Les choristes è un film meraviglioso. La sua visione ieri sera è stata una sorta di seconda scelta, operata senza convinzione alcuna. Credevo fosse uno dei tanti film pedagogici, la redenzione di un gruppo di ragazzini scapestrati attraverso la figura di un adulto dalla grande personalità, dall’esito felice. E invece Les choristes un film pedagogico lo è, ma di grande intelligenza e leggerezza.
Clément Mathieu, il custode di un istituto minorile a stampo simil-carcerario, utilizza le sue doti di maestro di musica, e ben altre, per dare ai ragazzini residenti degli strumenti differenti da quelli repressivi lì vigenti. Lo fa con una tenerezza, una sottigliezza e un ingegno che nulla ha di retorico o di sentimentalistico, ma che rende la visione del film, oltre che molto emozionante, anche interessante dal punto di vista educativo e della relazione con le persone.
Il fatto è che Mathieu ha la forza e la pazienza di compiere delle azioni, nei confronti di quei ragazzini e dei loro comportamenti spesso devianti, anche molto gravi, che non producano un effetto immediato né punitivo, ma che seminino qualcosa il cui frutto si potrebbe sviluppare, ma anche no. Un rischio, ma soprattutto un’impresa molte volte fallita e che si direbbe impraticabile.
Sembra banale, ma l’intelligenza di mettersi lì, rifiutare la reazione istintiva, che reprima, elimini il problema, e con calma pensarne una più faticosa, dilazionata nel tempo e frustrante ma più generosa e probabilmente più produttiva e ricca, non è immediato, né facile. Di certo non per me. Perché richiede un equilibrio e una fermezza, forse una tranquillità, che per me spesso è un miraggio. Ma ieri la realizzazione di questa possibilità mi ha commossa.