30/09/2006

(A) post-eriori


Martedì 19 settembre

Non avevo più ripensato ai micromondi. La dimensione totalizzante che a volte (...) situazioni contingenti assumono nella mia percezione di me stessa e della mia vita. Micromondi ora sono le mie giornate. Mi accorgo di essere distratta da una sorta di pensiero parallelo che, in assenza di una routine collaudata e di punti fermi al di fuori di me –il che è tutto dire, si pone continuamente domande sulla normalità relativa al modo in cui sto vivendo. Ma anche rispetto all’esigenza di riferirmi a criteri di normalità. Ormai ne dovrei conoscere l’insensatezza e l’inapplicabilità. Tanto più che la normalità che cerco non ha a che fare con termini di confronto esterni a me, ma è soltanto in relazione alla mia personale -o al limite familiare, forse- concezione di benessere, di salute, in senso lato, e di chissà che altro. E il modo in cui sto vivendo, lungi dal riferirsi ad un percorso, ad una visione d’insieme, sembra essere racchiuso in ogni giorno cosiderato singolarmente. Così mi chiedo -cosa potrei fare (e poi –ho fatto) durante tutte queste mattine libere? a che ora sarà giusto che io mi svegli? cosa sarà più sano mangiare, e a che ora?- in fin dei conti –cosa sto facendo? Sono domande che sono abituata a pormi, ma ora acquistano un senso diverso, sembrano indispensabili alla definizione di una dimensione in cui vivere. So che è solo mia ora la responsabilità di quello che faccio e di come sto e credo che questo pensiero mi faccia sentire mai completamente rilassata. Se sto bene ho la sensazione che questo sia un altro elemento monitorato dalla torre di controllo del ‘come sto vivendo’. Ed è stancante. Come delle prove generali che fanno sì che tutto avvenga ad un’intensità e concentrazione molto superiori alla norma. Ad un’attivazione fisica e mentale che a volte mi ‘spaventa’. Ma penso che per ora sia inevitabile.
Le mie giornate.
Credo che Freud avrebbe qualche osservazione da fare a proposito del fatto che ultimamente mi accorgo di vestirmi come negli anni del liceo. I jeans neri con una maglietta nera e gli anfibi. Sembrano un tutt’uno con l’andatura veloce che mi viene da tenere, o con il fatto di cercare di capire cosa ho più voglia di fare, dove ho voglia di andare e semplicemente farlo, sola o con qualcuno, senza rinunciare a nulla.
Dopo aver perso (!°#@/*?!) la mostra del cinema di Venezia, sono stata qualche volta a vedere quella dei corti, il film festival di Milano. Ho riso provando un sollievo davvero enorme guardando con S. e O. Radio Foppa, una sorta di documentario in cui un ragazzo (lo stesso che tempo fa aveva dato del buffone a Berlusconi suscitando un caso), durante la scorsa campagna elettorale, teneva dei comizi con un altoparlante dalla sua terrazza rivolto verso i palazzi vicini, incitando la gente a votare per liberarsi di Berlusconi, per poi introdursi in un raduno di Forza Italia avvolto da una bandiera del parito e gridare ‘corruttore’ a Berlusconi in un momento di estasi collettiva. Ricordare il disgusto di quei mesi di fronte a quel sorriso nauseabondo, assistendo ora, scampato il pericolo, alle stesse immagini, è stato meraviglioso.
In un altro corto, ‘A est dell’ovest, a ovest dell’est’, un ragazzo cercava un metodo per placare l’irrequietezza. Lo ha trovato osservando delle persone che, perse in un paesaggio di montagna, non facevano che spostare pesci da una vasca ad un’altra e poi ancora un’altra. Io ho pensato che al di là di tutte le domande di cui sopra, probabilmente il metodo per stare bene è fare una qualsiasi cosa, adottare uno stile di vita e poi esserne davvero convinti, senza chiedersi continuamente se è la cosa giusta. Sbagliare o meno è relativo, è la propria percezione che conta.
Ho fatto finalmente un giro con S. e M. alla fiera di Senigallia, dove ho comprato una collana viola di terracotta e incrociato un tipo dall’aria non proprio sana che, con le cuffiette sulle orecchie, cantava serissimo ‘ci sarà anche qualche sera in cui usciranno lacrime’, gli occhi fissi sul cd di Max Pezzali che teneva tra le mani, e a me è sembrato piuttosto significativo, da più punti di vista. Ho tentato di smettere di fumare per qualche giorno senza riuscirci. Ho visto la casa dove vivo trasformarsi e diventare una casa-casa che mi piace un sacco. Mi sono ammalata di Lost e ho riso tantissimo per questo. Soprattutto da sola. Soprattutto dopo aver sussultato vedendo un cartellone pubblicitario con le facce dei personaggi. Ho cercato di rimanere ben incollata a me stessa.

Domenica 23 – Sabato 29

E poi ci sono macromondi che unificano le parti.
Ce n’è uno, dall'aspetto piuttosto tondo. Conserva luoghi di assenze, altri sono tanto popolati che non puoi imparare tutti i nomi. Un nuovo lavoro, la sensazione di –a lungo termine, rovesciano le prospettive. Quella che ho davanti ora ha una profondità lungo cui so di dover raggiungere, attraverso un tempo che in questo diventa continuità, obiettivi che stanno sempre un po’ più avanti. Ancora non riesco a guardare troppo in là ma ho l'impressione che in là esista, posso vederne i volti.
Spesso la sera torno a casa tanto stanca che mi viene da piangere. Stanca fisicamente, che mi sembra di sentire il rumore dei miei neuroni, dei muscoli che scricchiolano, e stanca mentalmente, di tutte le prove a cui i bambini con cui lavoro /o forse io/ mi sottopongono ininterrottamente. Stanca per i momenti di esaltazione, quando penso di aver infilato proprio il tassello giusto nella costruzione del mio rapporto con uno di loro, o della sua formazione, e per quelli in cui mi sento il pungee ball contro cui esercitano la loro libertà. So che è la mia parte, essere un muro di gomma, ma alla fine della giornata i pugni si sentono, i miei e i loro. Sento il peso di un ruolo di punto fermo, di dispensatrice di stabilità e coerenza, che fa leva su una forza che mi devo inventare, che mi toglie energie, a volte fiducia, e poi non sempre so dove attingere, per ristabilirle. Sono stanca e a me la stanchezza fa paura. L’esaurimento delle forze apre dentro di me un vuoto di cui mi sembra di non vedere i confini, in cui mi perdo. L'istanza di un superio che ho sempre avuto legato all'attività, alla risolutezza, mi preme sui fianchi dicendomi che la spossatezza è il contrario della vita.
Ma in realtà so che non potrei stare meglio, perché è del limite che ho bisogno. E’ lo stesso elemento su cui cerco di lavorare con i bambini. La strutturazione del tempo è un contenimento che rassicura. Ed è dalle limitazioni che nasce la proattività. Avere improvvisamente solo piccoli spazi per fare cose che prima galleggiavano tra parentesi troppo larghe le rende molto più maneggevoli, desiderabili, e la velocità torna a dare una forma allungata ai pensieri. Se non lo fa, perlomeno ne controbilancia il peso. Crea una forza centrifuga che fa sì che non si possa guardare troppo giù. 
E ci sono così tante cose, in successione serrata, che non riesco a dire. Non ho le energie, il tempo, per metterle in fila e osservarle per bene, assegnare loro delle parole per poi poterle ricordare. Ma, così facendo, mi sembra di perderle, che mi sfuggano, e mi viene quella paura che le cose che non vengono ricordate è come se non fossero esistite, cosa che trovo altamente oltraggiosa nei loro confronti, loro che poi sono io.
Così tante che ieri sera mi sono addormentata al cinema mentre stavo vedendo un film che pure mi piaceva molto, e non mi capitava credo dalla sera del giorno del mio esame di maturità. E allora significa che devo stare attenta, che non sia troppo, attenta a non distrarmi tanto da non accorgermene, tanto da non poter più contare sulle dita della mano i miei pensieri.

Oggi torno a casa (?) dopo tre settimane e mi accorgo di provare, passeggiando per luoghi fino a così poco tempo fa scenari della mia quotidianità, una nostalgia provocata da una distanza che si è consolidata senza quasi che
me ne accorgessi. Una distanza tanto reale quanto serena. Così reale proprio perché serena.
Scendo correndo le scale della nuova casa di G., con un abito nero e la valigetta del portatile in mano, mentre lei dietro di me mi guarda dalla porta. Mi ferma e mi dice sorridendo “Guarda che scemetta... sembri una vera ragazza milanese”. Sento un piccolo brivido che contiene la sensazione del distacco, quella che -però è proprio giusto così, che entrambe stiamo facendo quello che desideriamo, in questi altrove rispetto al punto di partenza comune, ma anche una stretta al cuore, perché qui era sempre stato casa, noi eravamo casa, qui, l'una per l'altra, con le nostre cose, e ora entrambe sappiamo che
indietro non si torna, che neppure potremmo mai davverlo volerlo. Ci sorridiamo di nuovo con un misto di imbarazzo e di consapevolezza di tutte queste cose e finisco di percorrere le scale fino al portone pensando che mi sento un sacco di cose diverse in rapida successione e che forse neanch’io mi conosco così bene, o almeno non saprei identificarmi in nessuna di queste parti in modo esclusivo. Questo secondo Franco  La Cecla d'altra parte è il principio dell’amore. Ti amo perché non ti conosco, scrive.

Io – Mi ha fatto l’occhiolino e mi ha chiesto se questo weekend tornavo a casa o restavo a Milano…
St. – (gli avrai detto) … ‘Per fortuna torno a casa’…
Io – Voleva che andassimo a fare quella sauna…
St. – Beh, potrebbe anche essere diventente and…
Io – … è che poi se 'sto qua ci prova…
St.  – Perché, adesso cosa sta facendo?!
Io – Sì ma finchè io non… E' che se poi si crea una situazione imbarazzante come faccio, che poi me lo trovo in classe per un anno?
St. – Va be', e allora sposatelo, scusa!
Io – Oh, ancora con ‘sta storia!


E io ridevo e io piangevo perché t’avevo trovato, trovato te *Jannacci

di Irene alle 18:54:00 Commenta:

05/09/2006

(Andate) e ritorni


Ho alzato gli occhi verso la mia insegnante con un’espressione incerta, sbuffando di insoddisfazione e spegnendo lo stereo dopo aver cantato sulle ultime note di una canzone molto alta di Elisa, durante gli ultimi minuti della mia ultima lezione di canto con lei.
Mi ha fissata negli occhi abbassando un po’ la testa e mi ha detto –Sai cosa ti dico?. Ho incavato la testa tra le spalle, stringendo le labbra. Deve dispiacerti molto smettere di cantare –ha continuato- perché non l’hai mai fatto così bene. Mi sono commossa, davvero.
Ma… se… ?! … Io, però, non voglio smettere di cantare- ho risposto, sentendo il magone che cominciava a salire.
Poi per la prima volta abbiamo parlato di cosa potrei fare, di cosa ne pensa lei. Di quello che non ho mai avuto coraggio di chiederle, il suo parere. Mi ha detto che quando mi ha conosciuta (poco meno di due anni fa) ero più piccola –così ha detto (?!), che ho imparato un sacco di cose e c’è una differenza molto grande tra il mio modo di cantare allora e quello di adesso. Vere, entrambe le cose.
E’ stato il secondo congedo da un’insegnante di canto, questo meno traumatico del precedente, ma da cui mi risulta più difficile procedere. Non ho strade già segnate e forse neanche il tempo di farlo io, almeno per ora.

Non riesco a capire come Af. abbia potuto crescere così tanto in poche settimane. L’ho lasciato per meno di un mese e l’ho ritrovato irriconoscibile. Grande. La statura sua è cambiata in modo impressionante, ma anche il suo sguardo, il modo di relazionarsi a me. Di una docilità inusuale, al limite della formalità. Per stare un po’ sola con lui –soprattutto, lontana dalla madre che sembrava intenzinata a farmi trascorrere il pomeriggio sopra il suo libro di scuola guida mentre Af. giocava, borbottando tra sé e sé, sul pavimento- l’ho portato a fare un giro in bicicletta lungo una strada vicina alla sua nuova casa. Ogni volta che saliva sul sellino mi chiedeva il permesso. C’era una sorta di pudore da parte sua, nel guardarmi, nel parlarmi, che mi dava l’impressione di avere davanti un adolescente invece che un bambino di cinque anni. Non saprei dire se abbia disinvestito su di me, sentendosi abbandonato e deluso, o se al contrario mi abbia talmente idealizzata (la madre mi ha detto che, mentre cercava di insegnargli a scrivere le lettere dell’alfabeto, lui ha voluto sapere come si scriveva il mio nome; che qualche volta le ha chiesto di telefonarmi, ma lei non gliel’ha lasciato fare), durante la mia assenza, da sentire il bisogno di tenere, ora, una distanza. Che poi era una distanza piena di sorrisi –ma stranamente intimiditi- e di sguardi di -qualcosa che somigliava a- stima -più simili, però, a quelli possibili tra due adulti che tra un adulto e un bambino.
Sono uscita da quella casa piena di interrogativi: forse quello che vedo è soltanto un bambino spento (non l’ho visto ridere una volta, mentre in comunità lo faceva continuamente) e ritirato in sé stesso, che passa tutto il giorno con la madre e la sorellina in una casa con le tapparlelle abbassate anche nei pomeriggi d’estate; sta crescendo troppo in fretta, e troppo solo, cosa posso fare? Ogni volta che vedo quel bambino vorrei prenderlo e portarmelo via. A fare un viaggio, o anche solo al mare per una giornata. Ma un distacco tra di noi, volendo essere realistici, probabilmente è inevitabile, anche se riuscissi davvero a passare qualche ora con lui ogni volta che torno a casa. E’ molto triste pensare che tutto il lavoro che avevamo fatto insieme, quell’attaccamento che era un terreno così adatto a costruire delle cose per lui, possa ridursi ad un mantenimento del nostro rapporto che vive di rendita.

Giusto per ricordarmi che non si può scegliere di avere tutto -o di qua, o di là.
di Irene alle 22:24:00 11 Commenti

04/09/2006

Qui


Giovedì
Oggi, mentre camminavo da sola verso la mia macchina posteggiata, lasciandomi alle spalle la festa dell’unità, la presentazione del libro di Veltroni -a cui partecipava anche Sandro Veronesi, e io non avrei voluto andare via mai perché sentivo una strana sensazione di casa, in mezzo alle loro parole, ma non solo quelle-, le note surreali di My way diffuse dagli altoparlanti di una pista da ballo ancora vuota, nel cielo azzurro lo spicchio, bianco, di luna che inizia a vedersi all’ora del tramonto di una giornata tersa, ho pensato per la prima volta che questa potrebbe essere la mia città. La città in cui potrei vivere, nella mia vita, al di là della contingenza, che pure sembra essere l’unica dimensione da me abitabile in questo momento, in cui va tutto bene e tutto male, perché niente è fisso e stabile. Mi mancano moltissime cose e ne ho tante di nuove e aperte. Di certo, nel frattempo, sono due le cose che garantiscono la mia sopravvivenza: il telefono, per il primo aspetto, e un navigatore satellitare, per il secondo. Secondo Veltroni, il telefono può servire per parlare anche con sé stessi. In un’altra dimensione temporale, però. E io continuo a non avere alcun consiglio da darmi, come Alice. Non dovrebbe essere un buon segno, ma non ne sono sicura.

Venerdì
Girando in macchina per Milano scopro di continuo cose nuove. Contiguità di luoghi che non avevo collegato tra loro, locali strani, quartieri che a volte sembrano micromondi o caratteristici di altre città. Vivere in un luogo inconoscibile interamente mi piace. L’idea di non dover ricalcare ogni giorno il già conosciuto con lo sguardo. Mi agita come quando so che mai potrò vedere tutti i film della mostra del cinema (…), che posso solo scegliere, spesso affidandomi in larga misura al caso, ma nello stesso tempo mi fa respirare, e aver voglia di fare un sacco di cose.
Oggi ho passeggiato dalla stazione Garibaldi a Moscova. Un’amica, lateralmente a una tanto attesa discussione sui fondamenti teorici e applicativi della scienza del ‘riportare un paio di cose sulla terra’, voleva farmi vedere Corso Como. Avevo conosciuto un tassello nuovo di Milano e mi sentivo emozionata, come stessi scartando un altro lato ancora di un regalo. Mentre scrivo, dalla finestra della camera, oltre al buio e al vocio delle persone nella strada, entra il profumo del pane che stanno cuocendo nel panificio qui sotto. Sento che comunque andassero le cose questa città potrebbe tenermi compagnia. Che probabilmente ho bisogno della percezione di vivere all’interno di una cosa molto più grande di me.

Domenica
Poi c’è questo stereotipo dei milanesi come persone fredde. A me è capitato molto più spesso qui che in qualunque altro posto di parlare con persone che non conosco. Mi capita spesso che qualcuno, signore, signori, persone giovani, mi dia un’indicazione anche se non la chiedo, che si faccia qualche commento su qualcosa che succede per la strada, sull’autobus che non arriva. Vedo persone sorridenti e abituate alla socialità. Ieri, passeggiando per Corso Buenos Aires, mi si sono illuminati gli occhi quando ho visto che una libreria faceva lo sconto del 30% su tutti i libri. Mentre facevo la coda alla cassa, reggendo tra le mani una pila di libri dall’altezza forse un po’ curiosa, trattandosi di molti di quelli che da qualche tempo avevo intenzione comprare, il signore che aspettava davanti a me si è voltato sorridendo per dirmi “Certo che lei legge tanto, eh signorina!”. La cassiera poi mi ha chiesto se avevo letto altre cose di Zadie Smith (in mezzo alla pila c’era il suo “Della bellezza”, ma è il primo che leggerò), cosa pensavo di lei. Milano è una città in cui girando da sola non mi sembra mai di esserlo. Non so se sono le persone, o la città in sé. Guidando per strade tra cui ormai riesco ad orientarmi abbastanza bene, continuo a conoscerla e a capire sempre più cose. E penso sempre che venire qui era proprio quello che mi serviva. Penso a questo rapporto uno a uno tra me e questa città. Alla mostra fotografica di Life, bellissima, che in questa domenica mattina ho potuto vedere, alle passeggiate in centro. E a tutte le cose che potrò fare qui nei prossimi mesi. E mi sento felice.
Oggi, passando di fronte all’ago di cadorna, ho finalmente capito perché mi piace tanto, continuo a voltarmi alzando gli occhi dopo averlo superato, preferisco scendere a quella fermata della metro invece che a una della altre del centro. Ho capito cosa mi dice, ogni volta, oltre al fatto che, anche se è il punto in cui un ago è piantato ad essere più evidente, il nodo del filo a cui è legato è sempre altrove. Mi dice che non si possono fare tante cazzate. Me lo ricorda sempre. Non so cos’è, forse il fatto che è così grande, per essere un ago.

Ieri sera ho conosciuto Pacifico. C’è stato questo momento di regressione ipnotica durante cui io e Stefano, senza dircelo prima, ci siamo ritrovati nel buio dietro le quinte, dopo il suo concerto, senza più sapere come muoverci. Non capivamo bene come avevamo fatto a sbucare lì. Lui restava nascosto dietro ad una tenda nera per non farsi scoprire, io saltellavo da una parte all’altra dicendo “E adesso, e adesso? E se ci vedono? E poi, comunque, cosa gli diciamo?! Mica abbiamo quindici anni, io voglio parlargli per bene, eh!”. Intanto mandavo messaggi a Su, rimasta con altri amici dall’altra parte del palco, dicendo “Qui siamo impazziti e sembriamo due adolescenti invasati!”. Improvvisamente ho visto Stefano iniziare ad attaccare bottone indiscriminatamente con ogni musicista del gruppo, con in ragazzo della security, e con una specie di manager che, dopo che Stefano le ha fatto accendere una sigaretta, si è intascata il suo accendino (che lui ha prontamente rivendicato: “Sì però mi può ridere il mio accendino?!”).
Intanto, io, sono entrata nel camerino di Pacifico, reclamando con gli occhi un po' così, anche le canzoni dei primi album, però, per il concerto di novembre al Piccolo. Lui, gli occhi, li aveva verdi, attenti e gentili.

P.S. Però, i milanesi, guidano molto male.

di Irene alle 21:32:00 17 Commenti