26/08/2006

Gli occhi al cielo (che si muove)


Provo una certa soddisfazione nel riconoscere in Milano quella cosa mia che avevo pensato ci avrei trovato. C’è.
So che se ci riflettessi oltre quell’attimo in cui lo so non ne capirei il motivo, ma questa città mi somiglia, mi libera e mi contiene nello stesso momento, è della mia misura e ha la mia stessa velocità. Lo sento, che l’attivazione data dal ritmo che lo stare qui mi fa tenere, che pure non è più veloce di me (ma la cosa migliore è che non è più lento), mi stanca. Sento i muscoli contratti e il battito accelerato, in alcuni momenti sento anche che è a un pelo dall’essere troppo, ma so che quel limite che mi sta a fianco è quello che mi permette di sentirmi (viva). Come se vivessi sul margine esterno di me.
In questi giorni il fare ha corso molto più veloce di qualsiasi pensiero, ma allo stesso tempo mi sembra di non aver mai pensato così tanto. Forse soltanto così intensamente, proprio perché in momenti definiti e limitati da altre cose. L’ordine, insomma, è invertito. Nessun pensiero inutile, di quelli che girano intorno. Come se il continuo movimento in avanti depurasse e rendesse più limpida ogni percezione, ogni parola che mi dico. Mi sembra di vedere più chiaramente, e di poter, proprio per questo, affidarmi allo scorrere delle cose.
Credo ci siano momenti in cui sono le cose (forse, come sempre, una parte di me) che vivono e si evolvono quasi autonomamente, senza che si debba fare niente, se non alzare le mani e restare nei paraggi. Un po’ come contare fino a dieci, e poi ancora dieci e dieci, finché ci si dimentica di star contando, però sotto sotto lo senti, …tre, quattro, cinque…
Quei momenti non è difficile capire quali sono, perché lo si sente, che è giusto così, semplicemente che non c’è altra cosa che sarebbe meglio fare.
Allora aspetto che passi, qualsiasi cosa, avendo la certezza che non potrà che apparire sempre più chiara. I contorni si delineano, man mano che posso permettermi una visione d’insieme, e già vedo delle cose su cui però, continuando a contare, mentre mi viene da sorriderne, cerco di non soffermarmi.
E così per i giorni in questa città, non proprio nuova per me ma in un certo senso anche sì. So che ci resterò per molto tempo ma non me lo dico, è strano per me ma non ci penso proprio, e se ne ho la tentazione mi ricordo subito che sto contando, come un patto silenzioso con me stessa. Per la prima volta nella mia vita vivo di oggi e domani è l’orizzonte più lontano che vedo.
Iniziare a vivere qui proprio ora ha qualcosa di provvidenziale. E’ agosto e la città è così vuota che mi sembra che tra me e lei la distanza sia brevissima. Come se per un po’, potessi vederla solo io. E capire un sacco di cose. Mi ricorda l’incantesimo delle fate de La bella addormentata nel bosco, che faceva cadere nel sonno tutto il regno fino a quando lei si sarebbe svegliata. Da piccola pensavo spesso che avrei voluto essere una di loro per girare indisturbata per la città mentre tutto è immobile. Ecco.
Milano ha qualcosa di pieno. Non lascia spazi vuoti. Camminando per le strade, o guardando fuori dal tram, ho la percezione, forte come non mi è mai capitato in altri luoghi, dell’enorme quantità di persone che ci vivono. Mi sembrano ovunque, così eterogenee, in tutti quegli appartamenti, e zone così diverse. E mi fa tenerezza e allegria pensarci. Mi trasmette anche una certa energia vederle tutte così direzionate, sempre prese da qualcosa: la mattina sembra veramente mattina, qui. E’ un movimento continuo che trovo rassicurante. Perché mi ricorda sempre che si può vivere, allora. E lo si può fare in avanti.
E però manchi. Milano me lo dice ogni mattina.

Ho letto qualche pagina di un saggio di Bauman, dal titolo "L'amore liquido". Dopo aver incontrato tra le righe una citazione di Fromm che affermava la necessità di amare l'altro con "umiltà, fede e coraggio" (è il secondo aggettivo ad essermi saltato all'occhio, come se non mi fossi mai soffermata davvero su questa aspetto), ho scritto a G. un messaggio, riportandole la frase e concludendo con un "oh oh...". Giunta a Lévinas che scrive che l'eros è "diverso dal possesso e dal potere; non è una battaglia né un fusione - e non è neanche conoscenza", le ho scritto: "... qui ci stanno dicendo merda!"
di Irene alle 16:04:00 2 Commenti

20/08/2006

Fermo immagine


I primi tre giorni, mi sono serviti per capire quanto fosse sbagliato pensare che fosse per finta. Fare per finta, ogni cosa, dato che non potevo scegliere. Continuavo a rigirare nella mente questa frase -mi sembra di fare per finta, formulandola in diversi modi. E poi è svanita, si è esaurita. Nel momento in cui diventava più vera, lì sulla linea di confine tra pensato e reale, tornava indietro e ogni volta capivo che così non era, che quella ero io, in ogni cosa la mia vita, e che pensare di vivere per finta era un paradosso e un mezzo per uscire da me e dalla realtà essenziale e in qualche modo spietata delle cose che mi stavano intorno. Mi è sembrata una strada che era impossibile scegliere. Così tutto risulta più diluito, ma è certamente mio. Forse troppo esclusivamente mio ma per ora va bene così.

Nei discorsi con Su, Valentina e Mary, oscillavamo formando coppie instabili nelle affinità di opinioni. Ed era bello discutere di punti toccati forse mille volte in altre occasioni, ma, in questa, all’interno di un gruppo di persone eterogenee che non si conoscevano tra loro, fatta eccezione per me. Io mi convincevo sempre di più della inattendibilità di un certo tipo di indicatori nei rapporti tra le persone: campioni di frasi, comportamenti, apprezzamenti-campanello-d’allarme che preluderebbero classicamente a corrispondenti classi di risvolti. Quello che pensavo tempo fa a proposito di un secondo tempo, terzo, quarto, quinto che sia mi somiglia sempre di più. Non credo nelle previsioni, nelle regole, non ho mai capito il calcolo di probabilità applicato alla vita delle persone.
Di fronte a mio padre che diceva sempre a mia nonna, che abita in una villetta di cui sbarra tutti gli scuri ogni volta che esce, che era stupido preoccuparsi dei ladri vista la minima probabilità che andassero proprio da lei, io ho sempre replicato che, a prescindere dall’esempio specifico, non condividevo il metodo di ragionamento. E’ vero che la probabilità è minima, ma quell’uno per cento di popolazione che si trova derubato esiste: e che beneficio può trarre da questo calcolo? L’ironia della sorte, tra l’altro, ha voluto che un paio di settimane fa delle persone siano entrate nella casa di mia nonna, l’unica volta che aveva dimenticato una finestra aperta. Ma questo è solo un esempio per dire che se è previsto che le cose, secondo una qualche ipotetica curva normale, vadano in un certo modo, la possibilità di appartenere (che appartengano) alla piccola frazione di popolazione che si discosta dalla media, mi spinge a invalidare l’intero sistema probabilistico. Se non a livello logico o matematico, almeno a livello empirico, nella mia esperienza di tutti i giorni. E’ il caso specifico che mi interessa, e su quello non voglio fare alcun calcolo. Non credo neppure che sarebbe possibile, al di là delle preferenze. Ogni volta voglio considerare la situazione o la persona che ho davanti come se fosse la prima. Niente mi impedisce di supporre che sia proprio quella che è diversa dalle altre, ammesso che le altre siano davvero simili. La somiglianza, poi, quando c’è, mi appare più come una casualità piuttosto che una regola. Questo non significa cancellare le acquisizioni date dall’esperienza passata, che peraltro si radicano anche in una sorta di istinto, né dimenticare, ma non essere accecati dai preconcetti. Che è come dire dalla paura, anche.

Dopo una settimana con loro, comunque, sono arrivati i miei.
Questa è una casa di famiglia. E’ un posto a cui sono sempre stata molto affezionata, ho trascorso qui parte di ogni estate da sempre. E’ una di quelle case con la soffitta, e la cantina che serviva come rifugio durante la guerra, che mia nonna ha vissuto qui. Io da piccola stavo lì sotto con mio nonno a giocare coi suoi legnetti mentre lui preparava le conserve e imbottigliava il vino. Da quando lei non c’è più, questa che era la sua casa è una sorta di specchio della mia infanzia, dei ricordi legati a lei. E’ un luogo che mi riporta a me stessa, ma con una connotazione, oltre che dolce, e piacevole, anche nostalgia e di sofferenza per alcune cose che forse non ho ancora elaborato del tutto.
In un momento in cui la mia vita sta cambiando e il distacco, anche fisico, dalla mia famiglia sta aumentando, ripensavo spesso alle nostre origini, a volte con un magone che mi faceva venire voglia di piangere, cosa che mi sembra quasi di vivere, in questo periodo, cercando di fare, dato che non ci riesco mai. Quando sono arrivati loro, invece, mi sono sentita come un esserino bellicoso. Quasi mi facevo tenerezza accorgendomi di tutte le difese che, senza saperne il motivo, sentivo di aver eretto (non so perché parlo al passato), ed evidentemente se ne sono accorti anche loro, che mi guardavano straniti e si rivolgevano a me con un atteggiamento inusualmente protettivo e intenerito. Guardavo loro così privi di barriere difensive e me, con questo bisogno di schermi e distanze, come se non sapessi proteggermi se non cambiando piano, per poi avvertire questa nostalgia e senso di perdita.
Poi è venuta a trovarci la V. e mi sono accorta che le mancavano gran parte dei denti inferiori, e che parlava degli antidepressivi che prendeva, con quel dialetto di qui che mia nonna amava tanto parlare quando era qui, come un ostentato ritorno alle origini. Passare avanti o smettere di perdere tempo, in ogni cosa: qui sta la scelta.

Nel frattempo, appesa sul muro di una casa a Santarcangelo, un piccolo paese della romagna, ho trovato questa targa:
Germano era calzolaio e assaggiatore di vino e acqua per conto di amici. Andava a piedi lungo il fiume e sulla groppa delle colline a cercare del sangiovese con l'odore delle viole e l'acqua dei pozzi contadini che sapesse di menta. Germano è morto che aveva 94 anni povero com'era sempre vissuto. I parenti hanno trovato un suo libretto di banca carico di soldi che lui si è sempre rifiutato di toccare. Erano gli assegni che da trent'anni gli arrivavano mensilmente per la morte nella grande guerra del giovane figlio ufficiale d'artiglieria.
Gruppo Amici Santarcagelo, 1987

di Irene alle 19:39:00 4 Commenti

20/08/2006

Sangue


La nostra vita è la narrazione che ne facciamo. Questo è anche il principio su cui è basata l’ipotesi di efficacia del colloquio psicologico. Non è tanto importante la sequenza o una supposta oggettività degli eventi della nostra vita, quanto la nostra percezione di essi e la narrazione che ne facciamo a noi stessi. La connotazione e il peso, l’ordine che attribuiamo loro, le relazioni che stabiliamo –siamo noi a stabilirle- sussistere tra di essi.

Negli ultimi giorni mi è capitato di leggere due libri che erano casualmente entrambi incentrati, anche se a livelli molto diversi, sulla necessità dello scrivere da parte del protagonista di uno (Starnone, Labilità) e dell’oggetto amoroso del narratore dell’altro (Murakami, La ragazza dello Sputnik).

Nel primo, uno scrittore di professione esplora la sua sensazione di vivere per (poi) scriver(n)e, invece che scrivere perché (prima) vive. Quella sorta di vocazione che ha verso la scrittura lo motiva a vivere, e lui lo fa in una dimensione che oscilla tra il piano della realtà ed uno allucinatorio, visionario, proiettivo. Conduce quindi una vita al limite del delirio psicotico, pur conservando una parte sana che gli consente di accorgersene e scegliere intenzionalmente di abitare questa zona di confine, perché ritiene sia l’unica condizione che gli consente di essere uno scrittore, di conoscere zone che possano nutrire la sua scrittura.
Nel secondo, Sumire, una ragazzina talentuosa ma sregolata e instabile vorrebbe scrivere dei romanzi ma ha un flusso di pensiero troppo abbondante e privo di essenzialità per riuscire a farlo in modo convincente. Passa intere nottate a scrivere ogni cosa che le passa per la mente senza riuscire a dare una struttura organizzata alle sue produzioni, strabordanti e disordinate. Eppure è proprio questa sovrabbondanza di pensiero che crea in lei l’esigenza di scrivere (“Come uno tutto preso a falciare da solo l’erba di un prato immenso che continua a crescere rapidissima e senza interruzione”). E' l’unico mezzo che le consente di pensare, prendere delle decisioni ed individuare delle strade mentali nel magma delle sue sensazioni. Un modo per lasciare a sé stessa dei messaggi, quasi una sorta di boomerang: “Ma il boomerang che ti torna indietro non è mai lo stesso che hai lanciato”.

Stamattina, dopo aver riposto il secondo libro, letta l’ultima pagina, ripensavo a questa funzione che anch’io ho sempre attribuito alla scrittura come mezzo per organizzare i pensieri, per ordinare la propria narrazione quando gli elementi superano una certa soglia di intensità, quel tipo di caos emotivo e cognitivo che poi rappresenta il momento di potenzialità di crescita derivante dal vivere l’esperienza che lo provoca. Scrivere, in quel momento, permette di “decidere”, consapevolmente o anche no, in che direzione e in che modo sviluppare questa crescita, che connotazione assegnare agli elementi che sono in gioco nella situazione presente.
La mancanza del desiderio di scrivere potrebbe allora derivare dal fatto che l’intensità o la complessità delle sensazioni o della situazione che si sta vivendo non raggiunge quella soglia. Spesso è così.
Si potrebbe anche pensare che la necessità di scrivere nasca dallo scarto, che a volte c’è, altre no, tra quello che si vorrebbe essere, in un dato momento, e quello che nei fatti si è, si agisce. Una discrepanza priva di una connotazione valoriale, ma che può essere una mancanza o una novità che porta ad un arricchimento. Uno spazio, una zona di potenzialità, di ‘lavori in corso’, che la scrittura colma, su cui scrivendo si lavora, rappresentandosi quello che si vorrebbe raggiungere, che in un certo senso si sta già raggiungendo, o quell’aggiunta al proprio sé, che si sta cercando di inglobare. Non si avvertirebbe il bisogno di scrivere, quindi, in un momento di identità tra l’attuale e il potenziale.
Sumire, invece, scrive che è da quando ha conosciuto Myu, la persona di cui è innamorata, che (“Anche se l’erba del prato può crescere a dismisura, io non me ne curo. Invece di tagliarla, nell’erba mi ci stendo, alzando gli occhi verso l’alto (…). Non mi importa più niente di sapere o non sapere, e nemmeno se tra le due cose c’è qualche differenza.”) non sente più la necessità di scrivere/pensare, definire e creare sovrastrutture. Si trova catapultata da quel “mondo dei sogni” in cui non esistono “linee di confine” in una “realtà che morde” il cui principio è, secondo lei, la capacità di sanguinare: “le cose difficili da comprendere, accettarle come tali, e sanguinare”.
“Mi perdoni, signora, ma quando uno è colpito da una pistola, sanguina.”, scrive, citando la risposta di un attore che difendeva il film in cui aveva recitato durante una conferenza stampa. “Pistolettate e sangue che scorre”.
Sumire si rende conto che è per questo che non riesce a scrivere, a far emergere delle linee su cui poter costruire una struttura narrativa dal flusso dei suoi pensieri: perché non è ancora pronta a sanguinare. Lo stesso sangue che invece il protagonista di Labilità fa scorrere ogni giorno, con tutta la felicità e insieme la sofferenza e l’instabilità che comporta.

Io credo che la possibilità/necessità della scrittura viva in una zona di confine che non riguardi né l’apice della gioia, che di per sè è refrattaria alla possibilità di essere esplorata, né l’arroccamento che si tiene lontano dalla scorrere del sangue.
E’ nel luogo in cui ci si sporca le mani, che la scrittura serve.
di Irene alle 10:45:00 2 Commenti

10/08/2006

Legami


Se sto bene (e poi mi accorgo che per rispondere a una domanda su come mi sento parto da una potenziale risposta negativa per esclusione, invece che dall'ipotesi di uno stato di benessere di default), credo sia perché sono giorni in cui mi sento alienata da me stessa e da ogni tipo di punto di riferimento. E' come se vivessi per la prima volta, senza avere un chiaro concetto di casa, senza una struttura preordinata alle mie giornate, gerarchie di importanza da dare ai loro diversi aspetti, senza certezze. Sento una sorta di nostalgia della mia famiglia, che è la consapevolezza di una distanza che ho scelto, anche se indirettamente, di interporre tra me e lei, ma nello stesso tempo quasi me ne dimentico, non ci penso. In realtà non focalizzo l'attenzione su niente di stabile e spesso mi dico fai attenzione, concentrati sulle cose, perché per brevi momenti mi allarma, questa specie di inconsapevolezza che sento, come stessi soltanto galleggiando, con l'impressione di stare dimenticando qualcosa di importantissimo che richiederebbe un maggiore movimento rispetto a quello che sono disposta a fare. Non sento, non mi sento legata a nulla con una forza tale da farmi sentire ferma tra alcuni punti saldi, ed è una sensazione nuova, per me. Non so decidere se sia un bene o un male. Mi chiedo se è questo, quello che ho sempre guardato da fuori e da lontano, nelle vite degli altri. Che non ho mai amato, ma che forse è una sorta di soluzione di sopravvivenza.

Penso spesso ad Af. e alla sua vocetta che, al telefono, dalla sua casa nuova, mi chiedeva "Ma perché non vieni? Quando vieni?". E' una domanda che mi ripeto ogni giorno, come un punto di congiunzione, perché la risposta è sempre non lo so, quando riuscirò ad andare, e mi sembra il prototipo di tutto questo.

Che poi invece oggi ci vado, da lui, prima di partire di nuovo. Proprio non si può tenere lì una vocetta così per troppo tempo.

di Irene alle 23:04:00 4 Commenti

06/08/2006

In questo spazio indifeso


La prima cosa di cui ho sorriso, arrivata a Palermo, è stata la linea dell’orizzonte, di confine tra il cielo e il mare, che ancora non c’è. Il mare sembra terminare a volte con la superficie schiumosa delle nuvole, altre si confonde in una sfumatura incerta che, ad un certo punto, diventa cielo. L’indefinitezza di cui litigavo scherzando coi miei la prima volta che ci siamo venuti insieme. E sono sempre qui. Tutto cambia continuamente, l’umore, in ogni momento del giorno, che a volte cerco di concentrarmi per tenerlo fermo dalle radici ma non funziona e anzi appena ci penso qualcosa si scompensa inevitabilmente. E’ quasi una prova, tentata in punta di piedi, che però non supero mai. Il corso dei pensieri, cambia. Come le onde più piccole e brevi del mare che vanno da una parte all’altra, in superficie, a volte in direzioni diverse nello stesso momento a seconda del vento, mentre quelle più profonde compiono un lavorìo indipendente, indisturbato e massiccio, di cui non si conosce il motivo o l’origine, ma che fa sì che tutto in fondo resti sempre, sorprendentemente, uguale.
L’acqua del mare, pensavo nuotando in mezzo a colori tanto chiari da sembrare impalpabili e irraggiungibili nell'essenza, contiene e sostiene ma nello stesso tempo costringe al movimento. Anche restando abbandonati sulla superficie, è necessario avere coscienza del proprio corpo, restare vigili, pronti ad assecondare le onde o opporsi. Per questo, sembra insegni tante cose.
Sono stati giorni di stati parziali, in cui spesso mi accorgevo di sorridere, tra me e me, per non avere paura. Per farlo, perché va bene così. In cui ho letto in modo spropositato, e mi sono distesa ogni sera sopra il tetto di casa e sotto un cielo nero e stellato e emorme. Resistendo.
Sono stata coccolata da M. e dalla sua famiglia, ho riso per l’aggettivo sciallato che sembra calzi perfettamente un’infinità di situazioni, ho camminato per le vie di Erice canticchiando Sei nell’anima con una bimba bellissima, e mi sono commossa ascoltando una vecchia canzone di Masini (!) nella macchina di M., per poi canticchiarla con lei più o meno istericamente lungo tutti i giorni successivi. Con lei sono uscita da casa a mezzanotte per raggiungere Marsala, sentendoci catapultate in una situazione surrealmente adolescenziale, ma anche no. Ridendo tanto.
Tornando in aereo a Venezia, ascoltavo con gli occhi lucidi e una corona di punti esclamativi la voce della Nannini, e ho pensato che voglio continuare a imparare a cantare. Ho pensato che ricordare, cose belle o brutte, indistintamente, mi rende triste. Che è questa sorta di malinconia e nostalgia e occhi chiusi per metà, la cosa che mi viene più facile provare. E che la tristezza, si supera anche per opposizione.
Alzati e cammina, non hai un solo osso rotto, c'è scritto qui.
di Irene alle 15:17:00 1 Commento