31/10/2006
Età adulta
Io- Ma noi secondo te siamo giovani?
S.- …
Io- A me non sembra di essere tanto giovane… io mi sento come avessi, che so, trentasette anni.
S.- Ma… ne hai ventisette!
Io- Sì ma dico, non mi sembra di… Cioè, siamo ragazzi, noi, secondo te?
S.- …
Io- Io non mi sento una ragazza… non mi sento una ventenne, per dire.
S.- Beh, infatti hai più trent’anni che venti.
Io, sollevata- E’ vero?!
S.- Prova adesso a scendere in strada e prendere a pugni qualcuno!
Io- …
S.- Come minimo ti becchi una querela!
Io- …
S.- A vent’anni si può dire ‘in fondo è un ragazzo’, ma a ventisette…
Io- …
S.- Provaci, adesso, a rubare un pacchetto di caramelle!
Io- Perché, se lo facevi a vent’anni potevi dire ‘sono un ragazzo’?
S. esasperato- …Te lo dicono!!!
Io- Te lo dicono?!
S.- Bah, io ce l’ho a morte con te perché dici che sciolgo l’aspirina nel succo di limone.
Io- A morte, proprio?
S.- Sì.
Incontro R. e C. davanti al cinema. Ho visto R. soltanto qualche altra volta, insegna alle elementari ma la cosa più importante per lei è fare teatro, è un’attrice e dedica a questo lavoro la maggior parte del suo tempo. C. invece mi viene presentata stasera e mi sembra una ragazza molto sveglia, ha un’aria piuttosto elegante ma anche sportiva, non affettata. Lavora come educatrice ma al momento è in aspettativa essendosi è trasferita per qualche mese a Londra col fidanzato, che lavora ai vertici di una grande azienda. Iniziamo da subito a parlare dei nostri lavori con grande coinvolgimento, mentre distrattamente prendiamo i biglietti del film che abbiamo deciso di vedere sottolineando che ci “hanno detto che è proprio una cavolata, eh? però fa ridere, e poi
Io: ...
R.: ...
C.: ...
Io: “Mi ha turbata, questo film”.
C., seria: “... Non so più cosa voglio dalla mia vita”.
…
25/10/2006
Il gioco delle sedie
Durante il viaggio pensavo che i miei pensieri seguono le stesse regole del gioco delle sedie. Quello in cui vengono messe in cerchio delle sedie di numero inferiore a quello dei partecipanti del gioco che al via si devono alzare e scambiarsi di posto, ma ce n’è sempre uno che resta in piedi, e allora deve ridere divertito mentre pensa –sì però al prossimo turno mi devo sedere altrimenti che figura ci faccio?! I miei pensieri sono uguali. Ruotano e cambiano posizione cercando nuovi incastri secondo cui tutto funzioni, tutto torni, ma ce n’è sempre uno che rimane fuori, e la costruzione non viene mai completata. Credo dipenda dal fatto che, al contrario di quello che (tanto distante da me che mi e sempre rimasto impresso) dice il protagonista di Murakami in Dance dance dance, per me la porta di entrata e quella di uscita è sempre la stessa. Non c’è mai nessuno che resti seduto sulla sua dannata sedia. Appena sfioro una conclusione, per testarla non posso resistere alla tentazione di far sì che ogni elemento in gioco cambi di posto, per controllare se davvero il numero delle sedie permette ad ognuno di essi di trovare posizione e invariabilmente ne individuo almeno uno che se ne sta lì in piedi con aria interrogativa e un po' colpevole. E sì che l'ho sempre odiato, quel gioco.
12/10/2006
Relatività
- Ma mio zio ha tre macchine, te lo giuro su Dio!
- Non si giura su Dio, A.! Non si tira in mezzo Dio per delle cavolate!
- Ma non è una cavolata, è vero!
- Non intendevo… volevo dire, per delle cose poco importanti.
- Eh, poco importanti… La macchina E’, importante!
- !!!
- Voglio vedere te, se poi devi andare sempre a piedi…
Negli ultimi tempi mi capita spesso di avere la sensazione di regolarmi su parametri di comportamento o di valutazione devianti rispetto a quelli degli altri. Ed è incredibile come improvvisamente tutto sembri coerentemente avvalorare una simile ipotesi.
Ricordo che durante le ore di filosofia al liceo mi ero trasformata in un punto esclamativo trovando conferma del fatto che ogni percezione è per definizione vera. Dato che la realtà non può che essere per chiunque soggettiva, le sensazioni che scaturiscono dal mio contatto con essa devono essere per forza veritiere, reali e, quindi, in qualche modo, corrette. Forse a causa di questo trauma emotivo, al di là delle considerazioni logiche e razionali che drammaticamente occupano gran parte del mio spazio mentale da sempre, non ho mai davvero messo in dubbio la appropriatezza delle mie sensazioni, perlomeno di quelle che guidano i comportamenti istintivi, automatici.
Poi, a volte, come ora, succede qualcosa di preoccupante. Si presenta inizialmente sotto forma di una specie di scherzo, un evento sconcertante in cui un considerevole numero di individui (per essere esatti, il numero in questione deve essere uguale o superiore a tre, secondo me) con la disinvoltura proveniente dal savoir faire delle persone scafate, oppone un muro di riprovazione (talvolta mista ad una sorta di indifferenza) davanti ad un comportamento per me del tutto normale, tanto che neppure ci avevo fatto caso.
In quel momento, per usare un eufemismo, inizio a sentire che qualcosa mi sfugge, qualcosa che non combacia, nelle mie abituale interazioni col mondo esterno. Il confine tra educato e maleducato, conveniente e inopportuno, più generalmente tra giusto e sbagliato, perde di spessore. Penso che evidentemente ciò che devo fare è sforzarmi di analizzare, momento per momento, l’applicabilità di queste qualità alle situazioni che mi si presentano. Se una cosa per me così routinaria e scontata, agita in buona fede e senza pensarci troppo, può risultare così sconveniente (perché invariabilmente, ed è l’aspetto peggiore della faccenda, finisce per sembrare tale anche a me), mi dico, chissà quante altre lo saranno state -o potrebbero esserlo- senza che io me ne sia accorta.
Da lì, comincio a fare un sacco di casini. Lo stress del rimettere tutto in discussione comporta uno stato di allerta tale che, in svariati momenti, non posso resistere alla tentazione di buttare tutto in vacca. Inizio a fare una serie di cose strane che sembrano non appartenermi più (tutto ormai si è addensato su una zona di confine tra me e l’esterno, la zona del comportamento per prove ed errori) e mi sembra di perdere ogni forma di controllo nella gestione del mio rapporto con il mondo. Come avere in mano un fascio di palloncini, lasciarne inavvertitamente andare uno, su, su, poi un altro e così via, finendo con lo spalancare la mano e lasciarli volare tutti via.
Generalmente, toccato il fondo, poi si ricomincia daccapo.
Come si ricompongano le cose, e riappaiano più o meno tutti i palloncini tra le tue mani, però, mi sa che rimane un mistero.
11/10/2006
Quantità
La serata di ieri è stata incentrata sul minestrone di S. e sul rapporto del mio coinquilino con le quantità d’acqua nella cucina.
S. ha messo a bollire un paio di manciate di cubetti di verdura in circa cinque litri d’acqua. La stessa cosa fa da sempre con la pasta. Cento grammi di pasta in una pentola che potrebbe contenere dieci porzioni, colma all’orlo.
Mentre cenavo, e il suo minestrone ancora bolliva, non potevo fare a meno di alzarmi continuamente per raggiungerlo ai fornelli e controllare cosa succedeva, e fargli un sacco di domande sul perché, perché mai avesse pensato di versare così tanta acqua in quella pentola. Poco dopo la stavamo travasando fuori a cucchiaiate.
Finito di cenare, S. si appresta a prendere un’aspirina effervescente per il raffreddore e mi chiede di versargli, dalla mia bottiglia, dell’acqua nel bicchiere, per scioglierla. Dopo che ne ho versate due dita, mi dice basta e allontana il bicchiere. Con due occhi così gli dico "Ma come? Come… pensi si possa sciogliere un’aspirina in un millilitro d’acqua?!". E automaticamente, per immedesimazione, ne bevo un sorso. Al che lui mi accusa, lamentoso "Sì ma allora com’è ‘sta storia! Non ti va mai bene la quantità d’acqua che…". Io, con la bocca ancora piena d’acqua, vorrei ridere. Mi compro la bocca con le mani e cerco di deglutire, senza riuscirci. Dal divano, dove ero distesa, corro verso il lavandino rischiando di soffocare mentre l’acqua mi cola dalle fessure tra e dita e lì sputo senza ritegno quello che rimane, poi mi piego tenendomi la pancia dal ridere e vedo S. che mi osserva incredulo, sorridendo vagamente.
"Ma… come hai fatto a sopravvivere, finora, senza di me?!" gli dico più tardi, dopo avergli impedito di prendere una seconda aspirina. "Mah...", risponde.