25/06/2006

Parità, dopo il primo scontro


Sono stati giorni grottescamente faticosi. In primo, per meglio dire unico, piano, l’inderogabilità di un esame di cui avvertivo l’urgenza, l’importanza data dal fatto che non passarlo sarebbe stato (sarebbe ancora!) un grosso guaio, ma che, in realtà, a differenza di altre volte, non significava poi molto per me, cosa che non rendeva certo più sensato un lavoro di quella mole. E invece lo studio… lo studio sistematizzato, quello noioso di cui sembrava impossibile venire a capo o, altre volte, affascinante; frustrante, per la difficoltà estrema di costruire un quadro integrato degli argomenti, per l’incompletezza e la pretenziosità inutile di manuali incompleti e viziati dalle prospettive degli autori, l’obbligo di dedicarmi all’analisi di costrutti in cui non credo, comprese diagnosi spiccole e medicalizzate. Il tempo che stringeva e il perfezionismo che finisce sempre per coinvolgere il mio senso di coerenza e di identità. Il senso del fare le cose per bene o non farle affatto.
Giorni intensi. Di crolli fisici, di lacrime e di risate, la notte, dalla tensione e dalla commozione e dall’idiozia. Come quando Vale e io, alla mezzanotte di un giorno di studio sfiancante, ci siamo guardate negli occhi rendendoci conto, solo dopo aver concluso, di esserci scervellate per l’intera, svogliata serata, su teorie che non c’entravano nulla con l’argomento che dovevamo approfondire. O quando mia mamma, in un pranzo in cui continuavo a produrre elenchi di parole con gli accenti sbagliati trovandolo divertentissimo e scompisciandomi, di conseguenza, dalle risate, ha enunciato seria ‘ecco che la Ire è entrata nella fase di abbrutimento da studio’.
Quando, la notte precedente la prima prova, ripetendo ad alta voce, con aria stoica, inaspettatamente a memoria, le oltre cento pagine di riassunti, mi sono trovata sull’orlo delle lacrime (come, per la verità, è successo piuttosto spesso ultimamente!) rendendomi conto di ricordare incredibilmente tutto, di essere riuscita, alla fine, in qualche modo a organizzarle nella mente, quelle decine di nomi, esperimenti e teorie che mi facevano tanto impazzire. Che la nostra mente fa dei miracoli davvero.
Tutto questo, per poi ricevere l’avvincente notizia.
Ieri vedo Vale per la prima volta dopo la comune impresa.
Mi dice Ire, ti devo dire una cosa che ti farà arrabbiare.
Piano, le dico, inizia lentamente, Vale...
Ehm, fa lei, sai M., la mia compagna d'appartamento...
Eh, la incito.
Eh, era nello studio di un professore, e... tu sapevi che i compiti vengono corretti dai dottorandi?
No.,
le rispondo già discretamente alterata.
Vengono corretti dai dottorandi.
Cioè... intendi, quei ragazzi della nostra stessa età, quelli che spesso e volentieri l'esame di stato non l'hanno ancora fatto e che...?
Sì.
Ah.
Insomma, M. era lì mentre li stavano correggendo. Solo che c'era la partita e... Ire, loro li leggevano mentre guardavano l'Italia e intanto, ha riferito M., si passavano informazioni, dicevano -ohi, ma tu questa teoria te la ricordi?! c'entra qualcosa con l'argomento?!-, -boh, mai sentita!-, -ehi, guarda questa, mica mi piace come scrive, quasi quasi io la boccio, a questa qui!-, -ah ah-.
...
Stanotte io ho dovuto sognare un dannato dottorando che correggeva il mio compito.
Io, se... io vado lì e gli spacco tutto.
A 'sti qua.
Ah ah un cazzo.
di Irene alle 19:08:00 16 Commenti

15/06/2006

Almeno tu, nell'universo.


Li ho contati. Sono undici, i libri impilati sul pavimento, accanto alla mia scrivania.
E' una pila coscienziosa e rassegnata. Una pila che, ormai che ci siamo, tiene duro, orgogliosamente stagliata nella sua non trascurabile altezza, ben cosciente dei suoi doveri e delle sue precise responsabilità.
Stamattina la voce di Mia Martini che arrivava fortissima, invadendo ogni metro d'aria, da una delle finestre aperte, come la mia, del palazzo vicino, mi ha fatta sentire in uno di quei film italiani degli anni ottanta, in cui queste canzoni che rappresentano l'italianità che mi fa più tenerezza, riempiono i quartieri popolari mentre le donne stendono i panni su lunghi fili appesi alle finestre, i bambini giocano col pallone in cortile, e io studio seduta alla scrivania, con una pila di undici libri e una fialetta di vitamine a fianco.
di Irene alle 09:56:00 10 Commenti

12/06/2006

Partenze


Lisa knows a girl who's been abused
It changed her philosophy in '82
She's always looking for a fight
She keeps the neighbours up all night
I go to her when I'm feeling slack
The girl's using me as a punching bag
I think that I could help her out
But the girl's got a lot to be mad about

And in the first moment of her waking up
She knows she's losing it, yes she's losing it
When the first cup of coffee tastes like washing up
She knows she's losing it, yes she's losing it

[She’s loosing it – Belle&Sebastian]

Stanotte ho sognato Ja. e la sorellina, Jf..
Era il giorno della famosa partenza per Torino, col padre.
C’è stato un momento in cui sapevo che avrei dovuto salutarle, ma quello dopo ero in macchina con loro, il padre, la madre e Af. -in qualche modo c’era anche lui.
La scusa era che mi avrebbero dato un passaggio, per qualche meta indefinita.
Il momento della partenza si dilatava tra i saluti e i tentennamenti dei bambini, si protraeva in un tormento in cui io sapevo che volevo dire loro delle cose, in privato e singolarmente, ma la situazione non era mai quella adatta e i genitori aspettavano in macchina impazienti, anche se divertiti e, ai miei occhi, disgustosamente galvanizzati dall’essere insieme.
Ricordo però il mio stupore nel guardare quest’uomo
accorgendomi di riconoscerlo, in fondo, come un uomo stanco, mite, con i segni di una lunga solitudine nel viso che lo facevano sembrare molto più vecchio della sua età.
Osservavo questa famiglia malamente riunita in un imbarazzo (Jf. si strusciava sulle mie gambe ridacchiando nel modo in cui lo fa quando vuole fare la vergognina, e io le dicevo 'certo che hai proprio gli stessi occhi dal papà, eh?'; ma perché poi essere sempre così connivente con chi si trova in una situazione di disagio, in questo caso il padre, anche se è ben colpa sua se lo è?!) che conteneva tutti i torti agiti e subiti, tutta la loro triste storia e sentivo che non potevo fare proprio niente, che quello che li univa era molto più grande di me e di chiunque altro non ne facesse parte. Provavo una sorta di rispetto per il legame che, malgrado tutto, c’era tra di loro. Pensavo –ma come fanno, loro (le operatrici) ad essere così sicure nello stabilire che queste persone dovrebbero essere separate?
Non so se nella realtà la penso proprio così, ma tant'è.
Comunque sia, alla fine ci riesco. Con la scusa di bere un bicchiere d’acqua in un bar prendo Ja. da parte e le dico quello che vorrei dirle da sempre. Che non deve essere troppo forte.
Le dico che le cose, all'inizio, non andranno bene. Che non deve far finta che sia così. Che si sentirà sola, ma poi andrà meglio. Frequenterà una nuova scuola e conoscerà dei nuovi amici, si ambienterà nella sua nuova città e nel frattempo diventerà più grande.
Ma continuo a ripeterle, seduta sulle ginocchia per parlarle dalla sua stessa altezza, che non deve sforzarsi di fingere di stare bene, di pensare e di volere quello che non pensa e non vuole.
Me lo faccio promettere.
Lei mi ascolta attenta e con gli occhi un po' lucidi. Sento una volta ancora quella sensazione, una sorta dipendenza che temo quei bambini provino nei miei confronti ma che in realtà so di ricercare, in un certo senso, perché in fondo credo sia l'unica via, nel rapporto con loro, per dargli qualcosa di importante. Per quanto possa esserlo.
Partiamo, e io sono in ritardo come sempre.
Ma non è poi così grave.

di Irene alle 10:50:00 Commenta:

08/06/2006

Il miracolo della comprensione


Lei è un tipo ansioso ma autoironico, dalle movenze impacciate. Con enfasi racconta di un episodio in cui ha dovuto presentare un importante studio davanti ad un pubblico composto esculsivamente da americani, scienziati americani. Lei parlava un inglese incomprensibile (consapevolezza che le aveva impedito di dormire la notte precedente e riempito il corpo di bolle) tanto che tutti hanno deciso di indossare le cuffiette per la traduzione simultanea francese piuttosto che ascoltare la sua pronunicia della loro lingua. Tutti tranne uno: lui, che per tutta la durata del suo discorso la osservava annuendo e prendendo appunti. A lei era sembrato un dono del cielo: gli era talmente grata che se lo sarebbe sposato, ed è quello che ha fatto, tre mesi dopo, affascinata dall’idea che lui fosse l’unico uomo d’america che la capiva, anzi, probabilmente l’unico in tutto in mondo.
Lui si trasferisce da lei, a Roma, e, svuotando gli scatoloni, lei vede il quaderno rosso su cui lui scriveva durante quella conferenza. Lo apre cercando quegli appunti ma tutto ciò che trova sono pagine piene di disegnetti, scarabocchi e di ripetizioni infinite della scritta 'she’s a dream'.
Rimane interdetta.
Le viene da ridere, e poi dichiara: l’amore non vive di miracoli, ma dello sforzo di comprendersi anche quando non si capisce una mazza!

di Irene alle 08:57:00 8 Commenti

04/06/2006

Vacanza-studio al mare


Vale e io siamo appoggiate al bancone del bar per pagare. Chiacchieriamo aspettando il cameriere che sta facendo il conto un paio di metri più in là.
Vale- …soprattutto la mattina, dopo aver bevuto il latte, lo stomaco mi si gonfia tantissimo…
Cameriere- Celiaca.
Vale- Scusa?
Cameriere, con grande flemma- Sei celiaca, è successo anche a me, comincia così…
Vale- …
Cameriere- …ti si gonfia la pancia quando mangi, se sei una donna hai sintomi strani durante il ciclo, dissenteria…
Vale- …
Cameriere- …inizi a predere i capelli…
Vale, gli occhi sbarrati- Eh! Sì, infatti…
Cameriere, quasi citando a memoria un elenco a lui ben noto- …poi, beh, sì, sei a forte rischio di osteoporosi…
Vale- …
Cameriere, sempre più soddisfatto- …e stai attenta, potrebbe venirti anche un tumore all’intestino!
Vale, ormai sbiancata in volto- Inizia bene il weekend!
Cameriere, con un sorriso smagliante- Ti conviene fare una gastroscopia, poi torna e fammi sapere!

Due di pomeriggio, appena terminato di mangiare facciamo una passeggiata in spiaggia:
Vale: Sai, ho portato il pure’. Dopo ci compriamo una busta di piselli?
Io: Vale… teniamoci su, pero’, eh?!
Vale: …
Io: Mi sembri mia nonna! Appena finito di pranzare…! Una busta di piselli..??!!
Vale: Ma era da stamattina che ci pensavo, ai piselli!
Io: !!!

Il capo chino sui libri, completamente concentrate sui test di personalità, leggiamo insieme a voce alta:
… Il più noto test di personalità è l’MMPI, che serve a individuare differenti tipi di problemi psicologici. E’ stato sviluppato negli anni 40 e rivisto nel 1989, quando è uscita la versione riveduta, MMPI2, con modifiche per aumentare validità e affidabilità…
Io- …Vale…
Vale alza lo sguardo.
I
o- …posso andare a lavarmi i piedi?
Vale- Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento.

A. rientra nel negozio in cui lavora per qualche minuto, seguendo un’orda di stranieri.
Vale mi dice:
- Non avevo mai visto quei pantaloni!
Indicandomi quelli che indosso.
Io- Davvero? … E come sono?
Vale- Mmh… No, ti stanno bene, eh?! … Forse sono un po’ da Jovanotti…
Io- Anche tu?!
Vale- Io comunque vorrei cambiare modo di vestire, non so come, ma…
Nel frattempo torna A. e cerca di inserirsi nella conversazione.
Io-  Stiamo parlando del nostro stile nel vestire…
A.- Ah beh, tu sei sempre la solita squatter.
Io- Eeh??
A.- Squatter.
Io- E cosa vuol dire?!
A.- Non sai cosa vuol dire squatter???
Io- Eh, no!!
A.- Centro sociale, Irene. Sei sempre la solita…
Io- … comunista?
A.- Eh.
Io- Certo che... almeno io in tutti questi anni non sono mai cambiata, vero? E invece tu... guardati!
A.- …
Io- …
A.- Chi ha fatto più cazzate tra di noi?
Io- Tu.

di Irene alle 21:03:00 11 Commenti