“Non ti sembra che stia dormendo?”.
No. “Non mi sembra neanche lei”.
Solo il rifiuto di tutte le cose che stanno intorno al dato reale, che mi nausea di me stessa.
Crudezza, è tutto.
Mi girano in testa mille parole ma nessuna ha un’utilità, non c’è niente da dire sulla realtà. E sul passaggio di una persona all’essere un corpo. Un corpo. Ti prego, rendiamoci conto del fatto che è così. E allora se piangiamo, piangiamo per quello che non sarà più e per quello che se non è stato non sarà mai. Perché non le potrò più chiedere come faceva quella canzone che mi cantava da piccola, quella sul grillino, che l’altro giorno cantavo a Juli senza ricordarmi le parole. Ma non aggiungiamo niente a quello che è.
Che già è abbastanza.
Ma invidio te che riesci a prenderle la mano. Io seduta in un angolo senza dire nulla. Nulla, ma è quello che è, e non mi uscirà neanche una parola che non si possa toccare, pesare o vedere.
Le stanze di ospedale sono la rappresentazione materiale del silenzio e dell’isolamento dal mondo, dimensione sospesa e infinita. Non c’è niente oltre all’essenziale e a ciò che esiste. Qui non si può elaborare niente di diverso da quello che c’è. Solo pura concretezza e stanchezza. E mi sento cruda e infertile e non so neppure come posso resistere qui dentro. Ora soli, io, questo computer e un libro. Poter sorridere, perfino, di uno uapiti. “E’ una voglia precisa e ben definita. Uno uapiti è verde, ha degli aculei arrotondati e fa glop quando lo si butta nell’acqua. Insomma… per me… uno uapiti è così” (“Hai la fortuna di avere voglia di qualcosa”, dissse Wolf, “e io ti aiuterò, è ovvio…”). Oppure voltare lo sguardo e sfiorare una dimensione inelaborabile da qui. L’inutilità del gesto fisico del respirare. L’assurdità del respirare come movimento indotto del torace. Senza vita. Ecco, è questo che non posso guardare.
E ancora adesso come in tutti questi anni, non posso avvicinarmi davvero. Non posso parlarle, toccarla. Non credo, a niente. Non credo né riesco a sperare che possa sentire. L’inutilità di qualsiasi gesto mi rende immobile. Ora come sempre, è un muro che non si abbassa e io ne resto aldiquà. Fino all’ultimo in un gioco invincibile, quello a cui abbiamo sempre giocato, e adesso guardaci qui. Solo, canticchio una canzone, per noi. Un ciao che so già che non si compirà mai, come ogni cosa insoluta.
Razionalizzazione-anestetizzazione-disperazione. Resto in mezzo, lo stomaco sospeso e nessun pensiero.
Ma ciao ce lo siamo dette davvero, oggi, io e lei.