11/05/2006

La "struttura". Sette.


Che poi è molto più facile pensare di separarsi da un adulto che da un bambino. Che con una persona adulta ci puoi parlare, la puoi salutare, la puoi sentire ancora, se vuoi, magari per telefono. Con un bambino il rapporto che si crea è talmente immediato, fisico, legato alla contingenza quotidiana che, quando si interrompe, sai che, da lì, indietro non si torna.
Se poi sai anche che quello che lo aspetta è qualcosa di peggio, di molto peggio di quello che stava vivendo mentre tu potevi ‘controllare’, e esserci, anche solo per fare insieme delle cose in un’atmosfera di cui sapevi di poter tutelare la tranquillità e il contenimento, è difficile.

E torni a casa e hai la sensazione che solo tu puoi sapere cosa succede, lì. Che non si può capire, non si può comunicare realmente di questo micromondo di persone che, anche volendo cercare, nelle relazioni e nelle azioni di ogni giorno, di vedere il lato bello, e normalizzato, la verità è che stanno male. Più di quanto io volessi e voglia rendermi conto.
Così, tutto in una volta, si scopre, come tutti l’avessero sempre saputo tranne te, che, sì, 
stanno male davvero, e che, uscite di lì, per loro sarà solo peggio. Che c'è poco da fare la Pollyanna, la ragazzetta allegra, della situazione. Che queste persone le vedi mentre vivono in un’oasi sospesa e protetta, e precaria, che solo tu hai sempre chiamato e pensi come casa, e poi se ne vanno.
Come T. oggi.

Credo che le alternative allora siano due. Prendere le distanze, quello che tutti chiamano staccare. Starne fuori, deciderlo. Oppure sentire questo, la tentazione di essere lì sempre. La voglia, di essere lì sempre. Ma anche il senso di colpa quando non ci sei. Come un abbandono agito, come una necessità di controllare, di proteggere, di scambiare sempre e solo quell'affetto lì, che nasce da un vero bisogno, da una mancanza che è impossibile vedere senza provare lo slancio di colmarla. Parlando dei casi dei bambini con le operatrici, continuare a sentir girare nello strato più alto della mente pensieri come Io questo ora, mal che vada, lo prendo e me lo porto a casa, perché non potrei?, Lo prendo e lo porto a fare un viaggio... al mare, o Io però, se se ne va, poi dico alla madre che mi chiami quando ha bisogno, che me ne occupo io, di lui.
Quando una di loro ha detto -scherzando- stancamente, dopo ore di discorsi e di cioccolatini mangiati in un ossimoro continuo e straniante, Irene, tu hai ce li hai già dei fratellini o te ne puoi prendere uno, di questi? Io per un attimo ho pensato, Sììì, io mi prendo Af! e già visuallizzavo io e lui, zaino in spalla, in giro per il modno, contro tutto e tutti. Pochi minuti dopo lo vedevo, questa volta davvero, con il naso premuto sul vetro dell'ufficio sorridermi, sbuffando stufo di aspettare.
E lo so che è una fase, e lo so che così non va bene, ma so anche che, ora, non potrei sentirmi diversamente.
Per una volta, si può piangere soltanto di tristezza.

di Irene| 11/05/2006
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