Come la linea di luce brillante che, sottile ma sorprendentemente definita, percorreva il profilo delle nuvole alla mia partenza da Mantova, limitando perfetta il blu di rotondità gonfie di pioggia; sono contorni nuovi, appena accennati, talmente semplici da non poterne dire, talmente lievi. Segnati da una luce indulgente ma intensa contro cui emergono le sagome di pezzi che solo ora riesco a tenere vicini, o semplicemente a vedere.
Così guardo, come fosse il viso di un bambino, l’ingenuità con cui ci si possa credere davvero, in due, alla comprensione di sé nell’altro, dell’altro come se specchio di una parte sé, in una dimensione atemporale simile al sempre. Sempre accanto. Non accanto, dentro sé.
Guardo, ora carezzandogli i capelli, l’idea della presenza conservata e difendibile nel luogo più profondo, ma in quello soltanto, che nella sua astrazione svanisce piano assorbita dalla realtà, lasciando una luce spenta.
Lo abbraccio per non sentire il suo sguardo e lo abbraccio stretto, con gli occhi chiusi, perché non me n’ero accorta, che fosse solo un bambino. Voglio solo stringerlo e non pensarci più, al come sia stato possibile o a come lo sia poi l'opposto. A passaggi invisibili e inspiega(bili)ti.
Nella catarsi che nasce dall’amplificazione delle immagini in un film, come titoli di coda o di apertura, penso final-mente che si possa evitare di capire, accettarne l’impossibilià. Sorridere del fatto che forse davvero non serve. Usare quel contorno sottile, riverberante tanto da poterlo solo sfiorare con lo sguardo, per guardare alle cose come avvenimenti, invece che costruzioni di significati da comprendere e ordinare in una continuità per dar loro un senso. Come quelle figure nascoste dietro ad uno sfondo omogeneo, che puoi vedere solo senza guardare attentamente. Quelle immagni che forse neppure esistono davvero, ma che, per un attimo, sfocando lo sguardo, puoi riuscire a intuire.
E penso che le cose succedano, senza che ne possiamo sapere troppo. Senza spiegazioni ulteriori. O forse sì, ma questo non ci riguarda, non ci serve davvero. Non quello che accade fuori di noi. Ci riguarda solo la gioia e il dolore, non il perché, quando non è da noi che deriva.
Guidando di notte lungo strade mai percorse prima, mi accorgo che mi piace la sensazione nuova delle punte dei capelli appoggiate sulle spalle, in ciocche leggere e arrotondate. Che sono una cosa viva.
Il sentire è quello che rimane, sempre.
Ripenso al nocciolo di pesca trovato per strada che abbiamo portato con noi, chiacchierando, per tutti i vicoli del centro, mille giri intondo, spingendolo piano con la punta del piede, alternandoci ipnoticamente, senza mai dirne niente. Le persone che ci guardavano perplesse continuare a spingerlo avanti, poco lontano, per poi riprenderlo e continuare. Perfino, ostinatamente come sempre, su per una salita polverosa, da cui è uscito tutto grigio e consumato.
Poi si è fatto tardi, al momento di riprendere le biciclette, di tornare a casa, è rimasto lì, fermo e solo nel piccolo piazzale davanti al cinema.
Ma facciamo finta di niente.
Se te ne fai un'ossessione, non capirai mai.
Il futuro, pensai, sarà tutto così: il passare della morte nel rumore confuso della vita, le gioie insieme alle fitte di dolore, il cuore che invecchia e ringiovanisce all'improvviso. Finalmente mi sembrò che nulla più potesse farmi paura.
[I giorni dell'abbandono-Roberto Faenza]