qua sto sbagliando tutto?'. Se in quest'angolino qualunque cosa fosse talmente amplificata che, un paio, bastassero a riempire l'intero spazio, in modo da non consentirmi di vedere oltre o di far entrare altro. Un pensiero per volta. La complicazione aumenta e il mio angolo conserva le sue dimensioni originarie.
Vorrei guardare fuori e riuscire a rendermi libera. Come diceva il cielo di questa mattina.