
28 giugno 2004
In questi giorni a volte mi capita di sentirmi malinconica.
In realtà mi capita spesso, ché io sono un tipo nostalgico e di malinconia dolce.
Ma in questi giorni è diverso.
Per molto tempo ho cercato di concentrarmi su una cosa importante e produttiva,
mettendo in aspettativa il resto. Ogni pensiero era posticipato rispetto alla laurea.
Ora mi ritrovo un po' cresciuta. Ma non sono sicura che mi piaccia.
Non sono sicura che la mia serenità, e ‘fluidità’’ -come ha detto Vale- esteriore sia reale.
Che il mio senso di crescita e di indirizzamento verso un futuro diverso e impegnativo
sia qualcosa di mio. A volte lo sento in bianco e nero invece che a colori. Sento poca energia.
Mi sento meno allegra e creativa. Mi girano in testa parole che hanno a che fare con serietà.
Mi sento circondata da addii, piccoli o grandi, reali o immaginati. Di occhi velati.
Un po' spenta forse, è quello che sono in questo momento. Stanca. Di canzoni dolci che
carezzano e avvolgono ascoltate una volta dopo l’altra, catartiche.
E mi fa paura che le persone che mi sono vicine interpretino questa mia nuova pacatezza
come un’acquisizione positiva.
E’ estate e non mi sento concentrata verso nessun progetto, non mi sento fremente come
di solito sono. Penso alle vacanze e mi sembra che mi possa andare bene qualsiasi cosa,
di poter estendere la mia strana tranquillità a qualsiasi cammino verso cui mi porti la corrente,
giorno per giorno, mentre solitamente tutte le mie energie sono concentrate verso
un luminosissimo desiderio, un progetto a cui non poter rinunciare per nulla al mondo.
E penso questo. Io sono una persona fedele. A me stessa. A un’idea. A un sentimento.
A una nostalgia. So aspettare. In maniera impaziente, in maniera folle, in maniera attiva.
Ma so perseguire un obiettivo infinitamente. So desiderare qualcosa ardentemente, crederci.
Contro tutto e contro tutti. Aspetto. Non mi accontento.
Voglio quello di cui ho bisogno, nient’altro. Non mi posso accontentare, non riesco.
E ora mi guardo allo specchio e mi guardo indietro e mi guardo avanti. E intorno. E penso.
Mi chiedo dove mi sta portando questo. E’ estate e io sono qui. Senza un centro senza un polo.
Il periodo più fecondo, produttivo, dell’anno e io intanto aspetto.
Vivo, si, faccio vedo cammino vado, ma aspetto.
Il piccolo pricipe faceva un’infinita tenerezza ad Antoine de Saint-Exupéry perché era fedele
ad un fiore, anche mentre dormiva.
Anche io sono così. E non so se potrei amare me stessa se non lo fossi.
Ma il piccolo principe si è fatto mordere da un serpente per tornare nella sua stella,
dalla sua rosa. E poi non si sa cosa gli è successo, ché il libro lì finisce.
“Ma puoi chiamarmi ancora
amore mio”.