29/04/2006
Pioggia
Sfogliavo un libro sui personaggi di Walt Disney con T. seduto vicino. Cercava Minnie, in ogni pagina, ma la chimava Mimmi. Io gli dicevo Minni, non Mimmi! Ci fermavamo ad ogni pagina, e io gli chiedevo, “E questo chi è? Topo…”, lui: “lino!”, e così via. Quando indicavo Minnie ci provavo, “ E questa è Mi…?”, “Mmi!” … Nell’ultima pagina abbiamo trovato Cip e Ciop. Gli ho detto “Guarda, qui ci sono Cip e…?”, lui, con la vocetta acuta, ha risposto allegro, assentendo: “Cippe!”.
Tutto scritto su di un viso che non riesce ad imparare
come chiudere fra i denti almeno il suo dolore
Al momento di salutarci, dico ad Af. “Ciao, ci vediamo domani eh!”, lui mi guarda come se l’avessi tradito ‘una volta ancora’ e mi ripete “No! Tu non torni… io ti aspetto tanto…”. Svolto la curva sorridendo ma con un magone che non mi lascia mai del tutto.
Se potesse questo buio cancellare l'universo
forse ti potrei guardare e non sentirmi così perso
nei tuoi occhi
Avere delle amiche che aspettano delle notizie su come stai, trovare tre messaggi belli in fila in cui già sai cosa ci sarà scritto e con che tono, ridere perché potresti distinguere perfettamente tra loro le autrici senza leggerne il nome. E’ impagabile.
innocenti disarmanti devastanti
quei tuoi occhi che ho davanti
tienili chiusi ancora pochi istanti
Così ci ritroviamo tutte e tre a mangiare una pizza, dopo anni. Osservo
Sguardo limpido d'aprile come quando esce il sole
ed io sarò la nuvola che ti terrà nascosta
perché gli altri non si accorgano di averti persa
Ripenso, a distanza, a quanto è cambiata. E che, nonostante tutte le incertezze, la coerenza nel modo in cui io so di essere cresciuta, il fatto di essere ancora così, mi piace. Ha qualcosa di giusto.
No, tu dormi ancora un po' ancora non so
guardarti anch'io nel modo giusto
nei tuoi occhi, disarmanti.
Guardo te mentre scrivi, e quasi mi viene da piangere per quanto è bella, soltanto questa cosa.
28/04/2006
La casa triste. Quattro.
S. è nigeriana e ha un temperamento che nessuno sopporta. Io non l’ho mai giudicata troppo negativamente perché con me è sempre stata gentile, ringraziandomi per ogni cosa e ripetendomi sbuffando “Ah, che brava che sei!” -tradotto, “Come fai ad avere voglia di giocare con questi bambini, che io se potessi liberarmene ci metterei una firma subito”- anche se, avendone lei due, di bambini, il suo atteggiamento del tutto anti-genitoriale mi ha sempre lasciata perplessa. Ma le cose che mi sono sempre apparse in primo piano sono la sua demotivazione pseudo-depressiva nel vivere una vita chiusa nella struttura sognando di partire per l’america, la sua stanchezza cronica, legata a questo, e delle supposte determinanti culturali sullo stile non-educativo che usava con i figli. Non li ha mai sofferti, pur avendo con loro dei momenti di tenerezza fisica. Li ha sempre trattati con insofferenza, come se fossero di intralcio alla sua vita, ma ho sempre pensato fosse nient’altro che una proiezione della sua insoddisfazione. Una proiezione giudicavo il suo continuo sminuire K., il figlio di tre anni, storcendo in naso di fronte ai suoi disegni (invece molto belli, per la sua età, e una grande soddisfazione per me, dato che quando l’ho conosciuto con c’era verso di fargli tenere il pennarello in mano, “No, disegna tu!”, mi diceva) o esclamando, ridendo, “Che brutto!” quando lui le mostrava le sue foto scattate col mio cellulare. K. è molto lamentoso e piagnucoloso. La sua iperattività fa sì che sia una conquista riuscire a tenerlo seduto tre minuti a sfogliare un libro e spesso, pur con tutta la buona volontà e la percezione di questo come frutto di un suo disagio, interagendo con lui risulta impossibile evitare di innervosirsi. La più piccola, J., invece, è una bimba talmente deliziosa (la classica bambina nera, coi capelli arricciati e gli occhi affilati in cui il bianco risalta sulla pelle scura) da rendere impossibile qualsiasi critica. Nonostante questo le operatrici riferiscono di aver visto S. strattonarla e schiaffeggiarla. J. ha due anni scarsi e più che un essere umano sembra una scimmietta, dal suo modo di muoversi. Ti si aggrappa con forza e non c’è modo di togliertela di dosso dopo che hai accettato di prenderla in braccio, cosa che a volte si renderebbe necessaria, essendo lei una dei nove bambini a cui dare attenzione.
Ecco, il fatto è che da oggi io non vedrò più nessuna di queste tre persone.
Oggi, arrivata in comunità, ho trovato le operatrici furiose, e costernate.
Mi hanno raccontato che ieri sera una delle donne ha trovato il suo salvadanaio rotto. Era stata J., giocando. La prima donna ha accusato S. di non prestare attenzione a quello che fanno i suoi figli. Lei, davanti a tutti i bambini, e alle altre ospiti della casa, che sono state inviate lì dai servizi sociali per motivi di violenza subita, ha iniziato a urlare e le è saltata al collo tentando di strangolarla. I bambini erano terrorizzati, una ha telefonato alla coordinatrice dicendole “Vieni, S. sta strozzando mia mamma!”. Nella foga S. ha dato uno strattone, spingendola, anche ad Al., che deve partorire domani.
Non ci potevo credere.
Così hanno deciso di trasferirla oggi stesso in un’altra struttura, pensando addirittura, in futuro, di tentare di allontanare da lei i figli.
Ora capisco qualcosa in più di questo lavoro. Cosa significa passare ogni giorno con dei bambini, nel ruolo di educatrice, e poi vederli andare via. Anzi, neppure poterli vedere, per salutarli. Sapendo, oltretutto, cosa li aspetta.
21/04/2006
Un ottimo progetto
Io, col broncio: Aaah! Basta, basta e basta!
Mamma: Argh, non fare quel tono!
Io, battendo i piedi a terra: Ho deciso, voglio parlare come i 'miei' bambini!
Mamma: Quanti anni hanno?
Io: ... Quatto.
Mamma: Mi pare un ottimo progetto.
19/04/2006
Back homeward
Once there was a way to get back homeward
Once there was a way to get back home
Sleep pretty darling do not cry
And I will sing a lullaby
[Golden slumbers-Beatles]
Ieri qualcuno aveva preso una delle pantofole che Af. portava ai piedi. Lui, di suo, è un bambino molto tranquillo, ma ha una soglia molto bassa di sopportazione nei confronti di ogni invasione proveniente dall'esterno. Per la prima volta l’ho visto piangere, correndo in soggiorno, dove si è catapultato sulle mie ginocchia, mentre ero seduta sul divano. Si è appallottolato stretto stretto infilando il viso sotto il mio braccio e tenendo le gambe piegate sul petto in modo che io potessi contenerlo interamente in un abbraccio. Per la verità, un abbraccio inizialmente un po' perplesso, data la causa di tanta disperazione. Poi ho sentito la tensione dei suoi muscoli piano piano allentarsi, il respiro affannoso diventare gradualmente più lento, ho visto le lacrime cessare di scendere. E ho provato una tenerezza infinita, una sorta di rispetto misto a stupore per la sua capacità di concentrare tutto in quel momento, di lascarsi semplicemente curare. Così lo osservavo e continuavo a tenerlo lì, facendogli qualche carezza. Ho pensato a quanto sarebbe bello, potere e sapere affrontare così, silenziosamente, alcuni problemi. Semplicemente tenendo per un po' il viso sulla spalla di qualcuno, ad occhi chiusi. Dopo qualche minuto Af. ha deciso che era passata, è sceso dalle mie ginocchia ed è corso via.
17/04/2006
Indietro
Non c’è molto da dire sullo sguardo che la zia I. aveva ieri. Su come, del tutto ignari, l'abbiamo trovata. Lì.
Sul silenzio che si fermava su una pastiglia da prendere ora, o tra dieci minuti?. Gli occhi bassi, i miei, che non riesco mai a dire niente e voglio solo scappare fuori. Il rossore del viso di F., il sorriso acquietato nel punto più basso, che avrei voluto abbracciare, e magari vivere insieme, per sempre, allora. Così. Che mi accorgo ancora una volta che lo sguardo che contiene quel dolore conosciuto da sempre e reso dolce dal dolore stesso è quello che capisco di più, che amo di più.
Sulla doccia fredda che ci ha sorpresi. L’ultimo giorno, che appariva quasi come una necessità. Una mano sulla spalla andando via, ripartendo e lasciando dietro, cosa? Un altro pezzo che si stacca. Che il tempo passa, è questo? Che niente rimane integro. Che non è solo la nonna, che è scivolata via. Insieme a lei, pezzo per pezzo, tutto si sgretola.
13/04/2006
Parigi?
Parigi, Parigi a me va bene per non tornare più
così dicevi perché i miei occhi pieni di stazioni e chiese
ritornassero blu
Le mani, le mani già lo sanno che non vivranno qui
e, mi spiegavi, per questo vedi amore non si fermano un momento
e tremano così.
Perché le cose non vanno mai come vuoi tu
anzi è più facile cambino ancora di più.
[Strade di Francia, D. Silvestri]
... Chissà com'è che continuo ad avere l'impressione che... sì,
ma...
08/04/2006
La casa rossa. Tre.
N. e AM rientrano quasi sempre da scuola poco prima che io finisca il mio turno. N. entra dalla porta tendendo le braccia in avanti con andatura solenne, come la caricatura di un sonnambulo, incastrandosi nel mio busto, o in quello delle altre ragazze, per farsi coccolare un po’. Ha sette anni e un visino molto piccolo e lentigginoso, i capelli biondi lunghissimi per una piccoletta come lei e due occhietti verdi tanto vispi che viene da ridere a guardarli, per quella sorta di complicità fintamente cinica e sfiduciata che ti propone raccontandoti i suoi segreti o quando ti chiede se vuoi ascoltare una delle poesie che ha imparato a scuola. Allora inizia a ripeterle con quella tipica cadenza infantile e cantilenosa aspirando la metà delle parole e poi ti chiede se era tutta giusta. Sì, bravissima. Ci si parla nell’orecchio di un certo innamorato (Come si chiama? / Nic… co… / …lò? / Oh! Come fai a saperlo?! / Eh, non lo sapevi?, sono una maga, io… / [mumble mumble] E allora dimmi, com’è fisicamente? / Ehm… castano… / ! [la bocca a O e gli occhi sgranati] … Ma allora sei una maaagaaa…) che "le scrive" messaggini quanto mai spinti al suo cellulare giocattolo, che lei gioca a leggere con aria sconcertata ed euforica.
AM, la sorella, nove anni e un viso d’altri tempi, appare come la classica bambina saputella-so-tutto-io ma lo fa con gentilezza e una cera dose di vera saggezza. Io la trovo simpatica. Parla come un’adulta ma è una caratteristica comune ai bambini della casa. N. e AM, figlie di un malavitoso del sud, vivono qui con la madre, A.a, da un paio d’anni. A quanto pare, dopo aver loro perpetrato violenze di ogni tipo, lui le sta ancora cercando, tanto che A.a è convinta che morirà per mano del marito. Lei è l’utente-quasi-operatrice della casa, quella che ci vive da più tempo. Ha il carattere forte di chi ha sempre la situazione sotto controllo, accompagna le altre donne in giro con la macchina quando ne hanno bisogno e fornisce direttive. Quando è in casa nessuno dei bambini osa fiatare, che basta un suo sguardo. E' piccolina ma ha il portamento di un pugile, lo sguardo ombroso su occhi verdi di una limpidezza rara, il tono brusco intorno a parole affettuose. L'altro giorno mi diceva, con aria rassegnata, che lei ha sempre sacrificato sé stessa per dare tutto agli altri e ora non può che continuare a farlo lavorando nella comunità per disabili dove già lo fa da quache mese. Perché questa questione di "dare tutto" verso l'esterno mi convince sempre meno? Perché mi sembra una mancanza, una scusa, invece che una ricchezza? Eh.
07/04/2006
La casa rossa. Due.
Mi seguono gli occhi enormi di Af. quando svolto la curva e so che non tornerò per qualche giorno. E’ quasi una sorta di innamoramento, quello che mi capita di sentire a volte passando molto tempo con alcuni bambini. Ne è sintomo quel modo di ridere con tutto il viso e la pancia e le mani di riflesso alla sua risata a bocca e occhi spalancati mentre grida con una vocetta nasale ‘prendimi’ o si rotola a terra per farsi fare il solletico. E lo è quel modo di stare vicini sul divano mentre mi tira il maglione per farmi rimanere, connotato da una certa atmosfera di protezione, dalla costruzione di cose piccole ma importanti, da tentativi di equilibrio e da un affetto immediato che sottende un meccanismo più naturale di quanto possa succedere tra persone adulte. E’ qualcosa che ha a che fare con una fisicità che trasmette sicurezza o solo allegria, o semplicemente la spontaneità che forse caratterizzerebbe originariamente la natura fisica degli esseri umani anche nelle relazioni tra loro.
Af. è il bambino più sereno di tutti quelli che abitano la comunità. Ha quello che in psicologia dello sviluppo viene definito un attaccamento sicuro, anche se ho saputo soltanto ieri che per quasi due anni ha vissuto col padre in Tunisia senza mai vedere la madre, che lavorava in un’industria tessile in Italia. Ma lei è bravissima, e a quanto pare sono riusciti a recuperare in fretta. Al., la madre di Af., è una donna che dà vita alla simbologia freudiana dell’acqua come archetipo della maternità. E’ un lago immobile, quando è seduta, le mani poggiate sulla pancia di otto mesi e mezzo di gravidanza, dentro cui c'è S. Ha capelli lunghi e scuri, sempre raccolti in una coda, la pelle rovinata dalla gravidanza e due occhi liquidi, neri, così simili a quelli di suo figlio. Sul viso ha sempre un'espressione di un imbarazzo dolce, quasi a volersi scusare di qualcosa di imprecisato (in realtà tutte la criticano bonariamente per il suo difetto di essere troppo disponibile di fronte alle richieste o manchevolezze delle altre residenti, ma la sua profonda calma non mi fa stare in pensiero per questo) ma con una certa consapevolezza di sé. E sorride sempre, di questa consapevolezza. Dell'essere mamma e dell'aver preso delle decisioni importanti.
05/04/2006
Pranzi di famiglia
Io: ...E poi povero Floris, Fini l’ha messo veramente in imbarazzo ieri...
Nonna: Che xe tanto un bel fio, anca...
Io: Eh, vero?! Io l’ho sempre detto che è bello... tutti dicono che è brutto!
Nonna: No, no, xe beo, oltre che bravo!
Luca: E’ il migliore, Floris!
Io: Vero.
Nonna, solenne: E’ bellissimo.
Luca: Oh, no! Brooke ha detto che vuole guidare un po’, di sicuro farà un incidente e...
Io: Ecco, adesso farà un incidente, finirà in ospedale e Nick farà il disastro, vedrai!
Luca: Eh, "vedrai"... Te l’ho detto io!
04/04/2006
Piccolissimi angoli
E' un'uva ardua da coltivare, ha la buccia sottile, è sensibile, matura presto e, insomma, non è una forza come il cabernet, che riesce a crescere ovunque e fiorisce anche quando è trascurato. No, al pinot nero servono cure, e attenzioni... sì, infatti cresce soltanto in certi piccolissimi angoli nascosti del mondo, e solo il più paziente e amorevole dei coltivatori può farcela, e così... solo chi prende realmente il tempo per comprendere il potenziale del pinot sa farlo rendere al massimo della sua espressione.
[Sideways, A. Payne]
02/04/2006
Come intendiamo risolverla
E mentre penso a questo
alle case da traslocare
ai punti fermi
ai ruderi che resistono
a noi che ci proviamo.
[Punti fermi, Pacifico]
E non capisco come sia possibile che anche adesso se ci penso mi sembri irresistibile, tutto quello per cui in questi due giorni ho riso senza riuscire a smettere, nel senso più tragico del termine, come non succedeva dai tempi del liceo. Per motivi che non avevano tanto a che fare con la felicità, quanto con qualche T di troppo e stupidaggini adolescenziali difficilmente comprensibili se non all’interno dello stato di idiozia che ha preso possesso di me, D. e ML in un weekend di preparazione -decisamente poco- professionale. Ripenso a quando D., spanciato sul letto della mia stanza d'albergo per assistere insieme al matrimonio di Bridget in Beautiful, diceva con aria di sufficienza al telefono con un amico 'Sono qui con una noia di ragazzetta, guarda...' (Insegnante -E questo può provocare un uso discontinuo dei contraccettivi... / D.- Sì che poi, si sa, il rischio è anche più eccitante / Io -... (lo guardo distrattamente, mentre traccio sul quaderno il contorno della mia mano con la penna) / D. –Su Urano no?! Qui sulla terra capita così, vedi te!). All’insegnante attonito mentre, recitando il ruolo della paziente sofferente per l’abbandono da parte del compagno, sono esplosa a ridere quando D., terapeuta, ha pronunciato subdolamente la parola paTtner riferendosi al suddetto. 'PaTtner' che è il modo in cui la nostra docente non riesce a non pronunciare la parola inglese, arrivando in realtà anche a scriverla con una r e due t, cosa che per ore ha continuato a suscitare in noi un’ilarità senza possibilità di pacificazione. Ai nostri sguardi obliqui mentre la stessa insegnante (di sessuologia) raccontava della propria visione cattolica e alle conseguenti nostre incalzanti e impietose domande riguardo all’opportunità morale del fare una cosa piuttosto che un’altra o a quanto, certo, poteva influire in certe scelte sessuali il proprio credo religioso. D. che riusciva a porle con aria seria e impegnata mentre io e ML ci coprivamo con le mani il viso in lacrime. A ML che al ristorante gridava incazzosa 'Oh, mocciosi!' a qualche bambino che faceva un po’ di confusione, che 'Menomale che siamo psicologi!'. A quando la professoressa ha detto che una donna su cinque ha subìto un qualche tipo di abuso sessuale quindi ad una di noi sette doveva essere successo. Io e ML ci siamo guardate e poco dopo ho visto scritto sul suo quaderno, secco: 'L. è stata stuprata'. E’ stato terribile. A noi tutti che abbiamo nutrito per un’intera giornata quantità nevrotiche di rancore preventivo nei confronti di una immensa scolaresca ospitata dal nostro stesso albergo e che avrebbe certamente (come poi è stato) reso per noi impossibili più di un paio d’ore di sonno nella notte successiva, cosa culminata con una telefonata notturna di ML che, con tono imperativo, sbottava: 'Be’, come intendiamo risolverla, 'sta situazione?!'.
- Adesso comunque ho riaperto la finestra,
e non c’è più quel profumo di brioches…
- … Se le sono mangiate tutte…
- Ah, dici che se le sono mangiate tutte?
- Eh, sì.
- Senti ma a te che tipo di brioche piace di più?
- Quel tipo… che ho mangiato soltanto qualche volta, anni fa…
… quelle che dentro sono morbide, con lo zucchero a velo sopra…
- Ben diverse dalle altre, insomma!
- … Con quelle alucce ai lati… che adesso non le trovo più.