27/05/2006

Tentativi di corruzione - Manuale di psicobugia


Io -Ah ma se mi chiedono la personalità io glielo dico eh?! Glielo dico! La personalità non esiste, vaffanculo!!!
Vale -Ire... no panic.

Quello che mi preme chiarire è che la personalità non esiste, che è solo un costrutto psicologico di carattere attributivo che risiede nello sguardo dell'osservatore e che non è vero, che è 'un sistema stabile e coerente di tratti che regola l'interazione dell'individuo con l'ambiente'!!! E' una bugia, e se credono di riuscire a spingermi a dichiarare il falso solamente per non perdere una retta di centinaia di euro versata per accedere ad uno stupido esame di stato, beh, si sbagliano!
...
Ora mi sento molto meglio.


Mio fratello, curvo davanti a pile di libri di matematica:
A.- Non ce la faccio più...

Io- Non dirlo a me!
A.- Senti, Ire, ho un’idea. ...Ci lasciamo andare?
Io- ...

A.- A lungo andare, lo so, non sarà così bello, ma i primi momenti saranno talmente dolci...

Io- E’ vero...

A.- Stare davanti la tv tutto il giorno, non fare niente...

Io- ... Lo facciamo?
A.- Sì dai!
Io- La mamma non sarebbe tanto contenta, vero?
A.- No.
A. raggiunge L., terzo fratello, in camera e gli annuncia:
A.- Io e la Ire abbiamo deciso di lasciarci andare. Non studiare più... non fare più niente...

L.- ... (rumore del joystick della playstation)
A.- Vuoi unirti a noi?
L.- ... (click, click)
A.- ... Va be’ che per te non ci sarebbe così tanta differenza rispetto ad ora...!
Io, dalla mia camera- Appunto!

di Irene alle 14:22:00 13 Commenti

25/05/2006

La casa rossa, verso la fine


Af vede entrare nella stanza la madre con la sorellina neonata in braccio. La bambina indossa un vestitino giallo a fiori, ampio e pieghettato, che suscita l’ilarità di tutte le presenti per l'aria da 'ragazza' che le dà. Af si volta verso di me sorridendo con una luce negli occhi e mi chiede con una sorta di stupore misto a ironia ‘…è mia sorella?!’.

Stiamo chiacchierando di quale videocassetta vedere prossimamente e d’improvviso vedo AM. dare uno schiaffo a Ja., poi un pizzicotto sul braccio. Le guardo a bocca aperta senza capire se stanno giocando o se AM. è impazzita. Il braccio e il viso di J. si fanno sempre più rossi finché questo inizia a stropicciarsi in una smorfia di dolore stupito e silenzioso. Le scendono tre lacrime che si appoggiano, l’una di fianco all’altra, sulla guancia. La osservo mentre continua a chiedere ‘ma perché dovevi darmi uno schiaffo?’ e mi stupisce la mancanza di filtri della sua espressione, è completamente esposta, non erige alcuna difesa. Senza averne nessuna voglia né l’energia per farlo, capisco che mi tocca, sento la mia voce che inizia a predicare, non senza tradire una certa rabbia e parzialità, su come in questa casa (?!) né in nessun altro luogo sia ammesso alzare le mani tra le persone, fino a dire, di fronte alla non infrequente espressione altezzosa di AM., anche e tu hai poco da fare la strafottente! Nel frattempo N., sorellina di AM., assiste alla scena imperturbabile. Quando le acque si sono calmate, allunga un dito, raccoglie le lacrime rimaste immobili sugli zigomi di J., avvicina il dito alla bocca e lo lecca. ‘Mh, che salate’, cinguetta, si volta e sale sulla bicicletta.

Mi siedo in ufficio, appendice della casa, per la riunine d’equipe e sento un pianto disperato di Af. Grida sempre più forte e a lungo, che sembra non finisca mai, e io stringo le mani alla sedia per resistere dall’alzarmi e andare a vedere cosa c’è. So che è con la madre e che, se realizzassi di ritenere necessario esserci in ogni sua difficoltà, renderei ancora più difficile per me e per lui, che ancora non lo sa, il distacco che avverrà dalla prossima settimana. Nella pausa-sigaretta però non resisto, busso alla sua camera e chiedo alla madre cos’era successo, prima. Mi dice, ridacchiando imbarazzata: eh, piangeva per te, non voleva che andassi via! Mi accuccio davanti a lui e dico Af, ma… perché piangevi così tanto? Ti avevo detto che sarei tornata…. Nasconde il viso dietro la schena della mamma. Lei mi racconta che ieri, tornando dall’asilo, lui le aveva chiesto se mi avrebbe trovata a casa e lei, per fargli uno schezo, gli aveva detto che no, non sarei andata più. Lui ha pianto taaanto! mi riferisce. Lo osservo giocare e guardarmi ogni tanto per avere la mia approvazione, e mi sento preoccupata. Mi chiedo -avrò sbagliato? forse l’ho legato troppo a me, forse è per evitare poi questo che le altre operatrici sono così distaccate e professionali con i bambini. Poi penso –sì, ma io mica lo lascio, adesso, io non lo lascio mai, tornerò sempre a trovarlo. Ma so che sarà molto diverso.

Ja. è una bambina di dieci anni ed è la responsabile del trasferimento suo, della madre e della sorella nella struttura. E’ lei che denunciato il padre alla polizia dopo averlo visto puntare una pistola contro la madre. La donna, che è un'adolescente mai cresciuta e capricciosa in un modo che non si può immaginare, nonostante le ripetute follie a cui il marito ha sottoposto lei e le figlie, sta facendo di tutto per tornare a vivere con lui, e ci sta riuscendo.
Oggi è venuta l’assistente sociale nella casa per discutere con lei e le bambine di questo progetto. Quando ha salutato Ja., lei le ha risposto -oggi Ja. non c’è, c’è Arianna al suo posto (indicando sé stessa). Durante il colloquio, è rimasta impassibile fino a quando l’assistente sociale le ha chiesto se poteva palrare con Arianna, che le ha poi fornito delle risposte, assurdamente euforiche, compiacenti verso la volontà della madre, che chiaramente non è la sua. Nessuna di noi, dopo aver assistito impietrite al racconto dell'a.s., ha commentato qualcosa di diverso da -E questo è l'inizio di una psicosi.

Dopo la riunione chiedo ad An., una delle operarici, se poi A., la madre di T., è tornata come diceva a salutare, dopo essersene andata qualche settimana fa. Mi risponde di no, ci guardiamo perplesse. Subito dopo esco dalla porta, e vedo A. che scende dalla macchina.
La ascolto raccontare di come va adesso, e mi accorgo di guardarla con l’affetto di chi abbia vissuto vicino a lei per anni. Ed è da così tanto tempo, che mi sembra di essere lì.
E non ho nessuna voglia di andarmene.

di Irene alle 19:51:00 Commenta:

21/05/2006

Sicuro che


Premessa: accedete a questo blog tramite l'indirizzo, più veloce da caricare:
http://arcobaleno.blog.dada.net/


...passeranno gli anni
cambierò colore
ma io son sicuro che
saremo ancora noi due
come l'asino ed il bue
come il bianco e il nero
come una bicicletta che va
sopra la collina
in salita a faticar
e poi giù come a planar
tra mille girasoli
tra tutti quei colori…


La sento e spalanco la bocca. Come è possibile che non mi sia mai capitato di sentirla in questi anni? Era una delle mie preferite. La nostra preferita.
Salivamo sul palco ridendo già perché sapevamo cosa avrebbero detto gli altri solo sentendo le prime note e infatti, immancabilmente –Ancora quella??? basta!!!. La cantavamo con le facce tutte impegnate, ogni tanto ci guardavamo e scoppiavamo a ridere senza riuscire più a proseguire, oppure sorridevamo, lei con gli occhi sottili delle espressioni complici, con un po’ di emozione, perché noi ci credevamo davvero.
Era ovvio.
Chiudo la bocca e rimango ad ascoltare senza muoverla, come se non conoscessi le parole. Non capisco se mi viene un po’ da piangere e aspetto. No, sono troppo stanca, di pensieri ripensati migliaia di volte, sensazioni provate altrettante, per riuscirci.
Entro in bagno a prepararmi per uscire. Intanto la canzone prosegue. Ripenso a noi due mentre ci truccavamo insieme davanti allo stesso specchio e lei riempiva la mensola di tutti i pezzi di matita per gli occhi, di cotone macchiato di fondotinta e mai buttato via, di ombretti inutilizzati da anni. Il solito casino che usciva dalla sua borsa, di fronte a cui storcevo il naso con un misto di ammirazione per lei che riusciva a sopportare tale disorganizzazione -la nostra distinzione tra compattezza, mia, e non-compattezza, sua, che nessuno mai capiva del tutto- a volte irritazione -come quando avevamo fretta e lei era in ritardo, cioè sempre- e soprattutto sollievo perché non erano le mie, di cose, ridotte in quel modo.
Spesso guidando con la musica accesa ci penso. Sussurro tra me e me –Eh, c’è sempre un posto vuoto. Ci sarà sempre. Però (…).
Che il modo che avevamo di condividere le cose, quell’eccitazione che provavamo parlando di quello che ci succedeva, data dalla comprensione perfetta delle sensazioni reciproche, dalla percezione che fosse sempre, ancora, modificabile, se ci applicavamo per bene, dal modo di riderci sopra attraverso in nostri tormentoni, i modi di dire e di fare, dal fatto di conoscere tutto, l’una dell’altra, e tutte le persone, legate all’una e all’altra, l’idea che tutto potesse ancora succedere, che tutto fosse sempre aperto, questo non è uguale con nessun altro e mai lo sarà. E lo vorrei tantissimo, sapere la sua opinione, avere il suo sguardo, su alcune delle cose che vivo, ma quella della lei di allora.
Invece è il passato, accompagnato dalla consapevolezza che non può più tornare, uguale. E che, diverso, non lo potrei volere.

di Irene alle 11:21:00 11 Commenti

20/05/2006

Movimenti


Premessa: d'ora in poi accedete a questo blog tramite l'indirizzo, più veloce da caricare:
http://arcobaleno.blog.dada.net/

Roberta Giommi dà un senso non grottesco all’aggettivo solare. E’ forse l’unica figura di esperta di stile divulgativo che trovo mai banale o troppo facile, ma positiva in un modo che infonde energia, seria seppur sempre sdrammatizzante, prolifica di immagini creative, che danno l’idea di quanto sia importante fermarsi a pensare in modo sempre generativo sulle cose, piuttosto che ricadere in concetti ormai inglobati e consolidati nel nostro modo di relazionarci ad esse.

Stamattina si parlava di sessualità e handicap. Lei tentava di correggere la tendenza, sottesa ai risultati di un questionario precedentemente discussi, a pensare che l’istinto sessuale delle persone portatrici di handicap intellettivo vada compensata e sublimata attraverso altri aspetti della vita, col rischio poi di eluderlo finendo per non riconoscerne la normalità ed anche il diritto. Parlava di piccoli tentativi, per prove ed errori. Diceva: -il mare va avanti e poi indietro, continuamente, ma non ci dà un senso di inutilità. Lo osserviamo e pensiamo ‘guarda, il mare…’, non ‘ah, è inutile però, non fa altro che andare avanti e indietro’.
Io mi stupivo della verità che risiede in un’osservazione così semplice. Che io stessa tendo sempre a pensare che tutto debba avere un senso nella progressione in avanti, nella costruttività pragmatica che procede in maniera univoca. E invece forse è giusto così, vivere provandoci, nei piccoli passi, non in funzione della linearità che si richiede loro.
La Giommi si meravigliava poi di come l’amore nei portatori di handicap venisse giudicato infantile in una sorta di svalutazione della sua autenticità. Osservava che questo paragone rispetto al modo in cui viene vissuto l’amore dai primi, anche volendo supporre la sua correttezza,  non sarebbe necessariamente svalutante per loro. Che, anzi, nei bambini l’amore assume spesso delle forme molto più profonde e degne di attenzione di quanto non si voglia credere. Aggiungeva che, d’altronde, come nei bambini, anche negli adulti l’innamoramento risulta molto simile ad una crisi psicotica, che corrisponde ad una totale mancanza di saggezza (!). Concludeva dicendo: –poco fa si citava la frase di una madre che quasi avrebbe preferito che il figlio disabile avesse avuto una malattia, piuttosto che essere innamorato... ma... io direi che l’innamoramento è, una malattia!
...

di Irene alle 13:13:00 2 Commenti

19/05/2006

Sogni


Inizio a notare in mio fratello, la persona che ritengo più solida ed equilibrata tra tutte quelle che conosco, che di crisi ne ha affontate tante da piccolo e poi risolte, degli inaspettati comportamenti incontrollati e collerici. Sottoposto a domande pressanti da parte nostra, confessa a me e alla mia famiglia di condurre in realtà una vita piena di paure e di scappatoie. Improvvisamente, mi accorgo che gli manca la parte inferiore delle gambe. Lo guardo negli occhi e leggo nella sua espressione che sa che ho appena capito, e quasi vorrebbe scusarsi per la sua infelicità.
Devo partire per una settimana di vacanza con i bambini della comunità e le operatrici. So che è giusto che io vada con loro ma mi sento esattamente come quando dovevo andare -imperativo genitoriale- ai campi scout da piccola e avrei fatto qualunque cosa per restare a casa a godermi un po’ di rassicurante tranquillità. Il fatto è che non so cosa mi aspetta, non so dove andremo e cosa mettere in una valigia che, stranamente, devo ancora riempire mentre tutti stanno già partendo. La coordinatrice mi dice di occuparmi di S. ed io, mentre lei piange per capriccio, non faccio altro che tentare di prendere una decisione sulle scarpe da portare: infradito (sì, ma poi come faccio a giocare sull’erba, se andiamo in campagna?), stivaletti (in campagna???) o anfibi (solo quelli per una settimana?!).
Sono fuori città con i miei per qualche ricorrenza che, come avverrà nella realtà tra qualche giorno, coincide con l’anniversario della morte di mia nonna. C’è aria di vacanza ma anche una certa ombrosità.
Mia mamma pensa di essere ricercata da qualcuno. Data questa imprecisata ricorrenza, vorrebbe fare un regalo ad un gruppo di bambine povere e bisognose che vivono lontano (nei paesi dell’est, mi sembra) di cui si è presa cura tempo fa come volontaria (solo nel sogno), ma non può viaggiare a causa di questi sigori che la seguono. Allora fa una cosa. Ci porta su delle colline che rappresentano (nel sogno lo sono realmente) il paese di questa bambine visto dall’alto e, pedalando, idealmente volando, in mezzo alle strade e ai boschi in miniatura, sparge sotto di sé scie di croccantino sbriciolato, perché loro lo trovino e lo mangino. La guardo tra l’incantato e il perplesso e penso ad Hansel e Gretel. Penso anche che vorrei raccontarla a lui, questa cosa, ma il telefono non prende mai.
Sono ad un corso di sessuologia tenuto in una scuola fatiscente, è l’ora dell’intervallo. Vado al bar con quelli che nella realtà sono due vecchi amici che vedo quasi mai. Non ho fame e vorrei prendere qualcosa di leggero. Dei crackers, ma tutti i pacchetti esposti, di tutti i tipi, sono aperti. Trascorro un tempo infinito a verificare che è così, ed altrettanto a cercare di decidere cos’altro mangiare. Alla fine, acquisto senza convinzione due pocket coffee e un amaretto.
di Irene alle 10:05:00 Commenta:

15/05/2006

Quando vede me


Qualche giorno fa, mentre passeggiavamo io e lei sole in mezzo all’erba di un sentiero di campagna, ho chiesto a N. di raccontarmi qualcosa del bambino che le piace.

Tirava un vento che sembrava la diretta conseguenza della riunione appena conclusa nella casa poco distante da noi. Interpretava la percezione, che mi attraversava allo stesso modo del vento, e con quella precisa intensità, della violenza con cui certe cose non possono non accadere, come un terremoto, un’alluvione. Come se la vita fosse la stessa cosa. Se avesse a che fare con la natura, allo stesso modo, anche tutta quella devastazione.

N. ha iniziato ad elencarmi con ostentata diligenza una serie di aggettivi. Ha iniziato così: è calmo, attento... L’ho guardata.
E’ calmo.

Ancora, lui sta nella classe vicino alla sua, così lei quando cammina lungo il corridoio per andare in bagno lo vede: “Lo vedo che scrive, scrive... e, quando mi vede, si ferma”.

...

Ha continuato poi a spiegarmi quanto questo bambino è carino, ma per finire ha aggiunto con disinvoltura: “Però cammina male, quando vede me!”.
...
Cos'è che si perde, poi?
Qual è, il momento dopo il quale non si capisce più niente?

di Irene alle 10:17:00 6 Commenti

11/05/2006

La "struttura". Sette.


Che poi è molto più facile pensare di separarsi da un adulto che da un bambino. Che con una persona adulta ci puoi parlare, la puoi salutare, la puoi sentire ancora, se vuoi, magari per telefono. Con un bambino il rapporto che si crea è talmente immediato, fisico, legato alla contingenza quotidiana che, quando si interrompe, sai che, da lì, indietro non si torna.
Se poi sai anche che quello che lo aspetta è qualcosa di peggio, di molto peggio di quello che stava vivendo mentre tu potevi ‘controllare’, e esserci, anche solo per fare insieme delle cose in un’atmosfera di cui sapevi di poter tutelare la tranquillità e il contenimento, è difficile.

E torni a casa e hai la sensazione che solo tu puoi sapere cosa succede, lì. Che non si può capire, non si può comunicare realmente di questo micromondo di persone che, anche volendo cercare, nelle relazioni e nelle azioni di ogni giorno, di vedere il lato bello, e normalizzato, la verità è che stanno male. Più di quanto io volessi e voglia rendermi conto.
Così, tutto in una volta, si scopre, come tutti l’avessero sempre saputo tranne te, che, sì, 
stanno male davvero, e che, uscite di lì, per loro sarà solo peggio. Che c'è poco da fare la Pollyanna, la ragazzetta allegra, della situazione. Che queste persone le vedi mentre vivono in un’oasi sospesa e protetta, e precaria, che solo tu hai sempre chiamato e pensi come casa, e poi se ne vanno.
Come T. oggi.

Credo che le alternative allora siano due. Prendere le distanze, quello che tutti chiamano staccare. Starne fuori, deciderlo. Oppure sentire questo, la tentazione di essere lì sempre. La voglia, di essere lì sempre. Ma anche il senso di colpa quando non ci sei. Come un abbandono agito, come una necessità di controllare, di proteggere, di scambiare sempre e solo quell'affetto lì, che nasce da un vero bisogno, da una mancanza che è impossibile vedere senza provare lo slancio di colmarla. Parlando dei casi dei bambini con le operatrici, continuare a sentir girare nello strato più alto della mente pensieri come Io questo ora, mal che vada, lo prendo e me lo porto a casa, perché non potrei?, Lo prendo e lo porto a fare un viaggio... al mare, o Io però, se se ne va, poi dico alla madre che mi chiami quando ha bisogno, che me ne occupo io, di lui.
Quando una di loro ha detto -scherzando- stancamente, dopo ore di discorsi e di cioccolatini mangiati in un ossimoro continuo e straniante, Irene, tu hai ce li hai già dei fratellini o te ne puoi prendere uno, di questi? Io per un attimo ho pensato, Sììì, io mi prendo Af! e già visuallizzavo io e lui, zaino in spalla, in giro per il modno, contro tutto e tutti. Pochi minuti dopo lo vedevo, questa volta davvero, con il naso premuto sul vetro dell'ufficio sorridermi, sbuffando stufo di aspettare.
E lo so che è una fase, e lo so che così non va bene, ma so anche che, ora, non potrei sentirmi diversamente.
Per una volta, si può piangere soltanto di tristezza.

di Irene alle 20:30:00 4 Commenti

11/05/2006

42


Al telefono, sotto le coperte. Ore 4 a.m.

- Ecco, per esempio adesso cos’hai fatto?
- ...

- Cos’era, quella cosa che ho sentito?
- Ma... che tipo di cosa?
- Eh, quello che ti dicevo... come se tu avessi bevuto... come se avessi deglutito.
- Forse hai sentito che premevo un tasto del cellulare... vedi, ormai è un gesto automatico...
- Prova.
- <click>

- No... no, non è questo...

- ...

- Dai, ma non è che magari hai deglutito?
- Ma... non lo so... va bene, provo a deglutire così vediamo: <glom>
- ! (scuotendo le lenzuola con le gambe)
- Allora?
- Sì... sì, era questo!
- Ah... che udito, però!
- Riprova!
- <glom>
- Eh!
- ...
- ...
- Va bene... che dici, dormiamo, adesso? Che domani devi studiare...
- No! Non ho più sonno...
- Come non hai più sonno?!
- Eh, mi è passato quando mi hai detto che hai deglutito!
- (ride) Ma... questa frase rasenta la pazzia!!!
- (alzandomi a sedere sul letto) Mh, ecco, ora ho preso il libro di psicologia generale!
- Ah... e... il motivo di questo gesto...?!
- Studio!

 

di Irene alle 11:04:00 1 Commento

10/05/2006

La casa rossa. Sei.


Quando Af. torna dall’asilo mi vede seduta sul divano, lo saluto aprendo le braccia e lui, silenziosamente, con l’aria un po’ stanca, viene a sedersi sulle mie ginocchia. Guardiamo una cassetta di Walt Disney. Sorrido della sensazione di normalità e di casa. Lì.

Ogni pomeriggio, quando arrivo, trovo T. con la maniche del maglione bagnate. Non so come faccia. Ma putroppo so che gli piace giocare con l’acqua. Saliamo le quattro rampe di scale fino alla sua camera e iniziamo la lotta perché lui indossi un'altra maglia, che deve per forza scegliere lui, non c’è modo di contraddirlo. Un giorno abbiamo dovuto tenerlo fermo in tre, per infilargliene una.

Al., tornando dal supermercato e vedendomi ancora lì, alle otto, che la aspetto seduta vicino alla bambina che dorme, mi prende il viso e mi riempie di baci sulle guance. Mi dice -grazie, grazie! E’ la versione felice dell’abbraccio del giorno prima, con gli occhi lucidi e un nodo nella gola di entrambe, mentre cercavo di rassicurarla dicendole -vedrai che si sistemerà tutto- nel modo, temo, meno convincente che potessi trovare.
Il modo in cui piange è composto, è lieve, quasi avesse paura di disturbare anche con le sue lacrime.

Guardo Ja. come fosse una ragazza, anche se ha solo dieci anni. Ogni tanto devo pensarci, mi dico -Scema, smettila di rivolgerti a lei in questo modo, che fai proprio il suo gioco. Il gioco, per meglio dire, del modo in cui è cresciuta, che proietta sugli altri la continua occasione di reitararlo. La guardo perplessa mentre gioca a impersonare le fatine de La bella addormentata nel bosco, impugnando una bacchetta magica immaginaria e tentando di trasformarmi in animali e oggetti piuttosto impegnativi. E poi penso -Eh no, ora gliela lasci intatta, almeno la possibilità di giocare. Che bisogna tutelarla, questa possibilità. E a volte è difficile ricordarsene.
Così cantiamo alla nausea, a squarciagola insieme alla principessa Aurora: "So chi sei, vicino al mio cuor ogn'or sei tu, so chi sei, di tutti i miei sogni il dolce oggetto sei tu, anche se nei sogni è tutta illusione e nulla più, il mio cuore sa che nella realtà da me tu verrai, e che mi amerai ancor di più"! Che poi, a dirla tutta, è una canzone bellissima, ecco. "E tu, ce l'hai, un principe?", mi chiede con quegli occhietti.

di Irene alle 12:46:00 9 Commenti

09/05/2006

(Per non perdere le) Parole


Fay aveva una macchia di sangue all’angolo sinistro della bocca e io presi un panno bagnato e gliela lavai via. Le donne erano destinate a soffrire; non c’era da meravigliarsi che volessero sempre grandi dichiarazioni d’amore.
[Bukowski, Post office]

La notte del giorno prima sedevo a gambe incrociate sul tappeto del mio-nido-casa-di-Su ritagliando lettere colorate, rincorse con aria molto seria lungo frenetiche ispezioni coordinate di centinaia di pagine di giornali femminili. Per fare questo.
Incollavo dadi di carta sopra ai coperchi dei vasetti dove lei aveva racchiuso odori di ogni tipo, che ogni tanto, nel pomeriggio, correva a farmi annusare mentre io ero intenta a trascrivere, su piccoli fogli beige di muji, passi di racconti, di romanzi e di post da arrotolare e infilare dentro il baratto(lo).
Tranquillamente assistevo ai movimenti delle mie mani che svolgevano i compiti loro richiesti. Buona buona. Così mi sentivo e, da un altrove senza forma né sostanza, sapevo che qui era l'unico luogo provvisoriamente abitabile. E procedevo.
Dopo pranzo ho mangiato -in sottofondo, dei pezzi bellissimi di Caetano Veloso- una zampa di orsetto morbido con un fondo di cioccolata, in una casa di un calore rinfrancante che, sopra la porta d’ingresso, conserva un nido di rondini, avendogli posto a fianco un cartello colorato: non distruggete il nido, ce ne occupiamo noi.
Nel frattempo, c'era il sole.
E arrivavano ragazzi che scrivevano in arabo, signori anziani, pronti a morire finalmente felici 'Ora che Faustuccio è alla presidenza della camera, che chi se lo sarebbe aspettato', o in preda a deliri logorroici su Galileo e sulle guerre nel mondo, signore che scrivevano lettere idealmente indirizzate ad amanti irraggiungibili o a vecchi amori perduti e rimpianti, ex-partigiani che raccontavano storie trascritte da mani più ferme, bambini, tra cui una che ha scritto che a lei piaceva tanto un bambino che era carino e generoso, immigrati che ringraziavano gli abitanti di Milano per l’ospitalità, altri che in questa città non riuscivano a viverci, senza la propria famiglia, altri ancora senza un lavoro per vivere dignitosamente. Io osservavo sorridendo, sapendo di non poter comunicare oltre ad un certo limite ma anche che non era poi così importante
Mentre
 lui, rispondendo alle mie domande sulla questione di D'Alema capo dello stato (fattibile, o troppo bello per non essere fatalmente imprudente?) mi faceva ridere dicendo 'Sì ma cosa ci danno, a noi (i ds), allora? La presidenza del consiglio no, la camera no, il senato no… almeno quella dello stato ce la potranno dare!'. Io intanto pensavo ai salti temporali e all’inafferrabilità della possibile non coesistenza di immutato affetto e continuità.
La sera, con le guance rosse di stanchezza, componevo strani panini di ricotta e zucchine nella terrazza di Su mentre delle persone quasi sconosciute capivano benissimo quello che c’era da capire e, con sguardi limpidi che è raro trovare, dicevano cose che un po' mi facevano ridere, un po' sorridere, un po' pensare. Mi guardavano come fossi stata una persona normale anche quando, dopo che era completamente saltato l'intero sistema elettrico di casa di Su (che la mattina dopo mi ha detto 'Come ho fatto a non pensarci prima?! Certo che è saltata la luce ieri! ...con tutti noi messi insieme... c'erano troppe cose, troppi pensieri vibranti!'), mi affacciavo dalla finestra del bagno, che dava sul terrazzo dove loro stavano mangiando, dicendo 'Ora io mi devo lavare ma con la finestra chiusa non vedo niente, quindi voi sappiate... che sono qui!' o mentre giravo per casa nel tentativo di vestirmi per uscire, borbottando cose come 'Che casino, che casino non vedo niente!'.
Al buio, la notte, sedevo sul pavimento dello stesso bagno, la schiena allo specchio, parlando e staccando e riattaccando piccole stelle gialle alla parete.

di Irene alle 10:48:00 18 Commenti

03/05/2006

La casa di luci e ombre. Cinque.


Ieri sono uscita dalla casa stanca come non capitava da tempo, e accaldata, pensando alla violenza della scena isterica che T. aveva fatto nel pomeriggio. A quella rabbia incontenibile e inelaborabile che risultava impossibile arginare anche solo fisicamente. Io e una delle mamme ci guardavamo senza sapere se ridere o stringerlo forte per calmarlo. Ho cercato di fare la seconda cosa ma non è stato facile. Né, temo, risolutivo.
Ho chiuso il cancello dietro di me con l'unico desiderio di teletrasportarmi sul mio letto. Se c'era qualcosa da riempire, ecco, era pieno fino all'orlo.
Ho fatto manovra con la macchina e, mentre uscivo dal vialetto con i finestrini abbassati, ho sentito una vocetta che gridava “maestra!”, e ho visto due bimbi, Af. e Jr., aggrappati alla rete del cancello che mi salutavano con la mano, sorridendo.

Tornando lì, oggi, sentivo un'ansia che mi respingeva. Rimuginavo sul fatto che a volte è come se mi sentissi letteralmente invasa, da fili che si intrecciano ai miei senza che poi io possa più riconoscerli e, alla necessità, separarli. E che forse non sono così forte. Che a volte è difficile relazionarsi anche al dovere.
Poi-

Accompagno T. in bagno. Fa scendere l’acqua dopo aver fatto la pipì e mi chiede:

T. - ‘Ché la carta va giù?

Io - Eh, perché hai tirato l’acqua!
T. - E noi?

Io -…
T., ammiccante: -Andiamo giù anche noi?

Mi avvicino ai bambini che stanno facendo merenda in giardino all’ombra di un albero, quasi mi commuove la rara tranquillità con cui siedono tutti in cerchio su alcune brandine che hanno portato fuori.
Così dico, intenerita:

Io - Che belli che siete!

T. - Anche tu!
Io - !

Alla fine della giornata, dopo ore di giochi e e richiami, dopo una passeggiata in campagna a raccogliere grappoli di fiori bianchi in una bacinella strabordante, dopo aver ripetuto per l'ennesima volta a Jr. di non parlare in modo lamentoso, dopo aver fatto ginnastica con Ja. alla quale ha preso la fissa di dimagrire, dopo la soddisfazione per la conquista di condividere i giochi di un solo bambino 'stando attenti a non rovinarli', sento uno di loro che chiama ‘mamma!’ e mi accorgo che sto per rispondere ‘eh!’.
Sto impazzendo.

di Irene alle 19:39:00 7 Commenti

02/05/2006

In punta di piedi


Non so bene cos’ è, ma ho come la timida sensazione che qualcosa ricominci ad andare per il verso giusto...

di Irene alle 12:35:00 6 Commenti