30/11/2006
Corpo
Nei momenti di inquietudine, il corpo non è mai come i bambini che se ne stanno zitti e fanno piano piano, intimoriti e rispettosi di fronte al broncio degli adulti, alla tensione che respirano nell'aria e che li immobilizza nell'attesa. Il corpo fa ancora piu' rumore, fa sempre peggio. Il mio corpo si crede piu' adulto di me.
Che stronzo.
24/11/2006
Innocent child
Riascoltare quella canzone mi ha fatto tornare in mente il giorno in cui lei mi ha scritto queste parole:
Sleep peacefully now my child / I hope that you go away / To a place where your dreams can play
Child, innocent child / our hope lies inside / your starry eyes / my innocent child
Mi trovavo in Olanda, durante la vacanza in cui io e M. ci siamo lasciati per l’ultima volta. Restare lì insieme quando già insieme non ci stavamo più era una tortura. Le ho scritto questo in un messaggio e lei mi ha risposto facendo sue queste parole, appartenenti a una canzone che non amava, ma che sapeva che amavo io, reminiscenza dell’adolescenza, di molti anni prima. Lei sapeva. E c’era questa consuetudine per cui vicendevolmente -che non è vero che ero solo io-, vicendevolmente, assumevamo una sorta di ruolo protettivo l’una nei confronti dell’altra. Ricordo che anche allora mi erano venuti gli occhi lucidi a leggere queste parole perché mi ero sentita così piccola, in una situazione così difficile in cui dovevo essere tutt’altro che piccola, e tenere duro. Sapevo che c’era questa rete fittissima, questo calore, che mi sosteneva. Era un mito, quella che all’esterno appariva una fusionalità esagerata, ma spesso ci dicevamo che era la cosa più importante, il punto fermo che entrambe sapevamo di avere. Ricordo quella sensazione come fosse ieri ed era bellissima. Era come una famiglia, ma che ti sei scelta. Se pensassi che ci fosse solo una possibilità di avere ancora quella cosa non ci penserei un attimo.
22/11/2006
Iceberg
Una serie di temporanee limitazioni fisiche mi impediscono di comunicare verbalmente, perlomeno in modo dignitoso, che mi distingua da una talpa che tenta di emettere suoni dal sottosuolo. Mi chiedo se sto utilizzando costruttivamente questa sorta di opzione arimo che il mio corpo mi dà –la risposta implicita è no, ovviamente; un no, punto, proprio- o se mi sto dibattendo all’interno delle solite dinamiche –ma va?!.
Ho l’impressione di funzionare soltanto nelle situazioni di emergenza, sulle punte degli iceberg. A cui resto aggrappata come un koala, con gli occhi stretti stretti.
21/11/2006
Adolescenza (a gentile richiesta)
A ben pensarci, l’unica delle mie amiche che non mi ha mai fatto da opposizione è A.. Dev’essere per questo che, fin da quando entrambe avevamo 15 anni, trascorrendo del tempo con lei ho sempre avuto la sensazione di trovarmi in un’altra dimensione ripetto a quella in cui vivevo normalmente. Quasi irreale. Potevo vedere le cose da una prospettiva in cui quello che nella normalità appariva problematico era possibile, e aveva un peso molto minore. Qualcosa che aveva a che fare con una sensazione di autonomia e una certa sfacciataggine che in alcuni contesti assorbivo dalla sua, mantenendo però in realtà le mie caratteristiche, con le quali questo modo non entrava in conflitto. Aggiungeva soltanto qualcosa. Anni fa una consulente con cui parlavo di una certo mio malessere mi aveva detto che secondo lei quello che mi era mancato era l’adolescenza. A me è sempre rimasta impressa questa cosa perché io mi ricordo un bel po’ di cose che non saprei definire diversamente se non proprio con questo termine. So che non avrebbero mai potuto succedermi se non avessi trascorso tutte le mie estati con A., da ragazzina. E, anche se adesso non potrei più farle né mi interesserebbe, se ci ripenso mi viene ancora da ridere. Ho anche una statuetta dorata, ricevuta da lei per un compleanno di un anno particolare, a ricordare tutte le stupidaggini che abbiamo fatto insieme. Come quando abbiamo comprato due bottiglie di vodka alla pesca, mentre il signore dell’alimentari ci guardava storto, e di notte lei ha trascinato a casa mia, dove non c’erano i miei, un mio “grande amore” di qualche anno prima, e poi è scappata, e io avrei voluto solo vomitare in pace. Quando, alcune ore dopo, lui se n’è andato, ricordo che mi sentivo strana e sono rimasta in terrazza all’alba con la maglietta di calimero addosso a scrivere per capire in che punto ero, e il percorso dall’infatuazione ingenua di allora, a qui. Oppure quando abbiamo camminato per i vialetti della pineta chiamando per nome a gran voce un ragazzo che mi piaceva nel tentativo: A- di buttarla in vacca; B- di farlo uscire di casa, senza sapere bene quale fosse, la sua casa, ma l’unica cosa che è uscita è stato un maniaco da un cespuglio. Che poi ci ha inseguite fino a casa dove abbiamo dormito con dei coltelli sul comodino e la credenza contro la porta. Quando abbiamo dormito da me con i nostri due "innamorati" di allora, ritenendoci però troppo piccole per farlo in modo poco più che platonico, e la mattina dopo ho trovato quello di lei con la testa tra le mani e l'aria disperata sopra la tazza di caffè perché lei non aveva voluto "concederglisi", coronando il loro grande amore (celebrato invece dalla scena trash -ora, trash- di loro due, la sera prima, che, l'uno con la mano sulla spalla dell'altro, cantavano ad A. e a me "Una canzone d'amore" degli 883). Il giorno dopo partivamo. Nessuno l'ha più sentito. Quando abbiamo fatto salire due ragazzi a bere qualcosa in terrazza e poi, per evadere le loro avances, abbiamo detto di essere lesbiche e abbiamo visto i loro occhi trasformarsi in quattro spirali, le bocche in due enormi A. Successivamente, per lasciarmi sola con uno dei due, A. si è allontanata con l’altro per poi raccontarmi, squittendo istericamente, che aveva tentato di baciarle una gamba ed era stata una cosa disgustosa. Lei diceva che lui poteva essere proprio la persona per me, poi abbiamo scoperto che era uno skinhead.
Adesso che lei è sposata ed è una perfetta signora di casa, non ne riparliamo mai. Però quella cosa, quella specie di leggerezza, c’è ancora. Il fatto di poter passare delle ore per i negozi a chiacchierare nel modo più disimpegnato che potrei immaginare di collant e del tempo. A ridere immaginando situazioni e a criticare cose di cui non ci interessa minimamente. Non potrei farlo con nessun altro, e chiunque altro mi sembrerebbe sciocco in quell’atteggiamento, ma allo stesso tempo mi sento a casa.
18/11/2006
La bella addormentata
G. - Va be’, scusami se ti ho fatto un cazziatone così...
I. – Mh, fa niente...
G. - ...
I. - ... Ti ricordi quando, una volta, ti ho detto “grazie per il cazziatone” e tu mi hai risposto “figurati, è che non capisci un cazzo”?
G. - Dai?! ... No, non ricordo... Bello però!
Per fortuna esiste un’opposizione anche per le vicende personali, non solo politiche. Una controparte accurata. Negli ultimi tempi spesso mi viene il sospetto di essere fortunatissima ad avere le amiche che ho. Penso che forse non sia così scontato, il fatto che non siano mai giudicanti. Nessuna di loro usa schemi interpretativi rigidi o moraleggianti. Le mie amiche sono destrutturate come me. Destrutturano i fatti e li analizzano secondo criteri di opportunità, in relazione benessere che provocano. Al mio, per esempio.
Credo che il mio benessere abbia a che fare con elementi collocati su poli opposti. Una capacità di adattamento che non smette di stupirmi, che però credo sia una caratteristica, incredibile, di tutto il genere umano. Il non rimanere bloccati di fronte ad un’esperienza emotivamente potenzialmente spiazzante, ma inglobarla immediatamente nel corso delle cose, senza rumore. Che non so se mi piace così tanto, perché mi sembra un po’ come se ti venissero somministrati degli psicofarmaci a tua insaputa, e tu non poessi farci niente. Psicofarmaci perché il corpo è l’unico che invece se ne accorge, delle cose, e si comporta in modi che è difficile capire. L’incapacità di adattamento di fronte ad un’esperienza emotivamente teoricamente non-spiazzante. Allora sono tante le cose per cui, vedendo scorrere gli ultimi edifici, il cielo bianco, di Milano dal finestrino del treno, oggi mi sono sentita sollevata e ho pensato che questa volta, forse per la prima volta, lascio Milano, anche se per poco, con un senso di saturazione che non conoscevo. Come se non contenesse abbastanza ossigeno da respirare o sonno da dormire. E l’altra sera sono uscita di casa di fretta appena cenato, che dovevo camminare più veloce possibile per ritrovarlo, questo ossigeno. Non potendolo fare prima di essere arrivata in centro, ho pensato che la cosa migliore fosse mettermi a urlare, in macchina, sulle note di Mrs Robinson, che sembra una canzone piuttosto inoffensiva ma non così tanto nella versione dei Lemonheads, e ora penso che in realtà non so come la gente possa evitare di farlo. Io non ho mai visto nessuno, gridare in macchina. Invece è una soluzione ottimale. Gridare facendo però anche qualcos’altro –gridare e basta, concentrati soltanto su quell’atto, credo sia piuttosto imbarazzante-, in una situazione di movimento, in cui però nessuno ti può sentire. Ho camminato, veloce, veloce, sapendo che quella era proprio la mia classica soluzione-ultima spiaggia, e ogni tanto mi veniva da ridere, in maniera non del tutto sana, dei miei deliranti monologhi più o meno interiori non scevri di svariate imprecazioni.
Mi sono sentita felice due volte, in questi giorni. Quando ho visto un manifesto in cui il viso di Elisa mi informava del fatto che a gennaio andrò ad un suo concerto. Quando, canticchiando ad un bambino la canzone della bella addormentata nel bosco (mi aveva appena detto che ero bruttaeantipaticaesperodinonrivedertimaipiù in quanto gli facevo decisamente troppe domande sui sumeri, ma dopo la canzoncina mi ha detto -magari potresti fare un concerto...), ho ripensato a loro e ho provato a telefonare al numero di cellulare che ancora avevo. Ho parlato con entrambe, che, come se non fosse passato un giorno, ma contemporaneamente fossero divantate piccole adulte felici di rivivere un ricordo del passato, mi chiedevano "Come staaai? Ma cosa fai, tu, adesso???", Ja. mi raccontava dei suoi ottimi voti a scuola, e che a Torino stava bene, Jr. mi diceva che sì, all'asilo adesso mangiava tutta la pappa. Avevano delle vocette squillanti, e sono stata così contenta, che fossero sempre lì, e mi sono illusa che forse davvero ora stavano bene. Ma lo sono stata altrettanto di aver potuto dire a Ja. di salvare il mio numero e di chiamarmi, se ha qualche problema, che Milano non è mica lontana, da Torino. Se questo lavoro ha un significato, io credo sia proprio questo.