03/09/2004

Assenze


Oggi, prima lezione di canto dopo l’estate. Un po’ raffreddata e con la coda tra le gambe vado lì, sapendo di non aver fatto neanche mezzo esercizio da un mese e di essere, per di più, tutta tappata, voce stile Lisa Simpson.
Marzia è splendente, gli occhi lucidi di quando è allegra. I capelli le sono cresciuti, ora ha un sacco di riccetti dappertutto ed il viso solare e paffuto. Mi infonde benessere Marzia, quand’è così, perché so che quello che mi tira fuori finisce con l’essere proporzionale al suo buonumore.
Iniziamo con un po’ di solfeggio, dice brava, i suoni mi escono come se non fosse passato più di un mese dall’ultima lezione, e dall’ultima volta che ho aperto la bocca per cantare.
Sono un po’ stupita e felice. Per me, e per lei, soprattutto. Come sempre. I fatto è che c’è questa cosa strana. Il rapporto tra allievo e insegnante, nel canto.
E’ un po’ come una relazione terapeuta-paziente. C’è una fusione, si crea un’intimità data dal mettere in mezzo tra le due persone una cosa interna a loro. E devi dare.
Il canto è qualcosa che ti appartiene, e che rispecchia una parte profonda di te. Oscilla insieme alle fluttuazioni della tua serenità o della tua tensione, dell’estroversione o introversione, di come ti senti con te stesso e con gli altri.
L’insegnante di canto deve tirare fuori da te qualcosa di delicato e modificarlo, giocarci, raffinarlo. Anche valutarlo, respingerlo perché inadatto o valorizzarlo ed esaltarlo, se è bello. Tu dai, lei prende e restituisce. Può farlo con delicatezza, o con impazienza, con soddisfazione o, al contrario, delusione. Può darti una conferma di te che ti rende felice o frustrarti facendoti sentire inadeguata. Quello che tu vuoi fare, se hai stima dell’altro, è dare la cosa migliore, restituire l’aspettativa riposta, comunicare con quel suono, fatto in quel modo. Limpido, sorridente.
E’ un un rapporto delicato di complicità, accettazione, intimità.

Dopo qualche esercizio Marzia si ferma e dice “Ti hanno già detto della cattiva notizia?”. Sorride imbarazzata. E materna, anche. Lei si è trasferta a Bologna in queste ultime settimane, lavora in uno studio e sembra che dalla fine di questo mese non le daranno più il venerdì pomeriggio libero per venire qui. Non potrà continuare a dare lezioni. Parla con aria contrita e gli occhi un po’ lucidi. Per lei è importante insegnare, è affezianata ai suoi allievi e le dispiace tanto. Eh.. faccio.
Non so che dire.
Un altro distacco, penso, mentre lei mi parla di un’altra istruttrice della scuola che pensa adatta a me, per il carattere, per il tipo di musica che insegna.
Da un anno e mezzo tutte le settimane vedo lei, sudo freddo quando mi chiede qualcosa di più difficlie, esco saltellante e liberata quando riesco ad esprimere quello che volevo, a far scorrere, e lei mi abbraccia raggiante e soddisfatta, o frustrata quando tutto è bloccato. Con lei riesco cantare in un modo che con nessun altro. A lasciar andare tutto, senza inibizioni. A ridere dei miei occhi lucidi, della voce smorzata, cantando una canzone troppo bella, in un momento troppo difficile.


E ora, giustamente, anche questa.
Cambiare. Ché tutto finisce, bisogna sempre riadattarsi e modificare, e ripartire, senza adagiarsi mai.

Non è cosa per me, il fatto è questo.

Io vorrei costruire, e sapere di poter abitare. Io vivo legami, è la cosa più importante per me, e non so prevedere scioglierli. Non voglio dover pensare che accadrà.

Io non cammino sui pezzi di vetro. Non ne sono capace.

Invece da un po’ le persone si sono messe d’accordo di scomparire, una dopo l’altra.
Ognuno per la sua strada, non è così che funziona? Non parlo certo di Marzia, ché si tratta di lavoro, è una cosa subìta.

Parlo dell’uso strumentale dei rapporti, anche i più stretti. Parlo del volere vicino a sé o respingere una persona solamente in base alle proprie esigenze del momento, senza guardare oltre, senza prendersi cura. Già, il prendersi cura.

Di costruire un rapporto, crederci, dare, ed essere l’unica colonna che resta.
Parlo dell’assenza, della mancanza.
Di casa o, invece, di freddo.

E nelle pieghe della mano una linea che gira
e lui risponde serio "è mia"
sottindente la vita.

di Irene| 03/09/2004
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